Archive for the ‘Tündér’ Category

La cantatrice del villaggio

7 gennaio 2011


Si racconta che un tempo vivesse nel regno d’Ungheria una cantatrice dalla voce bellissima, talmente brava da essere richiesta in tutte le corti reali. Per anni si era esibita nei teatri piu’ famosi, aveva rallegrato i salotti piu’ esclusivi, e la sua notorieta’ l’aveva fatta diventare molto ricca. Fino a quando un giorno scomparve, e di lei nessuno seppe piu’ nulla. (more…)

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Borostyán gyöngy

29 gennaio 2010


“Perla d’ambra” mi ha chiamata, e mi ha incantata con i dolci versi di Kosztolányi Dezsõ. Poi mi ha attribuito gli aggettivi piu’ preziosi e mi ha detto che sono rara, unica, inestimabile come una stella cadente in una notte d’inverno, piu’ luminosa di Venere. Non osavo credere alle mie orecchie quando ascoltavo quelle parole. Dette da un uomo, poi! (more…)

La storia di Tündér e del coltellino magico

17 novembre 2009


C’era una volta, tanto tempo fa che se n’e’ perfino perso il ricordo, un ricco proprietario di terre che aveva al servizio due contadini tzigani, marito e moglie. Costoro erano anziani e non avevano figli, ma entrambi continuavano a sperare che prima o poi ne sarebbe arrivato uno… ma invano. Pero’, nonostante (more…)

Perche’ i salmoni risalgono il fiume?

12 ottobre 2008


“Osserva la natura… ne trarrai insegnamenti che niente e nessuno ti potranno mai dare, Tündér, ne’ i grandi maestri di vita, ne’ alcun libro importante, perche’ siamo ospiti qui, e lo siamo solo per il tempo che ci sara’ consentito di restare. Dobbiamo rispettare le regole… e’ comunque il destino degli zingari di togliere il campo e partire e, bene o male, prima o poi ce ne andremo tutti.”

(more…)

Pomeriggio ungherese

23 luglio 2008


Chissa’ come ricorderesti oggi il giorno in cui per la prima volta sentisti il battito di mille farfalle, Tündér?

Falánk Faló era il posto giusto dove bere la migliore Dreher per pochi forint a boccale. C’era l’atmosfera giusta per chi desiderava stare in compagnia, ridendo e scherzando oppure, piu’ intimamente, voleva solo guardarsi negli occhi.

Eri un fiore sbocciato in ritardo. Per quel motivo ti sentivi diversa. Tutte le tue coetanee avevano gia’ avuto esperienze con i ragazzi. Tu no.

Avevi conosciuto Rezsö da qualche settimana e per lui provavi assai di piu di una forte simpatia. Aveva solo pochi anni piu’ di te, pero’ possedeva un’automobile, e questo ai tuoi occhi lo faceva apparire molto piu’ grande ed esperto.

Fino a quel giorno eravate stati solo amici. Non era accaduto ancora niente; solo qualche sguardo carico di significati. Se pensavi al sesso, ti sentivi imbarazzata perche’ temevi di non essere in grado di saperlo fare. Non avevi mai baciato nessuno e nessuno ti aveva mai toccata.

A parte una volta… al paese. Un compagno di scuola. Ti aveva proposto un gioco. Non avevi ancora 14 anni. Avvenne al fiume mentre eravate soli. Il ragazzo mise la mano sotto la tua maglietta toccandoti il seno inesistente. Sentisti un senso di fastidio e ti ritraesti ponendo fine a quel gioco, ma notasti che i tuoi piccoli capezzoli erano diventati piu’ duri e ti provocavano dolore. Per lungo tempo, le ragioni di quella strana reazione del tuo corpo ti erano rimaste ignote.

Quando crescesti, capisti che toccarti in certi punti ti procurava piacere, ma non tale da crearti la voglia di accarezzarti come invece facevano alcune tue compagne di scuola. Infatti, ai primi sintomi “strani” che avvertivi, ti fermavi. Non ti eri mai spinta oltre il limite di qualche tocco superficiale, e non avevi mai provato quello che le altre raccontavano.

Avevi quasi timore a farlo, come se quel gesto fatto in quel modo per te fosse come affrontare da sola un labirinto sconosciuto, misterioso luogo in cui avresti voluto avere accanto qualcuno che ti guidasse, e che ti abbracciasse.

Chissa’, Tündér, se oggi potessi scrivere i tuoi ricordi, come descriveresti il modo in cui guardavi Rezsö quel giorno. Avevi preso una bella cotta per lui ed i tuoi occhi chiari a quel tempo erano incapaci di mentire. Era la prima volta che sentivi la voglia di essere toccata da altre mani, ma non quelle di chiunque. Dalle sue.

C’era allegria e spensieratezza da Falánk Faló. In quegli anni, tutto stava cambiando ed assumeva tonalita’ esistenziali che i vostri genitori non avevano mai vissuto. Rezsö ti teneva la mano giocherellando con le tue dita, ed ogni tanto sorseggiava la birra. Poi ti propose un cinema.

C’erano dei film che volevi vedere: “Pretty Woman” oppure “Ghost”. Ma Rezsö preferiva “Caccia a Ottobre Rosso”.

Quella di saper convincere era una dote naturale che hai sempre posseduto. Con il ragionamento, senza mai alzare il tono della voce, senza mai trascendere in comportamenti bizzosi o ricattatori, riuscivi quasi sempre ad ottenere cio’ che desideravi senza che gli altri avessero l’impressione di essere stati, in qualche modo, costretti.

