Archive for the ‘Vlada’ Category

La Tredicesima Fatica – Revised

1 febbraio 2011


Per vari motivi, ho avuto modo nei giorni scorsi di rileggere questo mio racconto. In un mondo in cui ormai i social network, Facebook e Second Life sono diventati luoghi dove spesso le persone vivono la loro seconda vita e che vengono usati come terreno di caccia da predatori scaltri e senza scrupoli, in un’epoca in cui i sentimenti si esprimono tramite sms ed il neologismo “devirtualizzazione” ha assunto sempre piu’ il significato di “togliersi ogni vestito”, rileggermi in questa mia ingenua esternazione che risale a circa tre anni fa, mi ha fatto capire che, anche se i tempi e le dinamiche su cui si basano le relazioni che nascono nel virtuale non sono poi tanto cambiate, qualcosa dentro di me e’ mutato al punto che ho sentito il bisogno di riproporre il racconto in una versione diversa. (more…)

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Le cose rubate

3 aprile 2009


Corri, Irina, non farti prendere, non voltarti indietro, resta sorda al tuo cuore, non dargli ascolto. Sei in affanno, trafelata, angosciata, ma devi far presto, non hai molto tempo. Vlada ha gia’ pensato a tutto. Lui non ti trovera’ e quando se ne accorgera’ sara’ troppo tardi, sarai gia’ fuggita. Lontano. (more…)

La tredicesima fatica – Parte V

12 maggio 2008

“Siamo come cani affamati davanti alla ciotola della vita. Vogliamo saziarcene il piu’ possibile arrivando a toglierla agli altri… e dobbiamo fare in fretta, altrimenti crediamo di perdere la nostra razione. Abbiamo fretta di vivere, di arrivare velocemente alla meta… di morire.”

“Perche’ parli con il “noi”? Tu non sei cosi’. Forse una volta lo eri, ma adesso non lo sei piu’… ed anche io non credo di far parte di quel tipo di persona di cui parli. Non ho fretta di morire, non m’ingozzo di vita, e cerco sempre di lasciarne un po’ nella ciotola per chi possa desiderare di approfittarne.”

“Tu sei speciale, Irina. Non ti muovi usando i cinque sensi. Te ne privi, ti isoli dall’ambiente circostante, ed entri in quella tua particolare dimensione in cui i comuni sensi non servono, perche’ non funzionano.”

“L’odorato ed il tatto sono i soli sensi ai quali mi affido, Stepan. Chiudo gli occhi… sono cieca e sorda, mi distendo, divento passiva, e mi abbandono a cio’ che accade intorno a me… non ho altri riferimenti se non i profumi che mi giungono. Poi, inizio a “sentire” il “tocco”… sento le dita sulla pelle. Ci sono tanti tipi di dita, dita forti che mi stringono, che imprimono e lasciano il segno della loro volonta’, e che dicono “sei mia”, ma ci sono anche polpastrelli morbidi che mi sfiorano appena, attenti a non irritare alcuna piega del mio corpo, e che mi comunicano rispetto, oppure dita curiose che corrono veloci cercando di toccarmi ovunque, ma fuggono e non si soffermano mai su niente, e dita distratte, nelle quali avverto quella noia profonda che portano dentro coloro a cui appartengono, e che cercano di affogare, inutilmente, nella pelle di una devochka.”

“Dalle tue parole comprendo ancor di piu’ come voi donne siate l’unica reale meraviglia esistente su questo pianeta. Vivere e’ per voi una vera missione. Per noi uomini e giusto un fine. Vogliamo tutto e subito.”

Abbandono’ la partita, Stepan Stepanovich, e fu la prima volta che accadde. Con il polpastrello tocco’ lievemente il suo Re, e lo fece capitolare sulla scacchiera. Quel suo tocco leggero fu forse un segno di rispetto, e di gratitudine per aver ricevuto lui, quella volta, una piccola lezione.

“Allora scelgo di averti stanotte!”

Lo disse troppo in fretta, e lei fu certa che non ci avesse pensato neppure un secondo a prendere in considerazione anche l’altra possibilita’ che gli era stata proposta.

“Gli uomini vogliono tutto e subito… e sia!”

C’e chi, pensando alla Rusalka di Pushkin, rimane sedotto dalla quella sua dolce, misteriosa malinconia, fino a perdersi nelle acque piu’ profonde. Irina questo era: una fata tornata a vivere solo il tempo necessario per riprendersi cio’ che le era stato tolto… e gli uomini con lei scomparivano, annullati, inghiottiti dal suo richiamo, e dai suoi occhi color del ghiaccio.

Ma quella rusalka era scomparsa ormai, ed al suo posto stava prendendo vita una rusalka diversa. Non una fata, ma un mostro omerico al quale nessun navigante, eccetto Ulisse, era mai riuscito a sfuggire.

Le apparve senza maschera. Solo uno dei tanti. Uno di quelli che agganciavano le donne sul web. Recitava una parte studiata a tavolino, seguendo una precisa strategia. A lui non importava niente dell’interiorita’ di quelle che incontrava. Il suo fine era possederle, ed apporre l’ennesima tacca sul calcio del suo fucile.

Magari il giorno dopo si sarebbe addirittura vantato con gli amici, compagni di merende, abitudinari di certi forum: “Ehi… sapete chi me l’ha data gratis? Provate ad indovinare…”

L’espressione di lei muto’, ma lui, ovviamente, non se ne accorse. Frettoloso di riscuotere la sua vincita, con un cenno chiamo’ il cameriere per il conto. E lei esplose. La pentola a pressione rilascio’, tutto in una volta, il vapore che si era formato all’interno di un’anima delusa.

“Credo che dovro’ rassegnarmi. Purtroppo per alcuni di voi e’ proprio una malattia… non so. Sei un idiota… se proprio non ti e’ passato per la mente che il mio gioco fosse finalizzato ad altro il problema e’ solo tuo. Per quanto mi riguarda, la nostra esperienza si conclude qui. Io a letto con te non ci vengo neppure se mi paghi, e da questo momento dimenticati che esisto.”

Lui all’inizio resto’ sbalordito, piu’ per il mutamento improvviso di un atteggiamento che, fino a pochi istanti prima, era stato disponibile e suadente, che per altro. Quegli occhi chiari e seducenti si erano trasformati in tizzoni ardenti al calor bianco. Segno inequivocabile di come lei si sentisse profondamente addolorata per quanto era avvenuto.

