Archive for the ‘Chiara’ Category

Una donna da salvare

30 agosto 2009


Esiste un destino che ci appartiene e che, ineluttabile, ci accompagna. Qualsiasi cosa facciamo non serve a sfuggirgli perche’ pare sia inscritto nel nostro DNA e le persone che, come in una giostra, ci gireranno intorno avranno piu’ o meno sempre gli stessi atteggiamenti e ci faranno vivere storie gia’ vissute. Déjà vu che c’inseguiranno per tutta la vita. (more…)

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La Liberta’

12 agosto 2009


Sono giorni, questi, in cui anche chi come me ha poco tempo da dedicare al riposo si fa risucchiare nel vortice del dolce far niente. So che non dovrei, ne sono ben cosciente, perche’ e’ per un’innata dedizione al dovere oppure per un’educazione troppo rigida che mi hanno inculcato fin da quando ero piccola che non posso fare a meno di sentirmi leggermente a disagio ed anche un po’ in colpa. Infatti, trascorso questo breve (more…)

La sofferenza

31 luglio 2009


La finestra della mia camera si affaccia sul verde delle colline ed i lunghi filari di viti, le cui foglie s’intonano alla danza delle farfalle che giocano al suono del vento che profuma di fresco e che mi accarezza il volto, accompagnano da sempre il mio sguardo lungo quel sentiero immaginario alla cui fine, all’orizzonte, s’intravede la sommita’ del Nagy-hegy. (more…)

L’Amore

26 luglio 2009


Non e’ semplice sentirmi compresa, specialmente vivendo in mezzo a persone che la pensano diversamente, che provano sensazioni diverse dalle mie e che non capiranno mai le vere ragioni delle mie scelte. Ma a cosa serve spiegare il perche’ del mio modo di vivere? Perche’ esprimere i motivi per i quali faccio cio’ che faccio? A chi interessa sapere cosa significa per per me l’Amore? (more…)

Favola di Venezia

8 febbraio 2009


Camminavamo lungo la Riva dei Partigiani ed io mi perdevo ad ammirarti, rapita dalla tua straordinaria bellezza. Le prime ombre della sera gia’ facevano capolino sulla Laguna e la sagoma controluce di San Giorgio Maggiore, in lontananza, si stagliava nitida contro il cielo, mentre il sole s’inabissava alle sue spalle. (more…)

Il rifiuto

11 gennaio 2008

Riporto questo breve commento di Strider ricevuto nel post “Proverbi“:

“Avresti tante cose da dire e il talento per dirle, invece continui imperterrita a parlare di…”

Forse non ha tutti i torti e gli ho chiesto quali, secondo lui, sarebbero le cose che avrei da raccontare. Non ho ottenuto risposta, cosi’ ho pensato…

A cosa avra’ voluto riferirsi? Cosa ci potrebbe essere d’interessante nella mia vita da raccontare? Dopo tutto e’ stata normale… almeno dal punto di vista della vita di una devochka.

Che si riferisse (tiro ad indovinare) alla piu’ bella scopata fatta con un cliente? Oppure alla piu’ brutta? Oppure ad altre curiosita’ erotico-sessuali che normalmente attirano l’attenzione di un pubblico “medio” di lettori quasi tutti uomini?

Di molte di queste cose mi pare di aver gia’ scritto, per cui, pensando e ripensando, mi e’ venuto in mente di raccontare qualcosa che una devochka non racconterebbe mai: il rifiuto che a volte riceve da un cliente.

Si’ perche’ non sempre andava bene. C’erano alcune volte in cui arrivavo all’appuntamento e per una qualche ragione o perche’ non aveva i soldi o perche’ non accettavo di contrattare o perche’ il mio normotipo non era di suo gradimento, il cliente mi rifiutava.

Anche io, credo come tutte, durante gli anni dell’avventura mi sono trovata di fronte a chi mi ha rifiutata anche se, fortunatamente per le mie finanze, cio’ non e’ avvenuto molte volte. Fra tutte me ne ricordo una in particolare.