Decideste per Ghost. Adducesti la motivazione che avevi bisogno di vedere una storia d’amore perche’, quel pomeriggio, ti sentivi particolarmente romantica. Se adesso potessi riparlare di quei momenti, Tündér, ricorderesti come quella sia stata la prima volta in cui hai usato un po’ di quella sottile malizia che, nel futuro, avrebbe fatto parte integrante di te?

Lo spettacolo all’Európa in Rákóczi utca era appena iniziato. Il film era proposto in lingua inglese con i sottotitoli in magiaro, ma era cosi’ che funzionavano le cose in quegli anni. C’era pochissima gente, la sala era semideserta, ma vi sedeste comunque nelle poltroncine in ultima fila. Entrambi sapevate di non essere li’ solo per il film.

Sentivi il cuore in gola da quanto ti batteva. Il buio intorno, complice, fece il resto. Mentre le scene sullo schermo si avvicendavano raccontando la storia, la tua mente era da tutt’altra parte. Rezsö ti abbraccio’ e ti tiro’ a se’.

Forse, come gli animali, anche gli esseri umani capiscono quando e’ arrivato il momento. Forse si tratta di una reazione chimica che avviene solo in determinate circostanze. Forse tutto cio’ ha a che fare con gli oroscopi, con gli influssi astrali, oppure e’ semplicemente la voglia di crescere e di non sentirsi diversa.

Chissa’, Tündér, come descriveresti oggi il sapore di quel primo bacio. Se ricorderesti il calore della giovane lingua di lui che ti entrava dentro, mentre tu, passiva, ti facevi esplorare. Se ripenseresti all’odore delle salive mischiate, a quello dei capelli, della pelle, del desiderio…

Forse potresti raccontarlo, Tündér, forse fra i centomila baci ricevuti, donati e venduti nella tua vita, quel bacio sarebbe uno di quelli che ricorderesti. E ricorderesti anche quella mano che, audace, s’insinuava sotto la tua maglia e ti accarezzava i piccoli seni da poco sbocciati. Come quel giorno al fiume, facendoti inturgidire i capezzoli tanto da provare dolore… mentre dentro al ventre avevi la sensazione di un fremito simile al battito d’ali di mille farfalle.

Ti lasciasti toccare. I polpastrelli di lui mitigarono un po’ di quel dolore, ma non era abbastanza. Sapevi che non era abbastanza. Poi sentisti la sua mano sotto la gonna. Era morbida e calda. Si faceva strada in mezzo alle cosce scivolando dolcemente. Sapevi dove si sarebbe fermata. Era cio’ che volevi. T’abbandonasti finalmente al piacere, andando oltre quel limite che da sola non avevi mai avuto il coraggio di superare.

Le dita di Rezsö ti accarezzavano il sesso, separato solo dal sottile velo delle mutandine. Cio’ che provavi era qualcosa che non avevi mai immaginato. Sentivi un languore, una smania, un calore, e la voglia di qualcosa che non riuscivi ad individuare.

Era quello il sesso? Se potessi raccontarlo oggi, Tündér, diresti di no, ma forse sbaglieresti…

Avvertisti una sensazione di umido. Sentisti le mutandine bagnate. Temesti di aver sbagliato il calcolo con i giorni del ciclo. Provasti paura… e vergogna. Pensasti che, se Rezsö si fosse accorto, avrebbe avuto disgusto di te.

“No, no… basta”

“Che c’e’? – disse lui sottovoce continuando a toccarti – Non ti piace piu’?

Ti ritraesti e gli togliesti la mano.

“Ho detto basta! Non posso…”

“Perche’ non puoi? Eri gia’ bagnata… mi piaci molto Tundi… non vuoi che ti faccia godere?”

Godere, godere, godere. Sempre godere e solo godere. Avresti imparato anche tu come godere e come far godere, ma in quel momento non sapevi cosa significasse. Avevi fatto la smargiassa con Rezsö; gli avevi fatto credere di essere come le altre ragazze sue amiche, invece tu non conoscevi il sesso, non sapevi farlo, non avevi cognizione neppure del tuo corpo e delle reazioni che potevi avere.

“E’ che mi sono venute… non posso.”

“Venute cosa?”

“Le mestruazioni, Rezsö, sono tutta bagnata. Lo hai detto anche tu. Devo andare a lavarmi.”

Rezsö si blocco’, sorpreso. Si guardo’ le dita, poi si lecco’ un polpastrello con la punta della lingua. Infine ti guardo’ e disse:

“Tundi, tu non la racconti giusta… non hai le mestruazioni. Perche’ t’inventi questa cosa?”

“Ma le ho, ti dico! Le sento.”

“Tundi… non sono mestruazioni… ma non dirmi che non lo sai…”

Ti guardo’ negli occhi e capi’ che non lo sapevi.

“Tundi… non posso crederci…”

Chissa’ come ti comporteresti oggi, Tündér, se per magia potessi ritornare in quella situazione. Sicuramente ripeteresti la scena, come in un moto perpetuo temporale, o come in una coazione a ripetere. Oppure, con il senno di poi, fingeresti ingenuita’ come avresti fatto piu’ volte con altri uomini meno giovani di Rezsö, ma piu’ interessati di lui a quel corpo adolescente con il quale avresti convissuto ben oltre il compimento della maggiore eta’.