Cerco’ di giustificarsi, “maslanie glaza”, ma ogni parola che gli usciva dalla bocca, invece di riparare, sortiva l’effetto opposto. Fino a quando s’invento’ qualcosa di totalmente imprevisto.

“Non volevo un’avventura. Certo mi piaci molto, ma di avventure ne posso avere quante ne voglio. La verita’ e’ che m’interessava farti una proposta, ma tu non me ne hai lasciato il tempo. Avevo creduto tu fossi una donna d’affari, una donna pratica…”

Dentro di se’ si senti’ morire… non poteva essere. No, questo non voleva accettarlo. Ancora! Ancora una volta si era sbagliata. Quell’uomo non faceva neppure parte della schiera dei tanti galletti del web. Costui era peggio. Molto, molto peggio.

Avrebbe dovuto affidarsi all’antico metodo di Irina, abbandonarsi con la mente al tocco dell’interlocutore, captarne le intenzioni, percependo la sua personalita’, ed in tal modo si sarebbe accorta fin da subito della sensazione lasciata da quelle “dita” viscide. Invece il gioco le era sfuggito di mano.

Lui prosegui’ col ragionamento, e non si accorse che stava oltrepassando un confine vietato.

“Ascoltami, lasciamo perdere i discorsi sull’amicizia, sul sesso e stronzate varie. Tu hai esperienza da vendere in un certo campo. Con le tue capacita’ e con i miei contatti, possiamo guadagnare tanti di quei soldi che neanche immagini. Lascia che ti spieghi…”

Non lo lascio’ terminare. Si alzo’ dal tavolo senza dire nulla, e con un moto di disgusto usci’ in fretta dal ristorante.

Camminava veloce, nonostante i tacchi ed i sampietrini. Voleva allontanarsi il piu’ possibile da quel posto. Aveva con se’ il cellulare; provo’ a chiamare un taxi, ma gli occhi umidi e la nausea non le permettevano di formare il numero. Mille pensieri confusi nella sua testa giravano vorticosamente. Si fermo’ a vomitare.

Fu a quel punto che venne raggiunta.

Lui la prese per un braccio. Forse fu solo per darle appoggio, ma lei interpreto’ malevolmente quel gesto. Si divincolo’.

“Non-mi-toc-ca-re! – sibilo’ a denti stretti, scandendo le sillabe – Non-pro-va-re-a-toc-car-mi, vai-via, spa-ri-sci!”

Qualsiasi altro avrebbe capito. Qualsiasi altra persona si sarebbe resa conto… invece no, lui continuava a dirle “Su, dai, non fare l’isterica, era solo una proposta, non volevo offenderti, parliamone.”

“SPARISCIIII!!!”

Solitamente sistemava le sue questioni con la tranquillita’ tipica di chi sa creare il dovuto distacco nei confronti di quelle contrarieta’ e quegli ostacoli che la vita pone sul cammino, eppure quella volta alzo’ la voce in un modo innaturale. Era delusa, ferita, disgustata, umiliata, sconfitta, alla merce’ delle sue emozioni che piu’ detestava. Quelle che Irina non avrebbe mai fatto trapelare.

Chissa’ cosa avrebbero pensato Stepan e Vlada se l’avessero vista in quel momento, in quel frangente. Provo’ un sentimento di vergogna, vero, reale, tangibile.

Lui fece il gesto di avvicinarsi, e lei temette che cercasse di toccarla di nuovo. Ebbe una reazione improvvisa, come quella di una gatta terrorizzata; il suo braccio scatto’ in avanti, e con la mano stretta a pugno ando’ a colpire duramente la bocca di quella faccia che non poteva piu’ guardare.

Senti’ un dolore lancinante alle nocche. Le vide sporche di sangue, e corse via.

“Gli ho chiesto mille… e lui ha accettato, Vlada! – disse piena di strana eccitazione – Avevi ragione, sai? Mi attende in camera. E’ georgiano, e’ qui per affari… dicono che i georgiani siano molto esigenti…”

“I georgiani sono solo uomini come gli altri. Come vedi, se desiderano una donna, pagano… forse “maslanie glaza” si e’ innamorato dei tuoi occhi, altrimenti non capisco perche’ ti voglia ad ogni costo… sei cosi’ magra!”

Scherzava. Irina lo sapeva e non se la prendeva, perche’ quando Vlada diceva cosi’, e poi rideva, significava che era felice.

“Ci vediamo domani, “rusalka dagli occhi di ghiaccio”, ma non trascinarlo nell’abisso, che’ i buoni clienti sono merce preziosa.”

Il terzo giorno l’eremita ardente
Sedeva sull’incantata riva
Ad aspettare la splendida fanciulla
Mentre l’oscurita’ sul bosco si posava.
La luce fugo’ le ombre della notte:
Del monaco piu’ nessuna traccia
Solo il fluttuare di una canuta barba
Alcuni bimbi scorsero nell’acqua.
(Aleksandr Pushkin – Rusalka)

La tredicesima fatica – Parte III

7 maggio 2008

Con i clienti Irina recitava quella parte che loro volevano: calda, instancabile per il sesso, insaziabile di piacere, ma in realta’ quasi mai partecipava, e poco le interessava cio’ che avveniva dopo la consegna dei babki, poiche’ era quello i momento in cui lei raggiungeva l’orgasmo.

Ancora, dopo tanti anni, non riusciva a capacitarsi di come avevano fatto quegli uomini a crederle, a credere ai suoi orgasmi, quasi sempre finti, a credere alle parole d’ammirazione che aveva per loro, a credere a quel suo sorriso, una maschera che indossava e niente piu’.

Oppure, anche loro, recitavano una parte, una rappresentazione che si esauriva quando l’incontro terminava?

Eppure…

Eppure lei sapeva che non era cosi’. Troppi di quegli uomini tentavano di andare oltre il consueto rapporto con la devochka che lei era, e troppi le proponevano un rapporto esclusivo. Cio’ significava che la sua recita riusciva a dar loro l’impressione che tutta quella sensualita’ che emanava fosse reale, naturale, spontanea.

Trecento dollari a notte era il prezzo per avere Irina nel letto, ma con chi s’infatuava quel prezzo poteva anche triplicare; secondo le indicazioni di Vlada.

Vlada e Irina… rusalki dagli occhi di mare e di ghiaccio. Quanti anni erano passati…

Dai trecento dollari era arrivata ai tremila euro, ed ancora c’era chi era disposto a pagare il triplo.

“L’amore costa di piu’” diceva con l’aria ingenua di una bimba.