Premetto che chi si metteva in contatto con me sapeva gia’ quanto avrebbe dovuto spendere e chi avrebbe incontrato. I rates erano espliciti sul sito web, inoltre ho sempre garantito un’assoluta correttezza per quanto riguardava le foto in cui mi mostravo si’ a volto parzialmente coperto, ma non nascondendo niente di tutto il resto. Proprio niente. 🙂
Per cui chi mi incontrava non poteva dire che le foto in internet non erano le mie e se la persona mostrata in quelle foto aveva attirato la sua attenzione ed il suo interesse, a meno che non avesse una faccia brutta, cosa che obiettivamente non ritengo di avere, non avrebbe potuto addurre motivi di rifiuto. A meno che…

A meno che non avesse avuto solo l’intenzione di togliersi la curiosita’ di vedere dal vivo la “stronza” che aveva il coraggio di chiedere “certe cifre” 🙂

Quando avveniva mi incavolavo non poco, perche’ non solo quelle uscite inconcludenti mi facevano perdere tempo, ma considerato il numero di richieste che avevo, mi facevano perdere anche soldi, in quanto per onorare quell’appuntamento dovevo rinunciare agli altri.

Comunque quella volta sembrava che tutto stesse andando liscio. Il tipo si mostrava piacevolmente impressionato dal primo colpo d’occhio e mi invito’ a prendere un caffe’. Ci sedemmo e lui inizio’ con i convenevoli e le solite frasi di rito, ma io capivo che era imbarazzato per qualcosa. Non era rilassato ed attribuii questo all’emozione del “primo incontro”. Emozione che e’ normale per chi si trova ad incontrare una devochka la prima volta.

Poi, senza neppure tentare una contrattazione sul prezzo se ne usci’ con un:

“Mi dispiace non ho abbastanza soldi… ma cazzarola! Non mi immaginavo che tu fossi cosi’ figa!”

E’ stato il piu’ bel rifiuto che ho ricevuto e se non fosse stato per la mia rigida deontologia professionale gliela avrei data pure gratis.

Un pomeriggio di un giorno qualsiasi

4 dicembre 2007

E’ un pomeriggio di un giorno qualsiasi, come tanti. Vengo spesso in questo motel quando incontro un cliente nuovo. Il grande specchio alla parete in ogni stanza aiuta a liberare le fantasie e lo si raggiunge in modo discreto in soli dieci minuti dall’aeroporto dove di solito mi faccio prelevare.

Le tapparelle sono abbassate e la luce e’ quella artificiale che proviene dalle lampade poste sui comodini. Sono distesa accanto a lui, nuda, con il solo lenzuolo che mi avvolge. L’aria e’ intrisa dell’odore del sesso e del fumo della sigaretta che ha appena acceso. Ed e’ questo il momento, dopo essersi saziato in modo vorace, dopo aver sfogato la prima tensione sessuale sul mio corpo preso in affitto, che inizia a parlare.

“Di solito non lo faccio. Sai, volevo dirtelo perche’ tu non pensassi che io fossi abituato a questo genere d’incontri…”

“Guarda, capisco benissimo cio’ che cerchi di spiegarmi ma non c’e’ bisogno… davvero! Non devi dar giustificazioni. Diciamo che avevi bisogno di farti un regalo. A volte capita anche a me di volermi fare delle coccole, allora esco, vado in centro e mi compro qualcosa che mi piace” – Gli sorrido.

“Non so se ripetero’ ancora l’esperienza con te… forse si’… non lo so. Mi piace cambiare. Certo mi e’ piaciuto molto. Non credevo potesse essere cosi’… come dire?”

“Naturale?”

“Si’. Non mi sono sentito in imbarazzo… a parte all’inizio quando ti ho incontrata. Anzi ti diro’, avevo il cuore in gola. Sai quella specie di ansia che si prova nell’attesa… attendevo di vederti. Le foto in internet non mostrano il viso e per me il viso e’ importante”

“E allora? Ho superato l’esame oppure vuoi che lo ripeta?”

Lo dico mettendoci quel pizzico di malizia che normalmente indosso, facendogli intendere che se vuole possiamo farlo ancora. Anche quando lavoro non riesco a frenarmi: l’atteggiamento seduttivo fa parte del mio modo di fare… di essere.