Sentivi che avevi le lacrime agli occhi

“Rezsö, non arrabbiarti, ma io…”

“Non lo hai mai fatto, vero?”

“Non sono mai stata con un ragazzo…”

“No, dico che non lo hai mai fatto. Neanche da sola.”

“No… “

“Non sai che per una ragazza bagnarsi e’… naturale?”

“Non mi sono mai piaciute quelle cose, Rezsö…”

“E perche’ non mi hai detto nulla? Tu mi piaci Tundi, lo sai che non ti avrei mai mancato di rispetto… bastava che me lo dicessi.”

“Ma con te e’ stato diverso… mi piaceva.”

“Certo! L’ho capito da come ha reagito il tuo corpo. Accade questo alle ragazze, Tundi. Ai ragazzi, invece, accade qualcosa di simile, ma solo alla fine.”

Sapevi che alla fine c’era quel godimento di cui le tue compagne parlavano. Sapevi che alla fine si provava un estremo piacere, ma come era possibile descrivere i colori ad una daltonica?
Ma tu non eri daltonica, almeno non per quella gamma di colori. Avevi solo il timore di non essere all’altezza di vederli. Non avresti mai accettato di essere una mediocre. Solo che, per saperlo, dovevi metterti alla prova… almeno una volta.

“Voglio farlo con te, Rezsö. Fammi arrivare alla fine.”

Quei momenti, Tündér, sono tuoi e se un giorno ti venisse voglia di raccontarli, non curandoti di quello che potrebbe pensare chi dovesse leggerli, li racconteresti cosi’.

Il compromesso

9 marzo 2008


Erano passati dieci anni dall’inizio di quel gioco. Sapeva che non aveva piu’ il fisico di quando era modella, pero’ quando si guardava allo specchio ritrovava ancora quei dettagli per i quali tanti uomini l’avevano desiderata e pagata nel passato.

Aveva ancora un un bel corpo. Ore ed ore passate in palestra non erano state inutili: ventre piatto, fianchi armoniosi e natiche ben disegnate, gambe lunghe e toniche. Il seno, considerata la sua altezza, lo aveva sempre giudicato piccolo, ma con il tempo si era accorta che cio’ non aveva mai rappresentato un problema.

Il volto era quello che, invece, aveva risentito maggiormente del passare degli anni. Qualche ruga d’espressione impossibile da cancellare con l’attivita’ fisica.

Si piaceva ancora, ma sarebbe piaciuta anche a lui? E poi, era cosi’ importante che piacesse a lui?

Il patto che avevano fatto non prevedeva alcun tipo di contatto fisico. Cio’ che a lui interessava (diceva) era altro: guardarla negli occhi, osservarle le mani, ammirarla nei suoi gesti, studiare come avrebbe accavallato le gambe o atteggiato la bocca o passato le dita nei capelli. Niente che significasse “ti pago per avere sesso”.

Sorrise a quel pensiero. Piu’ di un uomo, pur di avere una chance per conoscerla, si sarebbe lasciato andare in luoghi comuni patetici fatti di sguardi, di mani, di piedi e di capelli, ma lei era convinta che fossero solo frasi finalizzate ad altro. Frasi che poi si sarebbero dissolte ed avrebbero lasciato spazio ad altri tipi di proposte piu’ dirette ed insistenti, che sarebbero diventate inevitabilmente offensive.

Pero’, anche se non era previsto niente altro che un incontro per cena, che non l’avrebbe condotta in alcuna alcova, stranamente c’era in lei il desiderio di piacergli; anzi, di essere talmente attraente da risultargli irresistibile.

Si ricordava perfettamente come e quando tutto era iniziato.

Era stata una escort. Anche se i suoi ambienti erano sempre stati le suite degli hotel invece dei viali, aveva pur sempre fatto la puttana. E di questo non si era mai vergognata. Poi si era ritirata dall’attivita’. Aveva considerato quell’esperienza conclusa, ma il ritiro non era stato totale. Pur non accettando appuntamenti, aveva scelto di restare presente come frequentatrice virtuale di quell’ambiente che comunque aveva avuto un significato ben preciso nella sua vita. Rinnegarlo completamente avrebbe palesato l’ammissione di un disagio, una vergogna che avrebbe voluto dire sconfitta interiore. E dopo essere stata dedita per tanti anni alla piu’ esasperata esteriorita’, solo il cielo era testimone di quanta interiorita’ desiderasse.

Chiara di Notte, con questo nome era conosciuta da quell’esigua parte di frequentatori di forum e blog nei quali l’argomento topico era la prostituzione. Nessuno sapeva chi era e chi era stata, nessuno poteva minimamente sognare d’incontrarla, e per questo motivo era diventata una specie di preda virtuale che molti inseguivano, ma che nessuno riusciva a catturare.

Su questo meccanismo lei giocava traendone motivo di divertimento. Amava studiare le reazioni di quell’animale che era stato per lei solo una fonte di reddito, ma che non era mai riuscita a comprendere fino in fondo: l’uomo.

Era stato su uno dei tanti forum che il gioco aveva preso forma. Aveva poco piu’ di trent’anni quando un giorno qualcuno le chiese la cifra che l’avrebbe convinta a ricominciare a fare la escort e lei, invece di glissare oppure rispondere semplicemente con un “nessuna cifra”, accetto’ la sfida.