Ma quella sera non era li’ per i soldi. Aveva accettato quell’appuntamento al buio per soddisfare la sua curiosita’, ed in cambio aveva realizzato il sogno di lui: incontrarla.

Quella volta comprese quanta distanza esistesse fra reale e virtuale, e come certe persone fossero capaci di recitare ancor piu’ abilmente di quanto fosse stata capace Irina.

Nella relazione virtuale lui si era mostrato completamente diverso dall’individuo che quella sera aveva di fronte a quel tavolo, e la delusione non era dovuta tanto alla fisicita’ di quell’uomo, che per lei non era elemento determinante, quanto a quello sguardo attraverso il quale gli si leggevano tutti i pensieri che gli passavano per la mente.

Pensieri unti…

Cio’ non avrebbe rappresentato un problema se si fosse trattato di un cliente, e per un attimo ebbe voglia di dirgli “se mi vuoi questo e’ il mio prezzo”, ma poi volle sperare di aver sbagliato nell’aver giudicato troppo presto, e desidero’ concedergli un ultimo barlume di fiducia, proponendogli cio’ che lei chiamava “la tredicesima fatica”.

Si rese conto che il suo gioco era, per certi aspetti, una manifestazione di sadismo che esercitava nei confronti degli uomini, di tutti gli uomini, ma doveva sapere chi era sinceramente interessato a lei come donna, doveva capire chi fosse meritevole di penetrare anche nella sua interiorita’, in una relazione che fosse avulsa dal piacere carnale del sesso e da quel desiderio che, lei, sapeva benissimo di stimolare in chi le stava di fronte.

E per capirlo non avrebbe potuto essere ne’ tenera ne’ comprensiva, perche’ chi avesse superato quella prova l’avrebbe potuta avere completamente, senza limiti, in una dimensione in cui solo pochi avevano avuto accesso.

Lui le guardava il seno sempre piu’ insistentemente.

Se c’era una particolarita’ che le era sempre stata d’aiuto nel lavoro, ma che nella vita privata le creava non poco imbarazzo, era la conformazione particolare dei suoi capezzoli che, anche in condizione di massima rilassatezza e di non eccitazione, restavano comunque sempre turgidi e ben visibili, tanto che “bucavano” persino qualsiasi reggiseno

E quella sera non lo portava, il reggiseno, e neanche cercava di reprimere quei due piccoli “bottoni”, che sembravano voler scappare da quello stretto tubino di maglia; anzi faceva di tutto per mostrarli, in modo che gli occhi di lui, ad un certo punto, non avessero altro riferimento che “loro”.

“Mi stai guardando le tette? – gli disse con aria smaccatamente maliziosa – lo so… le ho piccole… anzi, lo sembrano in proporzione alla mia altezza… uso i reggiseno della terza misura… coppa “C”… cioe’, ehm, lo avrei dovuto usare…”

Sorrise nel modo in cui solo una devocka che avesse imparato i primi rudimenti del mestiere in qualche freddo Paese dell’Est avrebbe potuto fare. Un modo che aveva quasi sempre disarmato gli interlocutori maschili, e che aveva sperimentato ed affinato in tanti anni di “professione”.

Si vergogno’ un po’ di quel suo atteggiamento proteso ad ingannare quell’uomo. Sapeva che non era corretto cio’ che stava per fargli, ma anche lui non era stato molto onesto con lei. Dov’era finito il romantico sognatore con il quale si era intrattenuta fino ad ore tarde comunicando via messenger? Dov’era finito l’artista, il sagace inventore di battute imprevedibili, il conversatore interessante e sorprendente?

Era rimasto, forse, folgorato? Un colpo di fulmine tale da renderlo noiosamente prevedibile?

Quel suo sguardo di ammirazione mista a desiderio perverso avrebbe potuto essere, per ogni donna, motivo di grande soddisfazione, ma non per lei. Lei non riusciva ad accettare il fatto di essersi sbagliata sul conto di quell’uomo, ed era, soprattutto, per tale ragione che gli aveva voluto concedere quell’ulteriore possibilita’.

“Ti propongo un gioco – gli disse decisa ad andare fino in fondo – un gioco che penso rendera’ questa serata assai piu’ intrigante.”

Masliane glaza”, come se avesse compreso che la serata stava volgendo nella direzione da lui sperata, si fece piu’ attento, e per un attimo distolse lo sguardo da quei due frutti rotondi fasciati nel tubino, dei quali avrebbe bramato gustare il sapore, ma lei gli smorzo’ per un attimo l’appetito proseguendo.

“Anzi, piu’ che un gioco e’ una scelta che dovrai fare. Una scelta importante che riguardera’ il nostro rapporto futuro.”

Lui farfuglio’ qualcosa d’indefinibile che poteva essere interpretato come un “si’” e lei inizio’ a spiegare.

“Ascoltami con attenzione. E’ inutile che stiamo a girare intorno alla questione, tu sai che cosa faccio nella vita, e sai anche a che prezzo lo faccio. Se sono qui stasera con te, se ho accettato di devirtualizzarmi, e presentarmi a questo appuntamento, non e’ per i soldi, come tu sai, ma per un duplice motivo: amicizia e sesso. So che non disdegneresti nessuna delle due cose, ma…”

Prese fiato, piu’ per valutare la reazione di lui alla parola “sesso”, sulla quale aveva caricato l’accento della frase, sapendo quanto gli uomini non potessero restare indifferenti di fronte ad una proposta del genere.

Lei ben sapeva come quel suo atteggiamento cosi’ deciso, avrebbe stabilito fin da subito i ruoli in quel gioco. Ruoli che, come al solito, l’avrebbero vista nella posizione di chi distribuisce le carte… oppure di chi muove col bianco.

Ricordo’ parole antiche, davanti ad una scacchiera di ebano ed avorio.

Muoveva col bianco Stepan Stepanovich. Nella sua eterna partita a scacchi, poneva sempre le condizioni perche’ gli altri fossero costretti a reagire alle sue “mosse”. Lui decideva l’apertura e l’impostazione iniziale, e questo gli dava un gran vantaggio su chi sapeva a malapena quale fosse la disposizione dei pezzi sulla scacchiera.

“Nonostante certi uomini si atteggino ad abili conquistatori, e certe donne recitino il ruolo di seduttrici irresistibili, in realta’ tali comportamenti, e l’ostentazione di essi, rivela solo una profonda ed inguaribile timidezza, Irina.”

Occhi chiarissimi dal taglio orientale, gia’ a quei tempi contornati da un leggero rigo di kajal, assunsero una tonalita’ malinconica.