Spegne la sigaretta e si gira mettendosi a pancia sotto. Intuisco che possa gradire un massaggio. Ho sempre dell’olio con me. A volte un massaggio fa entrare in sintonia molto piu’ di una fellatio e se dosato in modo opportuno riesce a creare delle situazioni davvero intriganti.

Mi sciolgo il lenzuolo di dosso e mi metto seduta sopra di lui, con le gambe allargate e le ginocchia appoggiate ai lati dei suoi fianchi. Il mio pube preme sui suoi glutei. Non sono leggerissima, ma non ho mai trovato un uomo al quale non piacesse sentirmi sopra.

“Amo mia moglie sai? La amo davvero. Lei non e’ come le altre donne; se lo fosse non l’avrei mai sposata. E’ diversa. Abbiamo moltissime cose in comune… Mi sento un po’ una cacca adesso. Accade sempre quando incontro una escort”

Il massaggio e’ incredibile. Le persone iniziano a parlare come se fossero sotto l’effetto del siero della verita’. Con il “massaggio post coitum” ho modo di entrare in intimita’ con i clienti in modo quasi totale. Si sentono liberi di parlare di tutto. In special modo parlano di loro stessi e della loro situazione sentimentale. Ovviamente cio’ che esprimono non e’ la “verita’”, ma solo la loro interpretazione della verita’ o addirittura cio’ che loro s’illudono che sia.

La moglie, i figli, il lavoro sono gli argomenti ricorrenti che di solito mi vengono proposti e che devo ascoltare. Fortunatamente questa volta non mi viene richiesta alcuna opinione e rispondo con il classico e sempre valido “ah… mmmsi’… certo”

Le dita continuano ad impastargli i trapezi ed il collo. Ogni tanto mi piego in avanti per sfiorargli la schiena con la punta dei capezzoli che cosi’ facendo si impregnano d’olio diventando lustri e scivolosi. Lo faccio distrattamente, cosi’ da dargli l’impressione che certi “tocchi” siano del tutto casuali. So che gli piace. Sono pagata per dar piacere ed e’ giusto che il cliente resti soddisfatto.

“Sai, non ero convinto d’incontrarti… pero’ ho fatto bene… adesso mi sento in colpa… nei confronti di mia moglie ma… questa esperienza mi sta piacendo proprio… se non fosse per la spesa… non sei certo una che si puo’ incontrare ogni giorno.”

“Vorresti incontrarmi ogni giorno? – mi viene da sorridere se penso a quanti me lo dicono ed a come la mia risposta sia sempre identica ogni volta – Non credi che ti verrei a noia?”

Non so se questa sua “esca” sull’incontrarsi ogni giorno sia un modo per farmi un complimento oppure se ci sia sotto il desiderio recondito di ottenere uno sconto come “cliente affezionato”, comunque non mi interessa. Non mi interessano i clienti “troppo” affezionati. Non mi interessa avere chi “monopolizza” tutto il mio tempo. Mi farebbe perdere gli altri clienti e cosa accadrebbe se poi un giorno si stancasse? Meglio tanti. E mai troppo affezionati, perche’ quelli troppo affezionati alla fine diventano anche troppo gelosi e possessivi.

Le dita scivolano leggere fra i suoi capelli. Gli massaggio la testa, poi gli cospargo d’olio le cosce e le gambe e, con il seno, il ventre ed il pube, partendo dalle caviglie risalgo tutta la sua statura. Lentamente… facendogli assorbire la mia pelle liscia in ogni piega della sua. Percepisco il suo brivido. La Tv e’ accesa su un canale che diffonde video musicali e dalla voce di Lenny Kravitz escono le note di Again.

Ha smesso di parlare. Ansima e si gode il momento. Do un’occhiata all’orologio: il tempo che mi e’ stato pagato e’ quasi esaurito, ma non sono una venale. Che impressione darei se “spaccassi” il minuto? E poi, dal modo in cui freme, capisco che sta superando il punto di non ritorno. Non sarebbe carino se adesso mi alzassi, pero’ neanche posso concedergli troppo tempo aggiuntivo o si abituera’ male…

Lo faccio girare supino e gli sorrido maliziosamente guardandogli la verga eretta e pronta per un nuovo orgasmo. Si attende forse qualcosa di scontato, ma preferisco non essere mai banale. Potrei farlo eiaculare quasi subito, potrei mettergli il profilattico e cavalcarlo. Sarebbero sufficienti tre o quattro colpi decisi per farlo venire, oppure potrei farlo godere dentro la mia bocca. Al punto in cui e’ potrebbe resistere al massimo dieci secondi. Ma preferisco farlo in altro modo. Voglio che conosca ogni minimo dettaglio del mio corpo.