Forse fu solo per capire se sarebbe stata ancora in grado di attirare l’interesse degli uomini come avveniva nel passato portandoli, oltre quel limite che essi s’impongono, ad offrire tali cifre da capogiro, che fossero difficilmente abbordabili anche da chi avesse potuto disporre di vaste disponibilita’ economiche; oppure fu solo un gesto avventato, frutto della voglia di vincere quella partita a poker fatta di bluff e di rilanci, tipici dei luoghi virtuali ove le persone si confrontano mettendo in mostra non tanto cio’ che sono, quanto cio’ che vorrebbero essere.

Disse che per cinquantamila sarebbe stata disposta ad accordare un incontro senza che vi fosse obbligo di rapporto sessuale. I soldi dovevano essere destinati in beneficenza; non voleva assolutamente dare l’impressione di essere un’ipocrita. Se i soldi fossero finiti nelle sue tasche avrebbe significato che le sue scelte di vita erano dovute solo ad una questione economica, e tutto il castello costruito e basato sulla sua coerenza sarebbe crollato miseramente. Non solo di fronte agli altri, ma soprattutto di fronte a se stessa.

Accettare una qualsiasi proposta per un vantaggio economico avrebbe significato regredire a quando tutto era iniziato. Al momento della “prima proposta”. Avrebbe annullato tutte le esperienze acquisite in seguito, avrebbe negato il valore delle decisioni e dei proponimenti successivi. Tutto sarebbe ripartito da capo in una spirale infinita, in un circolo vizioso; un serpente che alla fine sarebbe arrivato a divorare se stesso. Invece, nel modo da lei stabilito, cio’ le avrebbe offerto la spinta necessaria per “rivivere” un’esperienza che credeva conclusa da una posizione diversa, con motivazioni diverse, con finalita’ diverse, molto piu’ affini a cio’ che sentiva di essere diventata.

Il suo gioco era quello di mettere alla prova gli uomini esaminando i loro comportamenti, estrapolando i piu’ interessanti e con loro stabilire un rapporto nuovo. Sapeva che dal punto di vista etico, non era certamente il miglior modo per relazionare, ma dopotutto cosa avevano fatto loro con lei se non “esaminarla” per tutta la vita? Esaminarla nel fisico, esaminarla nel comportamento, esaminarla nel modo di vestire, di mangiare, di pensare, di scopare…

Alcuni poi erano dei veri e propri collezionisti. Li immaginava muniti di lente d’ingrandimento a studiare l’ultimo francobollo della loro variegata collezione. Una collezione della quale lei riteneva di essere uno dei “pezzi piu’ rari”.

Chi avesse voluto “esaminare” Chiara di Notte avrebbe dovuto essere in grado di pagare un prezzo molto alto, inaccettabile per chi non fosse stato realmente interessato a lei in modo quasi maniacale, tanto da prestarsi a qualsiasi sua richiesta.

In passato aveva avuto piu’ volte modo di gustare quell’appagante soddisfazione di osservare la bramosia nello sguardo di un uomo, quel desiderio assoluto e totalizzante che oltrepassava i limiti che valevano per qualsiasi altra donna, ma non per lei.

Quale donna non coltiva questa fantasia?

Sentirsi unica, irraggiungibile, burattinaia di emozioni. Ottenere cio’ che non e’ facilmente ottenibile. Raggiungere la cima piu’ alta del mondo e poi buttarsi giu’ con l’elastico e fermarsi ad un palmo dal suolo. Adrenalina palpabile, sensazione di onnipotenza che crea dipendenza piu’ di ogni altra sostanza.

Quanto sbagliano gli uomini a considerare certe “puttane” solo delle puttane. Se solo immaginassero il piacere sublime che una donna prova al solo svestirsi di fronte ad occhi inebriati. Togliersi un indumento dopo l’altro, lentamente, facendolo scivolare setoso sulla pelle e sentire tangibile il desiderio di chi osserva, che aumenta ad ogni istante. Poter accarezzare quel desiderio, succhiare quell’energia prima ancora di essere sfiorata, ritardare il momento, allontanare il traguardo fino al limite estremo, ed una volta arrivata a quel limite procrastinarlo ancora ed ancora…

Aveva letto da qualche parte che quel tipo di comportamento rivelava una natura dominatrice e che gli uomini che si adeguavano volevano, in realta’, essere sottomessi. Forse era vero ma che importava?

Ovviamente, dopo che lei scrisse la cifra, tutti si defilarono. Qualche volpe ebbe da puntualizzare sull’uva facendo notare che, in fondo, si trattava di un personaggio virtuale e che niente dava la sicurezza che dietro a quel nick ci sarebbe stata effettivamente una donna. E se anche ci fosse stata una donna chi avrebbe potuto assicurare che non sarebbe stata vecchia e brutta?

Cio’ rese il gioco ancora piu’ intrigante, poiche’ se qualcuno avesse raccolto la sfida, avrebbe dimostrato di essere talmente pazzo da superare i limiti della normale banalita’, accettando addirittura che dietro al nick Chiara di Notte avrebbe potuto celarsi finanche l’ormai noto “ragioniere brianzolo con i baffi”.

Fu li’ che lui fece la sua proposta: sedicimila.

Lei si domando’ a lungo perche’ proprio sedicimila. In seguito glielo chiese e lui argomento’: “mille per ognuna delle seguenti visioni: occhi, bocca, mani, ombelico, caviglie, piedi. Diecimila per ascoltarti un paio di ore.”

Ma sedicimila non erano la cifra che lei avrebbe accettato. Il salto con l’elastico non sarebbe stato “Il Salto Con L’Elastico” ma solo uno dei tanti salti.