“Tu non sai cosa significhi vivere in mezzo a gente che ti disprezza perche’ non sei come loro, Stepan. Fin da bambina ho sempre cercato di essere la migliore per controbilanciare la mia solitudine e la mia inadeguatezza con la consapevolezza di poter fare a meno di chiunque… poi, alla fine, tutto si trasforma in troppa sicurezza ed ostentazione… e questo, in un processo irreversibile e perpetuo, non ha fa altro che aumentare la distanza fra me ed il mondo.”

“Tu colori l’esistenza di tinte forti, mia cara. C’e’ chi ti ama per questo; ama il tuo modo di essere donna e bambina, presuntuosa ed umile, sbruffona e timida allo stesso tempo. La tua timidezza sara’ sempre palese, non riuscirai a nasconderla. Nonostante il tentativo che farai per mascherarla, chiunque l’avra’ di fronte, evidente… esattamente come i tuoi capezzoli… matto!”

Ritorno’ al presente.

C’era una cosa che lei sapeva benissimo. L’aveva sempre saputa fin da quando Stepan le dava le prime lezioni di scacchi, di sesso e di vita: la sua sicurezza in fondo non era altro che un residuo di quella appartenuta ad Irina. Irina che non esisteva piu’… o che forse, ancora, sopravviveva dormiente in quale angolo remoto, e che a volte si risvegliava.

Prosegui’ col discorso.

“Ma… una cosa esclude l’altra.”

(Continua…)

La tredicesima fatica – Parte II

2 maggio 2008

Un salto indietro nel tempo. Aveva 19 anni. Era piu’ magra, e portava i capelli lunghissimi, ma aveva gli stessi occhi. “Rusalka dagli occhi di ghiaccio”… Vlada la chiamava cosi’, quasi volesse sottolineare, oltre al colore, anche la glacialita’ del suo sguardo che a volte aveva, e lei scherzosamente ricambiava chiamandola “Rusalka dagli occhi di mare”.

Erano sedute al tavolo, ed insieme attendevano che qualcuno avesse desiderio di un po’ di calore per la notte, in cambio di qualche centinaio di dollari.

“Guarda quello… da come ti osserva pare ti abbia gia’ scelta. Preparati ad incassare ed a passarci la notte insieme – sorrise la rusalka con gli occhi di mare – Esamina sempre come ti guarda il lokh… se ti guarda in quel modo, allora puoi chiedergli cio’ che vuoi.”

“Anche piu’ dei soliti trecento? Non credo…”

“Con quello puoi anche triplicare. Lui vuole proprio te. Solo te. Guardalo: masliane glaza…”

Masliane glaza, occhi unti, occhi languidi, occhi di chi ha trovato cio’ che cerca, occhi che parlano e dicono: “ti voglio, e per te darei tutto.”

Ritorno’ al presente, e lui stava guardandola proprio in quel modo.

Nel rapporto virtuale era parso cosi’ piacevole…

Quella sera aveva scelto un abbigliamento particolare. Niente di troppo appariscente; un tubino nero in maglia corto abbastanza da mostrare le sue lunghe gambe, ma non tanto da essere indecente. Molto accollato ma oltremodo fasciante, sotto al quale non aveva indossato intimo, cosi’ che se l’occhio cadeva sulla forma naturale del seno o sulle rotondita’ armoniose dei fianchi, non si vedessero antiestetici segni di elastici, cordini o spalline.

Sapeva di avere delle belle gambe; insieme ai glutei, erano cio’ che, del suo corpo, gli uomini maggiormente ammiravano, per cui le rese lisce come seta, cosi’ da poter evitare le calze, ed indossare un paio di sandali allacciati alla caviglia, semplici ma con tacchi che le facevano raggiungere oltre 185 centimetri in altezza.

Lui non era proprio come nelle foto che le aveva inviato per email. Quelle dovevano essere state scattate qualche anno prima, ma nel complesso era un uomo piacente. Pero’ l’aspetto fisico di lui non era certamente cio’ che l’aveva attratta e portata ad accettare d’incontrarlo; a lei interessava altro: la dialettica, la sagacia, e la simpatia che, piu’ volte, durante tutto il periodo in si erano frequentati virtualmente, aveva dimostrato. E poi le aveva assicurato di essere interessato a lei come “persona”, e non come possibile “preda”.

Uomini…

Dicono dicono, parlano parlano, ma poi, alla resa dei conti, solo pochi riuscivano a mantenere le promesse fatte anche a se stessi, ed a restare coerenti cosi’ da mostrare una faccia insolita, inaspettata che la stupisse.

Invece, ancora una volta, masliane glaza…

Cambiava il personaggio, cambiavano i discorsi, l’intonazione della voce, i gesti e gli odori, ma lo sguardo restava sempre lo stesso: unto. E lui, in particolar modo, con quegli occhi scuri, pareva avere due olive gocciolanti d’olio al posto delle iridi.

I discorsi, durante la cena, si fecero sempre piu’ prevedibili, scontati, noiosi. Le intenzioni di lui erano chiare; nelle sue domande erano sempre piu’ presenti accenni al sesso, ed il suo sguardo troppe volte si posava laddove s’intravedevano le piccole protuberanze dei capezzoli che la maglia del tubino non riusciva a mascherare.

Ma forse era lei ad essere troppo esigente. Forse non voleva accettare il fatto che “quello” era cio’ che il “convento passava” e, bene o male, prima o poi, gli uomini tutti l’avrebbero delusa. Ad un certo punto si sarebbero tolti la maschera, ed avrebbero mostrato la loro vera natura: quella di chi non sa resistere ad un invitante corpo femminile, al punto di buttare a mare mesi e mesi di discorsi impostati sul “che bella persona sei… mi piace il tuo cervello… vorrei esserti amico… non sono interessato al sesso…”, e tutto il resto.

Lei non stava cercando un rapporto d’amore. L’amore e’ come la pietra filosofale, non puo’ apparire ad ogni incontro, come si attendevano spesso gli uomini con i quali si accompagnava a cena ed anche a letto. Costoro non comprendevano che, per amare, lei aveva bisogno che vi fossero tutti gli elementi necessari alla realizzazione di quell’alchimia. Primo fra tutti la la sincerita’.

A lei in quel momento sarebbe bastata anche una sincera amicizia: un rapporto personale che non fosse basato sulla rotondita’ del suo seno, ma che si reggesse su cio’ che lei riteneva essere ancor piu’ bello delle sue gambe: la sua mente.