“Ti va di fare un gioco? – non attendo la sua risposta – Non devi assolutamente toccarmi, ne’ con le mani ne’ con la bocca… fai finta di essere legato. Abbandonati, faccio tutto io, ma non toccarmi o il gioco finisce”

Sento che trattiene a stento il desiderio di agguantarmi le cosce, aggrapparsi ai glutei, strizzarmi il seno, succhiarmi i capezzoli, ma si fida di me e mi lascia fare. Cosparsa d’olio e scivolosa, gli strofino sul pene ogni lembo della mia pelle. Il suo respiro si fa sempre piu’ affannoso.

Sono abbastanza esperta da capire quando un uomo sta per eiaculare. E’ questo il momento in cui accolgo il membro gonfio di desiderio fra i miei seni e lo conduco all’amplesso avvolgendolo completamente. Un sussulto, un gemito, un rantolo di piacere ed e’ tutto finito. Avverto l’organo che si libera del suo seme che, come crema calda, inizia a spargersi sul mio petto ed a colarmi giu’ dalle mani.

Resto immobile distesa su di lui ad assaporare il momento del suo massimo piacere. Molti uomini in questo istante dicono cose assurde tipo “mi piaci”, “ti amo” o altre sciocchezze simili. Ci sono abituata.

Invece dice solo – “Che cosa mi hai fatto?”

“Non ti e’ piaciuto? – gli dico con un mezzo sorriso – Se e’ venuto male la prossima volta ripetiamo”

Mi pulisco le mani sul suo torace che e’ ancora gonfio di un respiro ansimante. Con il lenzuolo mi tolgo lo sperma dal seno. Poi mi alzo e vado in bagno. La solita doccia mi lava via dalla pelle i suoi ultimi residui organici.

Mi rivesto mentre lui giace sfinito sul lenzuolo ancora bagnato dei nostri umori. Apro la borsetta e controllo il contenuto: il portamonete, le chiavi dell’auto, quelle di casa… la busta. Tutto a posto.

“Mi dispiace ma devo proprio scappare. Sono in ritardo. Tu fai con comodo, io prendo un taxi da qui. E’ stato bello… molto. Spero di vederti ancora, quando mi vuoi sai dove trovarmi.”

Odio le smancerie alla fine di un incontro. Tutte quelle melensaggini con sconosciuti che forse non rivedro’ mai piu’ mi mettono a disagio. E poi se un cliente e’ rimasto appagato ogni moina e’ superflua e se non e’ rimasto soddisfatto ogni sdolcinatezza e’ perfettamente inutile, quando non e’ addirittura fastidiosa, per lui.

Ho solo il tempo di sentire un flebile “ciao, ci sentiamo presto” detto con un filo di voce mentre la porta si chiude alle mie spalle.

Il suo SMS mi giunge dopo dieci minuti. Lo cancello senza leggerlo e spengo il telefono.

“Certe volte, Emmanuelle si diverte a far languire il marito: non si ferma su nessuna parte, scivola da un punto sensibile a un altro, strappa dalla gola della vittima lamenti, preghiere di cui non si cura, lo fa trasalire, ansimare, lo spinge al delirio, fino al momento in cui, con un ultimo gesto vivo e preciso, completa la sua opera.” (Emmanuelle – Emmanuelle Arsan – 1965)

Io e Olga (IV parte) – Albicocca

31 ottobre 2007

Ci sono persone che inseguono priorita’ sensoriali lontane dalle mie e tralasciano quelle che invece ritengo fondamentali.

La vista, per esempio, e’ estranea al mio modo di “sentire”.