Gli anni passavano e lui continuava a rilanciare, ma ad ogni rilancio che proponeva, lei acquistava sempre piu’ distacco; la cifra richiesta aumentava e la partita a poker si protraeva all’infinito.

Poi, dieci anni dopo l’inizio di questo gioco, e poco prima che la cifra superasse i centomila, lei accetto’.

Ormai le ragioni erano completamente mutate. Nel tempo trascorso era stato perso il significato originario. Lei si sentiva sempre piu’ Aracne condannata alla perenne tessitura di una tela, mentre con lui si era ormai stabilito un forte legame empatico: dopo dieci anni era sicura di non essere desiderata e considerata come una puttana, ma unicamente come materializzazione di quella che lui aveva sempre definito “un’Idea”.

Si incontrarono in una dolce serata di primavera, cenarono e lui l’ascolto’ per due ore, osservandola per tutto il tempo in quei dettagli che aveva solo immaginato. Poi camminarono in silenzio lungo la riva del mare. Lei sentiva lo sguardo di lui alle spalle, mentre i riflessi della luna guizzavano argentei sull’acqua ed una dolce brezza le accarezzava i capelli che aveva sciolto, lunghi e liberi di ondeggiare al ritmo dei fianchi. Teneva in mano i sandali e le impronte dei suoi piedi venivano conservate dalla sabbia solo per quel breve attimo prima che il riflusso dell’onda le cancellasse.

Aveva rispettato l’accordo; avrebbe potuto, a quel punto, andarsene. Ma non se ne ando’.

Gli propose un compromesso e lui accetto’.

Nella stanza, appena rischiarata da una debole lampada, inizio’ a spogliarsi con calma, quasi con ritegno, mostrandogli le spalle. Lo aveva fatto tante volte in vita sua ma quella scena non le sembro’ la stessa di sempre.

Si volto’ infine, nuda, nascondendo il seno ed il pube con le mani; sentiva che piu’ che dalle nudita’ lui era affascinato dalle sue lunghe dita affusolate. Non era tempo di affanni amorosi. Non lo sarebbe stato ne’ quella notte ne’ mai: lui l’avrebbe solo guardata, ma non l’avrebbe toccata.

A palpebre abbassate recito’ parole che aveva scritto eoni prima.

“Occhi rapiti dalla luna. Fiore tzigano sulla riva del fiume. Lacrime di rugiada. Desiderio che colma il calice del cuore. Muri scrostati e fango. Liberta’, rabbia e disperazione. Giochi rubati dal primo bacio. Nata il trentun settembre e nemica dell’oblio. Tündér, funambola senza rete appesa ai fili della vita.”

Poi accese i suoi grandi occhi.

Ieri, oggi e domani

25 dicembre 2007

Non confessero’ mai se Tündér, Irina, Vlada ed Olga, protagoniste dei miei raccontini, contengano un qualche accenno autobiografico. Ognuno leggendomi e’ libero di spaziare con la fantasia ed immaginare cio’ che preferisce, connotando ciascuna e collocandola, come una tessera, in un preciso punto del mosaico temporale.

Chi ha gentilmente commentato quelle storie mi ha detto che esse appaiono come storie di donne (ragazze) che non appartengono all’oggi. In effetti i personaggi si muovono in un periodo che va dalla fine degli anni ottanta fino a poco dopo il duemila. Anni di cambiamento e di grandi trasformazioni socio-culturali che hanno investito non solo quella parte dell’Europa che era situata ad est della cortina di ferro, ma l’intero pianeta. Un momento storico di transizione in cui tutto e’ mutato: confini, ideologie, convinzioni, valori, speranze, obiettivi.

Persino i colori, una volta intrisi di ovattate tonalita’ di grigio e di bruno spruzzate dal bianco della neve, si sono trasformati in variopinte e chiassose tavolozze, fantasmagorici cartelloni pubblicitari simbolo di un’epoca in cui l’avere e’ piu’ importante dell’essere.

Le “mie” devochki non avrebbero dunque oggi modo di esistere, di vivere, di evolversi e di raccontare le loro storie.

Si’, forse sarebbero anacronistiche. Donne di ieri dai contorni sfumati ancora legate a valori tipici di una generazione vissuta a cavallo della caduta del muro ed al loro posto ci sarebbero figure diverse che onestamente non saprei descrivere.

Pero’…

Anche se le grandi citta’ vivono ormai a ritmi occidentali e la neve ha assunto un colore nerastro per i gas emessi dai tubi di scappamento delle auto, nella provincia lontana dal chiasso dove la vita scorre come la sabbia in una clessidra, ancor oggi e’ possibile incontrarle ed ancor oggi si ripetono storie che fanno parte di un mondo mai del tutto scomparso che pero’ ha dovuto adeguarsi alla tecnologia del virtuale.

Riporto da INTERNET:

Svetlana e’ una ragazza venticinquenne che quest’anno ha materializzato il proprio sogno: andarsene dalla sua citta’ natale, Jaroslavl, per andare a vivere a Mosca ed iscriversi alla prestigiosa universita’ della capitale russa. Si guadagna da vivere lavorando in un “studio-webcam”, nel quale e’ capitata dopo aver notato un’inserzione in un quotidiano moscovita.

– “C’era scritto: cercasi ragazze per lavoro su siti Internet con buona conoscenza dell’inglese e del pacchetto software Windows. Ho pensato: proprio quello che fa per me. Mi sono presentata e tutt’attorno webcamere…Ci sono rimasta male, lo ammetto. Ma poi mi hanno detto: guarda che non ti devi mica spogliare. Dovrai solo conversare di temi generici. Alle nuove arrivate dicono sempre cosi’…”.