Sicuramente tanti uomini le avrebbero donato anche l’amicizia, una volta che l’avessero suggellata con una bella scopata condita da un insuperabile servizietto orale. Si’, l’avrebbero certamente donata. Ovviamente fino a quando lei l’avesse data… gratis!

Malignamente penso’ di giocare sporco, comunicandogli il prezzo al quale lui l’avrebbe potuta portare a letto, ma poi decise di tentare la carta della “tredicesima fatica”. Nel caso avesse superato quella prova, lei sarebbe stata pronta a rivedere il giudizio deludente su quell’uomo, che si differenziava da colui che aveva conosciuto nel virtuale come il giorno si differenzia dalla notte.

Ripenso’ ad una partita a scacchi di tanti anni prima…

Stepan Stepanovich stava dando l’ennesima lezione alla sua “Galatea”. Come al solito, lo faceva mentre giocava a scacchi con lei, e sempre prima di darle l’immancabile scacco matto. Lei a quel tempo, non conosceva molte cose della vita, ma Stepan era un vero maestro, oltre che abile fra le lenzuola, ed anche li’ le aveva insegnato molto.

“Molti uomini infarciscono le loro parole con i loro sogni, non con la realta’… piu’ che parlare agli altri e per gli altri, recitano la loro parte irreprensibile in un teatro dove sono gli unici spettatori, ed il loro fine e’ applaudire a se stessi… ma a volte il desiderio e la bramosia contraddicono le loro intenzioni e fra una bella donna ed i loro principi, quasi sempre rinnegano gli ultimi.”

“Allora, se una donna e’ bella, non dovra’ mai credere a cio’ che le dicono? Dovra’ sempre tenere presente che, indipendentemente dai discorsi, vogliono solo possederla?”

“Dipende dagli uomini, Irina, e da quanto e’ bella la donna… credo che piu’ di altre tu dovrai sempre considerare attentamente quale possa essere il vero significato dei gesti, prima ancora del suono delle parole.”

Fece la mossa finale che concluse la partita ed anche il discorso. Da quel momento in poi sarebbe toccato a lei elaborare secondo una chiave tutta personale. La devochka doveva essere, innanzitutto, educata a pensare.

Pensare aiuta ad aprire la mente, che e’ poi quella che gli uomini potrebbero raggiungere facilmente, se non sbagliassero il percorso, e non utilizzassero quello che vorrebbero fosse usato per loro.

Il ricordo di Stepan, e di quella partita a scacchi, si dissolse fra meandri delle parole di lui, che proseguiva nella sua recita finalizzata ormai solo ad affascinarla per ottenere cio’ che lei sapeva.

La stava “prendendo larga”, temendo forse di affrettare troppo le cose e di ricevere un rifiuto, ma il percorso che intendeva seguire era ormai scontato. Lei si domando’ se quel cambio di atteggiamento, da intellettuale quasi disinteressato al sesso che aveva nel virtuale, a satiro con gli occhi unti di quel penoso reale, fosse dovuto alla circostanza del momento o se egli avesse gia’ pianificato tutto.

Interrompendo uno dei tanti discorsi inutili, lei ruppe gli indugi e gli chiese:

“Non vorrai continuare all’infinito con queste cose noiose senza arrivare al dunque… cioe’ a chiedermi quello che vuoi chiedermi, vero? Ci sono altri modi per passare la serata in modo interessante… io ne conosco almeno due…”

Nessuno la chiamava piu’ Irina da molto tempo, ma quando era necessario riportava alla luce quel suo antico sguardo di rusalka dagli occhi di ghiaccio. E fu in quel modo che lo guardo’.

(continua…)

Come l’acqua del mare

12 febbraio 2008

Negli occhi avevi il colore del mare d’Azov, com’e’ quello dell’acqua la’ dove sfocia il Kuban’.
La osservavi.
Le entravi con gli occhi dentro gli occhi.
Dolce, ineluttabilmente dolce, la osservavi.
Sorridevi.
“Sei convinta?”
“Lo sono”
Rispose senza esitare.
Era giovane ed irrazionalmente si sentiva profusa da una strana energia, mista di quel calore e quella luce che emanavi.
Il tocco fuggevole e stranamente passionale delle tue dita, passate con delicatezza sulla sua guancia, le fecero immaginare il petalo di una rosa.
Ne senti’ anche il profumo.
Assurdamente, in quell’attimo annientasti il suo cuore e, con quello, ogni altro sentimento che lei avesse mai provato.
Come un morso dato alla mela del peccato, provo’ un brivido che, attraverso il suo seno, le scivolo’ dentro le viscere dell’anima.
“Sei molto bella, avresti successo, ma non sara’ facile all’inizio…”
Sorridevi e tenevi le dita attorcigliate alle dita temendo un suo ripensamento.
“Per me lo sara’ – gemettero le sue labbra con un sospiro – voglio farlo”
I tuoi occhi erano calamita, i suoi ferro.
Nel tuo sguardo ci fu un impercettibile bagliore di soddisfazione.
Passasti la punta della lingua sulle labbra detergendole con la saliva.
Fu li’ che lei ebbe, per la prima volta, il desiderio di mescolarla con la sua.
Fu li’ che lei desidero’ respirarti, mescerti, amarti come la sua poesia.
Come questa, Vlada, composta il giorno in cui v’incontraste.

Risveglio in Sokolniki – Storia di Vlada (Interludio)

21 gennaio 2008

La prima cosa che vedesti aprendo gli occhi fu il volto di Slavik. Stava ancora dormendo. Con lui non avevi fatto sesso. Avevi fatto l’amore.

Capita che lo si desideri anche se non lo vogliamo, amore mio, perche’ il cuore non batte mai in sintonia con la volonta’. Procede autonomo, seguendo la corrente impetuosa di un fiume che conduce laddove non e’ possibile presagire.

Quella notte eri stata colta all’improvviso dall’alluvione, fino a che, stanca di lottare, ne eri stata travolta. Ma non annegasti e forse in quel risveglio ti sentisti fuori pericolo come chi “uscita dal fiume, fra i giunchi cadde bocconi e bacio’ la terra dono di biade”.

Nella penombra di quella stanza bizzarri giochi di luce chiaro scuri mettevano in risalto la sua sagoma e dalle lenzuola parevano emergere, inconsapevoli e possenti, i volumi pieni del corpo di Achille che riposava disarmato.

Aveva ciglia lunghe. Non le avevi notate al primo colpo d’occhio, come non avevi notato altri dettagli che, a poco a poco, emergevano sempre piu’ evidenti.

Lo zigomo forte che segnava la forma del suo viso si congiungeva alla tempia dove questa si distendeva formando una fossetta che pareva contenere un frammento di ombra che sembrava liquida. La punta delle dita fecero per sfiorarla. Temendo di svegliarlo ti fermasti poco prima di toccarla, ma i sensi di lui risposero piu’ veloci della tua intenzione

Ebbe un fremito ed apri’ gli occhi.

“Ah, sei tu… ”

“Sono qui – rispondesti con una voce intrisa di una dolcezza che non ricordavi di possedere – dormi… sono qui”

Baciasti la sua fossetta e sgusciasti fuori dal letto, silenziosa.

Ieri, oggi e domani

25 dicembre 2007

Non confessero’ mai se Tündér, Irina, Vlada ed Olga, protagoniste dei miei raccontini, contengano un qualche accenno autobiografico. Ognuno leggendomi e’ libero di spaziare con la fantasia ed immaginare cio’ che preferisce, connotando ciascuna e collocandola, come una tessera, in un preciso punto del mosaico temporale.

Chi ha gentilmente commentato quelle storie mi ha detto che esse appaiono come storie di donne (ragazze) che non appartengono all’oggi. In effetti i personaggi si muovono in un periodo che va dalla fine degli anni ottanta fino a poco dopo il duemila. Anni di cambiamento e di grandi trasformazioni socio-culturali che hanno investito non solo quella parte dell’Europa che era situata ad est della cortina di ferro, ma l’intero pianeta. Un momento storico di transizione in cui tutto e’ mutato: confini, ideologie, convinzioni, valori, speranze, obiettivi.

Persino i colori, una volta intrisi di ovattate tonalita’ di grigio e di bruno spruzzate dal bianco della neve, si sono trasformati in variopinte e chiassose tavolozze, fantasmagorici cartelloni pubblicitari simbolo di un’epoca in cui l’avere e’ piu’ importante dell’essere.

Le “mie” devochki non avrebbero dunque oggi modo di esistere, di vivere, di evolversi e di raccontare le loro storie.

Si’, forse sarebbero anacronistiche. Donne di ieri dai contorni sfumati ancora legate a valori tipici di una generazione vissuta a cavallo della caduta del muro ed al loro posto ci sarebbero figure diverse che onestamente non saprei descrivere.

Pero’…

Anche se le grandi citta’ vivono ormai a ritmi occidentali e la neve ha assunto un colore nerastro per i gas emessi dai tubi di scappamento delle auto, nella provincia lontana dal chiasso dove la vita scorre come la sabbia in una clessidra, ancor oggi e’ possibile incontrarle ed ancor oggi si ripetono storie che fanno parte di un mondo mai del tutto scomparso che pero’ ha dovuto adeguarsi alla tecnologia del virtuale.

Riporto da INTERNET:

Svetlana e’ una ragazza venticinquenne che quest’anno ha materializzato il proprio sogno: andarsene dalla sua citta’ natale, Jaroslavl, per andare a vivere a Mosca ed iscriversi alla prestigiosa universita’ della capitale russa. Si guadagna da vivere lavorando in un “studio-webcam”, nel quale e’ capitata dopo aver notato un’inserzione in un quotidiano moscovita.

– “C’era scritto: cercasi ragazze per lavoro su siti Internet con buona conoscenza dell’inglese e del pacchetto software Windows. Ho pensato: proprio quello che fa per me. Mi sono presentata e tutt’attorno webcamere…Ci sono rimasta male, lo ammetto. Ma poi mi hanno detto: guarda che non ti devi mica spogliare. Dovrai solo conversare di temi generici. Alle nuove arrivate dicono sempre cosi’…”.

– E tu hai iniziato a spogliarti da subito?

– No, all’inizio non me la sentivo, ma poi ho iniziato a chiedermi se avrei potuto farlo o no. E dopo essermi spogliata per la prima volta, poi e’ diventata una cosa normale.

– Il cliente lo vedi?

– A volte si’, a volte no. Spogliarmi davanti ad un monitor vuoto e’ un qualcosa che faccio tranquillamente, ma quando sul monitor vedi i suoi occhi, vedi come lui ti osserva e’ un qualcosa di terribile, soprattutto se il cliente di turno e’ normale e carino.

– Il cliente di turno ha il diritto di chiedere che tu faccia tutto quello che vuole lui?

– In teoria si’, ma tu ti puoi rifiutare. Ad esempio e’ categoricamente proibito il sesso con gli animali e con i bambini. E poi dipende da quanto tu stai al gioco, in fondo non si tratta solo e sempre di agire…Ci sono anche quelli che vogliono che tu gli racconti che sei una gran troia…Uno in particolare mi ha chiesto di raccontargli nei dettagli di come mio padre e mio fratello mi hanno posseduta davanti agli occhi di mia madre…Sinceramente preferisco fare qualcosa di concreto che inventarmi tali storie! All’inizio era veramente squallido, ma poi i colleghi mi hanno convinta: “In Russia non bisogna vergognarsi di guadagnarsi la vita in questo modo”, mi hanno detto.

– Ci sono dei veri perversi?

– Una marea! Alcuni amano vedere una ragazza mentre orina. Anche i masochisti non mancano; bisogna insultarli ed inventarsi sul momento qualche punizione. Un qualcosa in fondo di divertente che serve a svariarti un po’. E ci sono anche quelli che chiedono: “Parla con me come se io fossi tuo padre”. In America di tipi cosi’ ce n’e’ un’infinita’, come quelli che ti chiedono di metterti in bocca svariati oggetti…

– Oltre a te, quante ragazze lavorano nel tuo studio?

– Dalle 25 alle 30. In una stanza ci sono 5 computer, nell’altra 6 e si lavora a turni.

– I tuoi genitori sono al corrente di come ti guadagni la vita qui a Mosca?

– Certo, e mio padre mi dice sempre: “Sara’ anche amorale ed illegale, ma in Russia la gioventu’ si trova in una situazione tale che per guadagnare e’ costretta a ricorrere a cose del genere, per cui e’ tutto normale, figliola”. Ed effettivamente non e’ colpa nostra se trovare un lavoro normale e’ pressoche’ impossibile…

Se si chiede alle “modelle” come mai si occupano proprio di queste cose, ognuna di loro rispondera’ a proprio modo. La piu’ sincera vi dira’: “Delle tre cose che potevo fare, prostituta, spogliarellista e modella webcam, ho scelto quest’ultima”. Altre invece sognano in questo modo di fare la conoscenza di uno straniero e di sposarsi, come ad esempio Anja, che ha sposato un olandese col quale adesso ha aperto uno studio di webcam in comune.