– E tu hai iniziato a spogliarti da subito?

– No, all’inizio non me la sentivo, ma poi ho iniziato a chiedermi se avrei potuto farlo o no. E dopo essermi spogliata per la prima volta, poi e’ diventata una cosa normale.

– Il cliente lo vedi?

– A volte si’, a volte no. Spogliarmi davanti ad un monitor vuoto e’ un qualcosa che faccio tranquillamente, ma quando sul monitor vedi i suoi occhi, vedi come lui ti osserva e’ un qualcosa di terribile, soprattutto se il cliente di turno e’ normale e carino.

– Il cliente di turno ha il diritto di chiedere che tu faccia tutto quello che vuole lui?

– In teoria si’, ma tu ti puoi rifiutare. Ad esempio e’ categoricamente proibito il sesso con gli animali e con i bambini. E poi dipende da quanto tu stai al gioco, in fondo non si tratta solo e sempre di agire…Ci sono anche quelli che vogliono che tu gli racconti che sei una gran troia…Uno in particolare mi ha chiesto di raccontargli nei dettagli di come mio padre e mio fratello mi hanno posseduta davanti agli occhi di mia madre…Sinceramente preferisco fare qualcosa di concreto che inventarmi tali storie! All’inizio era veramente squallido, ma poi i colleghi mi hanno convinta: “In Russia non bisogna vergognarsi di guadagnarsi la vita in questo modo”, mi hanno detto.

– Ci sono dei veri perversi?

– Una marea! Alcuni amano vedere una ragazza mentre orina. Anche i masochisti non mancano; bisogna insultarli ed inventarsi sul momento qualche punizione. Un qualcosa in fondo di divertente che serve a svariarti un po’. E ci sono anche quelli che chiedono: “Parla con me come se io fossi tuo padre”. In America di tipi cosi’ ce n’e’ un’infinita’, come quelli che ti chiedono di metterti in bocca svariati oggetti…

– Oltre a te, quante ragazze lavorano nel tuo studio?

– Dalle 25 alle 30. In una stanza ci sono 5 computer, nell’altra 6 e si lavora a turni.

– I tuoi genitori sono al corrente di come ti guadagni la vita qui a Mosca?

– Certo, e mio padre mi dice sempre: “Sara’ anche amorale ed illegale, ma in Russia la gioventu’ si trova in una situazione tale che per guadagnare e’ costretta a ricorrere a cose del genere, per cui e’ tutto normale, figliola”. Ed effettivamente non e’ colpa nostra se trovare un lavoro normale e’ pressoche’ impossibile…

Se si chiede alle “modelle” come mai si occupano proprio di queste cose, ognuna di loro rispondera’ a proprio modo. La piu’ sincera vi dira’: “Delle tre cose che potevo fare, prostituta, spogliarellista e modella webcam, ho scelto quest’ultima”. Altre invece sognano in questo modo di fare la conoscenza di uno straniero e di sposarsi, come ad esempio Anja, che ha sposato un olandese col quale adesso ha aperto uno studio di webcam in comune.

Ma molto spesso le ragazze, rispondendo piu’ seriamente vi diranno che c’e’ da pagare l’affitto e l’universita’, e quelle piu’ ostinate sostengono che, mettendocela tutta, si puo’ arrivare a comprarsi la macchina e l’appartamento, sebbene per il momento nessuna sia ancora riuscita a mettere da parte un capitale del genere.

Altro discorso e’ la reazione dei genitori quando vengono a sapere in che modo la loro figlia ha portato a casa gli ennesimi 300 dollari. Come ha dichiarato la “modella” Inna, i suoi genitori “si rendono perfettamente conto che come insegnante di musica non sarei in grado nemmeno di mantenere me stessa, invece di tutta la famiglia”. Ed effettivamente, per le citta’ della provincia russa i guadagni ottenuti grazie alle webcam non sono niente male, anche se va detto che le prostitute “vere” e non virtuali guadagnano assai di piu’.

Un minuto di chat costa al cliente dai 0,75 ai 5,99 dollari. Il guadagno viene diviso a meta’ tra il proprietario del sito negli Stati Uniti e quello dello “studio” in Russia. Da parte loro, le “modelle” si mettono in tasca una somma che varia dal 25 al 40% dell’introito. Cioe’, nell’arco di 6 ore, una ragazza puo’ guadagnare dai 65 ai 300 dollari.

Il guadagno del proprietario dello studio e’ ancor maggiore. Per aprire lo studio non serve poi molto: il locale, l’accesso ad Internet, i computer, le webcam, senza dimenticarsi della cosiddetta “protezione”, cioe’ il racket. Ed e’ chiaro che piu’ ci si allontana da Mosca, piu’ tutto questo costa di meno. Mediamente la “modella” meno cara guadagna circa 25 dollari al giorno e se le “modelle” sono 30…

Timur e’ uno dei proprietari di uno studio-webcam a Mosca. Davanti ad un bicchiere di whisky racconta com’e’ in fondo facile, bello e conveniente disporre di uno studio simile: “In America ci sono portali enormi che favoriscono tale attivita’ e che hanno investito somme da favola per promuoverli. Qui in Russia, chiunque puo’ connettere il proprio canale munito di camera, e con le sue ragazzine e ragazzini avere subito a disposizione i milioni di clienti americani. Poi ci potranno anche accusare di preparazione di materiale pornografico illegale, di attivita’ illegale e di mancato pagamento delle tasse. Un momento! La prima accusa cade subito, dal momento che la “modella” viene registrata sul sito che e’ regolarmente munito di licenza ed e’ ufficialmente registrato negli Stati Uniti. Per cio’ che riguarda il resto…Per legge ognuno e’ tenuto a pagare le tasse, e niente e nessuno mi proibisce di farlo. A dire il vero pero’, niente e nessuno mi ci costringe, dal momento che dimostrare che guadagniamo e non paghiamo le tasse e’ praticamente impossibile”.