Ma molto spesso le ragazze, rispondendo piu’ seriamente vi diranno che c’e’ da pagare l’affitto e l’universita’, e quelle piu’ ostinate sostengono che, mettendocela tutta, si puo’ arrivare a comprarsi la macchina e l’appartamento, sebbene per il momento nessuna sia ancora riuscita a mettere da parte un capitale del genere.

Altro discorso e’ la reazione dei genitori quando vengono a sapere in che modo la loro figlia ha portato a casa gli ennesimi 300 dollari. Come ha dichiarato la “modella” Inna, i suoi genitori “si rendono perfettamente conto che come insegnante di musica non sarei in grado nemmeno di mantenere me stessa, invece di tutta la famiglia”. Ed effettivamente, per le citta’ della provincia russa i guadagni ottenuti grazie alle webcam non sono niente male, anche se va detto che le prostitute “vere” e non virtuali guadagnano assai di piu’.

Un minuto di chat costa al cliente dai 0,75 ai 5,99 dollari. Il guadagno viene diviso a meta’ tra il proprietario del sito negli Stati Uniti e quello dello “studio” in Russia. Da parte loro, le “modelle” si mettono in tasca una somma che varia dal 25 al 40% dell’introito. Cioe’, nell’arco di 6 ore, una ragazza puo’ guadagnare dai 65 ai 300 dollari.

Il guadagno del proprietario dello studio e’ ancor maggiore. Per aprire lo studio non serve poi molto: il locale, l’accesso ad Internet, i computer, le webcam, senza dimenticarsi della cosiddetta “protezione”, cioe’ il racket. Ed e’ chiaro che piu’ ci si allontana da Mosca, piu’ tutto questo costa di meno. Mediamente la “modella” meno cara guadagna circa 25 dollari al giorno e se le “modelle” sono 30…

Timur e’ uno dei proprietari di uno studio-webcam a Mosca. Davanti ad un bicchiere di whisky racconta com’e’ in fondo facile, bello e conveniente disporre di uno studio simile: “In America ci sono portali enormi che favoriscono tale attivita’ e che hanno investito somme da favola per promuoverli. Qui in Russia, chiunque puo’ connettere il proprio canale munito di camera, e con le sue ragazzine e ragazzini avere subito a disposizione i milioni di clienti americani. Poi ci potranno anche accusare di preparazione di materiale pornografico illegale, di attivita’ illegale e di mancato pagamento delle tasse. Un momento! La prima accusa cade subito, dal momento che la “modella” viene registrata sul sito che e’ regolarmente munito di licenza ed e’ ufficialmente registrato negli Stati Uniti. Per cio’ che riguarda il resto…Per legge ognuno e’ tenuto a pagare le tasse, e niente e nessuno mi proibisce di farlo. A dire il vero pero’, niente e nessuno mi ci costringe, dal momento che dimostrare che guadagniamo e non paghiamo le tasse e’ praticamente impossibile”.

Da un lato e’ impossibile lottare contro tale tipo di prostituzione su Internet, e’ un qualcosa di insensato, dal momento che se c’e’ la domanda c’e’ pure l’offerta e Internet ed il sesso vanno da tempo a braccetto. Ma innanzitutto va detto che l’intera Russia e’ praticamente invasa da studi-webcam, un tipo di business decisamente chiuso, munito di sistema di sconti e tariffe, attorno al quale girano colossali somme di denaro.

Inoltre, quando ad una ragazza viene proposto di fare la prostituta, la ragazza in questione capisce perfettamente che dovra’ vendere il proprio corpo in cambio di denaro e se si tratta di spogliarello, la cosa e’ altrettanto trasparente. Ma quando ad una ragazza viene proposto di lavorare dietro ad una webcamera, non le si dice mai che genere di attivita’ l’aspetta all’atto pratico. E la stragrande maggioranza delle “modelle” inizia a conversare in modo sincero con gli “stranieri infelici”, per poi col tempo abbattere le restanti barriere. Non subito, ma nel momento in cui si rende conto di cosa combinano sul monitor i clienti. E la cosa piu’ importante: i soldi. “Loro non si vergognano, perche’ dovrei farlo io?”

Si potra’ anche obiettare che una ragazza normale, di fronte ad una proposta del genere, rifiuti senza indugio. Ma per una nuova “modella”, un’amica o una conoscente qualunque portata nello studio, se quest’ultima lavora non meno di 3 ore, si guadagnano 100 dollari di premio. Per cui le colleghe faranno i salti mortali per convincerla a restare, alludendo al dovere nei confronti dei genitori che tirano la cinghia, al fatto che in fondo non si tratta di prostituzione e che anche Julia Roberts a suo tempo giro’ scene erotiche. Senza dimenticare, ovviamente, il fatto che nella Russia attuale una donna puo’ far soldi solo in questo modo…

Fonte: Moskovskij Komsomolets

Storia di Vlada – IV parte (Kak sneg)

18 dicembre 2007

Sarebbero arrivati i tempi in cui una persona poteva cadere a terra esanime senza che qualcuno le desse aiuto. Sguardi volontariamente distratti non si sarebbero posati neanche su un cadavere e le orecchie sarebbero state sorde ai colpi di un AK47, ma ancora, in quella citta’ in oriente, esisteva attenzione per episodi che turbavano l’ordine pubblico. Se solo un ubriaco avesse sbraitato sarebbero apparsi dal nulla gendarmi pronti a rimuovere quel problema imprevisto, lasciando sul selciato tracce di sangue e vomito che sarebbero state presto ricoperte dalla neve.

Eri a stremata e non avesti il tempo di capire, sentisti solo mani forti che ti sollevavano. Ti rannicchiasti nel grigio calore dello shinel del poliziotto. L’ultima immagine che vedesti prima di abbandonarti completamente, fu la stella rossa fregiata d’oro con al centro il simbolo del regime sul suo ushanka.

Nel piccolo ufficio dove ti adagiarono restasti sola con tre uomini, uno dei quali sarebbe diventato importante nella tua vita, ma ancora non lo sapevi. Ti osservava con quegli occhi scuri e severi nei quali avresti imparato in seguito a scorgere anche una sporadica dolcezza.