Da un lato e’ impossibile lottare contro tale tipo di prostituzione su Internet, e’ un qualcosa di insensato, dal momento che se c’e’ la domanda c’e’ pure l’offerta e Internet ed il sesso vanno da tempo a braccetto. Ma innanzitutto va detto che l’intera Russia e’ praticamente invasa da studi-webcam, un tipo di business decisamente chiuso, munito di sistema di sconti e tariffe, attorno al quale girano colossali somme di denaro.

Inoltre, quando ad una ragazza viene proposto di fare la prostituta, la ragazza in questione capisce perfettamente che dovra’ vendere il proprio corpo in cambio di denaro e se si tratta di spogliarello, la cosa e’ altrettanto trasparente. Ma quando ad una ragazza viene proposto di lavorare dietro ad una webcamera, non le si dice mai che genere di attivita’ l’aspetta all’atto pratico. E la stragrande maggioranza delle “modelle” inizia a conversare in modo sincero con gli “stranieri infelici”, per poi col tempo abbattere le restanti barriere. Non subito, ma nel momento in cui si rende conto di cosa combinano sul monitor i clienti. E la cosa piu’ importante: i soldi. “Loro non si vergognano, perche’ dovrei farlo io?”

Si potra’ anche obiettare che una ragazza normale, di fronte ad una proposta del genere, rifiuti senza indugio. Ma per una nuova “modella”, un’amica o una conoscente qualunque portata nello studio, se quest’ultima lavora non meno di 3 ore, si guadagnano 100 dollari di premio. Per cui le colleghe faranno i salti mortali per convincerla a restare, alludendo al dovere nei confronti dei genitori che tirano la cinghia, al fatto che in fondo non si tratta di prostituzione e che anche Julia Roberts a suo tempo giro’ scene erotiche. Senza dimenticare, ovviamente, il fatto che nella Russia attuale una donna puo’ far soldi solo in questo modo…

Fonte: Moskovskij Komsomolets

Tündér

25 novembre 2007
Occhi rapiti dalla luna. Fiore tzigano sulla riva del fiume. Lacrime di rugiada e desiderio che colma il calice del cuore. Muri scrostati e fango. Liberta’, rabbia e disperazione. Giochi rubati dal primo bacio. Nata il trentun settembre e nemica dell’oblio. Tündér, funambola senza rete appesa ai fili della vita.

La danza di Sàlome

10 ottobre 2007

“Sàlome… Tanz für mich!”

Non era tedesca ma nel paese dov’era nata il Tedesco era come una seconda lingua. Tutti lo conoscevano ed a scuola era obbligatorio come in occidente lo era l’Inglese.

“Sàlome… Tanz für mich!“

Lo ripeteva sibilandolo e canticchiandolo sulle note di Strauss mentre si truccava davanti allo specchio. Se il trucco era importante per un’attrice, lo era ancor di piu’ per chi, come lei, “entrava in scena” per rappresentare un sogno estetico.

Anche Tündér aveva conosciuto quello che lei avrebbe poi scoperto essere “l’effetto Sàlome”. Lo aveva conosciuto nello sguardo rapito di chi l’aveva vista muoversi dentro la gabbia di uno Zoo… Ma Tündér ancora non lo poteva sapere. Era troppo ingenua. Meno ingenua era stata Irina. La sua “Erodiade slava” le dava sempre chiare istruzioni, esattamente come la vera Erodiade le aveva date a sua figlia. Adesso pero’ non era piu’ Tündér e non era piu’ neanche Irina. Adesso vedeva attraverso lo specchio, era nel paese delle meraviglie e portava un altro nome. Come Sàlome sapeva che Erode avrebbe ceduto l’anima pur di assistere alla sua danza ed il compenso questa volta non sarebbe stato un dono per Erodiade, ma qualcosa di piu’ tangibile.

Ricordava la scena vista a teatro e da quella volta aveva amato Oscar Wilde.

Un salto indietro nel tempo… E’ nella reggia di Erode a Gerusalemme. Il banchetto e’ in corso ed il paggio di Erodiade mette in guardia Narraboth dal lasciarsi stregare dal fascino di Sàlome . Fin dalle prime battute s’ingenera un’ambigua analogia che mette a confronto la seducente bellezza di Sàlome e l’ammaliante parvenza lunare. Al contempo viene messo in risalto il pericolo insito nella contemplazione di entrambe per quanti soggiacciono all’amoroso incantamento. La voce lontana del profeta Joakanaan, tenuto prigioniero in una cisterna, annuncia l’arrivo del Messia. Erode chiede a Sàlome di danzare per lui promettendole in cambio qualsiasi cosa desideri… Anche meta’ del suo regno. Poi la danza dei sette veli, sinuosa e sensuale ed Erode cede alla richiesta della ragazza di avere la testa mozzata del profeta su un piatto d’argento.

Certo e’ che all’immortalità della Sàlome di Wilde aveva dato un apporto decisivo anche il dramma musicale in tedesco di Richard Strauss. Per quel motivo, per le esigenze di lingua teutonica, quel nome mitico lo pronunciava con l’accento sulla A, ben sapendo che era sbagliato ma tale era la forza di Strauss che non avrebbe mai potuto dire, filologicamente, Salòme o Salome’.

“Ma questa sera sono triste. Dunque, danza per me. Danza per me, Sàlome, te ne supplico. Se tu danzi per me potrai chiedermi tutto quello che vorrai, e io te lo donero’. Si’, danza per me, Sàlome, ed io ti donero’ tutto cio’ che mi chiederai, fosse anche la meta’ del mio regno”, implorava il tetrarca Erode.

Una scena carica di significato nella quale era palese la debolezza maschile nei confronti della sensualita’ femminile. Fin dai tempi della Genesi la donna continuava a portare l’uomo sull’orlo del baratro del peccato. Un frutto proibito o una danza non cambiava molto. Cio’ che invece era determinante era l’incapacita’ maschile a non cadere dentro alla voragine.

Quella donna aveva ispirato nei secoli pittori, scultori, musicisti ed artisti di ogni genere. Nonostante fosse una figura “negativa”, Sàlome aveva saputo esercitare il suo fascino lunare anche oltre la durata della sua vita terrena, divenendo un mito, una figura leggendaria, l’archetipo della donna sensuale, una femme fatale che Oscar Wilde aveva caricato di valenze molteplici che ne sfumavano i contorni nitidi ereditati dal mito evangelico per inserirla nello spazio ambiguo dell’universo poetico. La stessa ambiguita’ di quelle figure cinematografiche di cui era progenitrice: da Greta Garbo che danzava Mata Hari, fino alle molteplici “donne del peccato” che nei loro giochi rituali di seduzione distruggevano l’altro nella vertigine inconsulta dell’apparenza.

Ecco, ancora una volta era pronta ad entrare in scena.

“E’ colpa della luna, quando piu’ si avvicina alla terra, rende gli uomini folli” (Shakespeare, Otello, atto 5°, scena II)

Hamupipőke

1 ottobre 2007

Их нравы* era un programma che faceva vedere il “Loro” stile di vita. Lo guardava sempre. Si accoccolava, gambe incrociate sulla poltrona, con il suo чайник** pieno di te’ e chi l’avesse potuta osservare da dietro avrebbe potuto paragonarla ad una gatta che scruta la farfalla che le svolazza davanti. Avrebbe potuto immaginarla con le orecchie tese e la coda flessuosa. Gli occhi verdi chiarissimi attenti a non perdere alcun movimento della preda, il naso lievemente arricciato nella ricerca di un odore, la bocca semiaperta in un’espressione incantata.

“Loro” erano loro… quelli che vivevano “dall’altra parte”: corrotti, egoisti, guerrafondai, imperialisti. O almeno questo era cio’ che dicevano i commentatori alla TV.

Lo scopo era quello di ridicolizzarli. Li facevano vedere nei loro comportamenti piu’ bizzarri e li descrivevano come dei bambini viziati che non sarebbero mai cresciuti. Mostravano le loro stranezze, forse sperando di propagandare, in quel modo, il salubre stile di vita dei nipoti della Rivoluzione, cosi’ sani ed integerrimi sia nel corpo che nella mente.

In realta’ non facevano altro che stimolare la curiosita’ e l’invidia per quello che accadeva ove era impossibile andare, producendo un’attrazione quasi morbosa per tutto cio’ che avesse sapore “occidentale”. Luci, colori, vizi, balli a palazzo, principi, dame e begli arredi. Un mondo fatato dove lei non avrebbe mai potuto accedere se non attraverso il tubo catodico.

Erano passati molti anni. Adesso aveva un altro nome. Adesso viveva li’, nel paese delle meraviglie. Adesso guardava attraverso lo specchio e sapeva cosa c’era “dall’altra parte”.

Hamupipőke era il nome di Cenerentola nella lingua gutturale di sua nonna. Quante volte aveva ascoltato da lei quella fiaba. La scena della trasformazione per il ballo ad opera della fata era la sua preferita e quando lei si preparava non poteva fare a meno di pensarci.

I topolini si sarebbero trasformati in bianchi cavalli, la zucca in una carrozza d’oro e sempre nuovi principi l’avrebbero invitata al ballo. Recitava quella parte da troppo tempo. Le piaceva. Era un gioco per lei. Un gioco che le procurava soldi.

Certo non sarebbe bastato togliersi solo la scarpetta di cristallo per far felici quei principi. Avrebbe dovuto togliersi anche qualche altro indumento piu’ intimo. Ma per quello, oltre ai soldi, avrebbe avuto in cambio anche la “luce” del loro sguardo. Quella luce che ogni volta vedeva negli occhi di chi l’ammirava e che accendeva in lei la consapevolezza di essere ancora bella.

Indossava panni che non le appartenevano, cambiava atteggiamento, stile; persino aspetto fisico. Era sempre lei ma non era lei. La “zucca” si trasformava in cocchio, i topolini in cavalli, gli stracci in sfarzosi indumenti. Indumenti che immancabilmente “cadevano” per il “Loro” piacere. A mezzanotte.

* Их нравы (Ikh nravi)- Le loro abitudini
** чайник (tchainik)- teiera (in russo e’ al maschile)