Eri impaurita. Non ne fosti attratta subito, ma lui lo fu da te. Non puo’ essere altrimenti oppure adesso non sarei qui a raccontare la tua storia, ad incastrare le tessere di puzzle che mi hai mostrato in quelle lunghe notti passate insieme. I tuoi racconti che come gocce di rugiada colavano lente e scendevano dalla foglia dissetando il mio fiore.

Vyacheslav era il suo nome. A causa della sua forza lo chiamavano Medved, ma si presento’ come Slavik. Dal tono che uso’ per congedare il poliziotto che lo aveva aiutato a portarti li’, capisti che aveva autorita’ fra quelle mura.

A quel tempo negli hotel in cui venivano fatti alloggiare gli stranieri, all’entrata stazionava un poliziotto che controllava chi accedeva ed all’interno era sempre attivo un ufficio dei servizi di sicurezza dello Stato al quale il personale dell’hotel si doveva rivolgere per segnalare qualsiasi anomalia non il linea con lo standard imposto dal sistema.

Gli ufficiali erano quattro, sempre gli stessi e si alternavano a coppie. Avevano autorita’ su tutto cio’ che si svolgeva nell’hotel. Persino il direttore doveva attenersi ai loro “suggerimenti”. Erano loro che decidevano chi poteva varcare la porta d’entrata e chi no.

Tu non avresti dovuto essere li’ come non dovevano esserlo le ragazze che intrattenevano gli ospiti e che erano presenti al bar, ma fintanto non ci fossero state ispezioni superiori, Medved ed i suoi colleghi avrebbero continuato ricevere valuta pregiata in cambio della loro informale accondiscendenza.

Subisti un blando interrogatorio, come da regolamento, e dato che non eri una di quelle devochki che, come spesso avveniva, tentavano d’intrufolarsi agganciando qualche cliente fuori dall’hotel, si limitarono a chiederti il nome e la tua provenienza. La complicita’ con il collega permise a Slavik di glissare sul fatto che non avevi documenti e si accordo’ per avere cura di te.

Ti fece riposare al caldo, ti fece bere del buon tchai, cerco’ di rassicurare le tue ansie. Era la sera di un 31 dicembre in cui la neve era scesa copiosa. Quella che stavi vivendo non era certo una fiaba, ma a te bastava un luogo sicuro dove poter riparare il tuo cuore. Lui te l’offri’ in quell’appartamento in una krushovka di Sokolniki e tu lo ricambiasti con una kurinaia lapsha preparata con cio’ che trovasti nel frigorifero ed offrendogli il tuo corpo. Devota.

Neanche a te stessa hai mai confessato se lo hai amato oppure se gli sei stata solo sinceramente grata. Tu mi hai insegnato che l’amore e’ un sentimento bizzarro. Si dissolve in fretta e diventa fango come la neve sotto la pioggia, oppure resta avvinghiato all’anima come ghiaccio in una tormenta, stretto nella morsa del gelido vento che odora di Moscova e che d’inverno scivola giu’ dai Carpazi fin dentro la mia stanza. Messaggero che mi parla di te.

(Continua?)

Interludio in Rublёvka

12 dicembre 2007

“Le donne che non guardano gli uomini… uff… aspetta… ho perso la pagina.”

Il libro le scivolo’ di mano e cadde sul pavimento facendo un rumore sordo. Delicata come in ogni suo gesto, prima di chinarsi a recuperarlo mi guardo’ con aria innocente e mi sorrise. Poi raccolse il libro, ritrovo’ la pagina e riprese a leggere.

“Le donne che non guardano gli uomini attraenti guardano gli uomini con donne bellissime.”

Si morse il labbro inferiore ed suoi occhi si fissarono pensierosi su qualcosa d’indefinito. L’amavo nei momenti in cui, non dovendo ostentare forza e sicurezza per atteggiarsi a sorella maggiore di tutte noi, si abbandonava alla sua naturale femminilita’, come una bimba incantata davanti ai dolci appesi all’albero di Natale. Ed a me bastava guardarla.

“Irina, questo e’ cio’ che Kundera pensa dell’attrazione. Sei d’accordo?”

Le risposi che concordavo, ma che per commentare quella frase non si poteva fare a meno di accennare anche al desiderio, alla passione, all’amore, alla gelosia. Iniziai cosi’ a raccontarle dei tradimenti leggeri della “mia” Sabina, quindi di Tereza e della sua pesante gelosia.

Amavo Nesnesitelná lehkost bytí e volevo che anche lei lo amasse. L’avevo letto non ricordo piu’ quante volte ed avevo imparato a memoria numerose citazioni. Ce n’era una che, come lei, era perfetta e che i suoi occhi color del mare d’Azov mi ricordavano ogni momento. Adattandola a noi due le sussurrai:

“Chi vive all’estero cammina su un filo teso in alto nel vuoto senza la rete di protezione offerta dalla propria terra dove ci sono la famiglia, i colleghi, gli amici, dove ci si puo’ facilmente far capire nella lingua che si conosce dall’infanzia. Nel mio Paese sarei dipesa da Vlada soltanto nelle cose del cuore. Qui’ dipendo da lei in tutto. Se lei m’abbandonasse, che ne sarebbe di me? Devo dunque passare tutta la vita con la paura di perderla?”

Capitolai e le cedetti le chiavi della mia fortezza. Lei resto’ ad ascoltarmi in quel suo silenzio cosi’ affascinante che rende inutile ogni difesa. Le posai teneramente la mano sulla nuca accarezzando i morbidi capelli. La baciai.

Quelle labbra erano sicuramente un pezzetto della mela che Eva un giorno aveva donato… e non solo ad Adamo. Labbra tentatrici che, come la mela, esistevano solo per essere assaporate. Se Dio non avesse desiderato che Eva vagasse per il mondo mettendo a dura prova le anime incontrate sul suo cammino, non le avrebbe dato la vita e soprattutto non avrebbe creato l’albero del peccato.

“Chi si da’ all’altra come una soldatessa si da’ prigioniera, deve prima consegnare tutte le armi. E cosi’ privata di ogni difesa, non puo’ fare a meno di chiedersi quando arrivera’ il colpo.”

Come tessere di un puzzle che s’incastravano alla perfezione, eravamo droga l’una per l’altra. Pelle bianca ed ambrata, occhi di smeraldo e cobalto, capelli dorati e corvini che s’intrecciavano e si mischiavano come cristalli in un caleidoscopio.

Di quella giornata addolcita dalla poesia, trascorsa a darci baci in quella casa in Rublёvscoe shosse, resta il sapore che ancora oggi porto sulle labbra ed il suono di una voce che mi raggiunge fin dentro le ossa.