“Come sei bella, che bei capelli, che occhi stupendi” sono frasi che attengono alla sfera visiva che generalmente ogni donna gradisce. Ma la vista e’ un senso involontario; non occorre che la persona voglia vedere; se non ha menomazioni lo fa indipendentemente e l’azione e’ totalmente scollegata dalla volonta’.

Molti uomini hanno il senso della vista come priorita’. Basano il loro giudizio sui dettagli che afferiscono alla gradevolezza estetica. Ci sono poi le volte in cui certe frasi sono di circostanza. Vengono dette anche a chi non ha caratteristiche tali da poterle stimolare ed e’ quindi difficile stabilire il loro grado di sincerita’.

Preferisco quando il discorso cade sull’organolettico. Quando si parla di sapori tutto assume un significato diverso: dato che assaporare, a differenza del vedere, e’ un atto volontario, quando tutto cio’ e’ riferito a me sento una strana eccitazione che si manifesta con un leggero tremolio dentro la pancia che io chiamo “le farfalline”.

Ogni donna ha il suo sapore.

Se la persona con la quale faccio sesso individua il sapore che ho, significa che riesce a compenetrarsi in me quasi totalmente. Dimostra di possedere una sensibilita’ molto simile a quella che ho io. Evita le banalita’ nei momenti in cui i sensi prendono il sopravvento e si abbandona all’estasi totale. Nell’assaggiarmi mi rende sua.

Albicocca… Mi svegliai con il sapore di albicocca in bocca.

Il sole inondava la stanza. Ci misi un po’ per entrare in sintonia con la realta’. Allungai la mano cercando. Sentii il lenzuolo ancora intriso del suo calore. Annusai l’aria. C’era ancora il suo odore: sesso misto ad aromi speziati del suo profumo. Ed albicocca.

Restai distesa con gli occhi chiusi e cercai di mettere a fuoco gli eventi. Era accaduto in un momento in cui i nostri volti si era avvicinati. Sapevamo che sarebbe successo. Solo attendevamo l’attimo giusto per rompere il ghiaccio. E quello era stato l’attimo. Succhiai voracemente la sua lingua dissetandomi con la sua saliva e lei fece altrettanto con la mia. Sapeva di albicocca. Albicocca matura e succosa. Lo dissi mormorandolo fra le nostre lingue.

Quando lui si uni’ al gioco i sapori si mischiarono come i nostri corpi. Sono certa che il biblico albero del bene e del male fosse in un albicocco. Cogliemmo da esso frutti per tutta la notte fino a quando crollammo, e di noi restarono solo i noccioli.

Non si era verificato quello che avevo temuto. Lui aveva fatto sesso con entrambe ma aveva fatto l’amore solo con me. Olga aveva partecipato a quel menage mettendoci passione. Con lui aveva recitato il ruolo da escort, ma a me aveva dedicato un’attenzione totale.

Ero stata al centro dell’Universo. Ero stata il collante che per una notte ci aveva uniti. Ricordo di essere rimasta nel mezzo, abbracciata ad entrambi fino a quando il sonno non aveva preso il sopravvento.

Adesso mi trovavo li’ sola nel grande letto. Rumore di acqua che scrosciava. Qualcuno stava facendosi la doccia. Aprii gli occhi. Mi alzai sedendomi sul bordo del letto. Il lenzuolo ed i cuscini erano macchiati del nostro piacere. Guardai l’ora: quasi mezzogiorno. I vestiti di lui non c’erano mentre quelli di Olga erano sparsi in giro.

Entrai nel bagno. Era bellissima ed i suoi occhi mi sorrisero appena mi videro.

“Dobroie utro, ti karasho spal?” *

“Da, Olga, ochen karasho, spasibo” **

Entrai anche io sotto la doccia insieme a lei e giocammo a lavarci reciprocamente con i corpi insaponati. Ci baciammo ancora ed iniziai a sentire “le farfalline”, ma gli accordi non erano quelli. Lui non c’era in quel momento e cio’ mi pareva come una mancanza di rispetto nei suoi confronti. Avevamo fatto un patto: Olga era il nostro giocattolo. Un giocattolo condiviso e nessuno dei due avrebbe dovuto reclamarne la proprieta’ esclusiva. Mi ritirai quindi controvoglia da quella situazione. Mi sentivo leggermente in colpa.

Mentre mi asciugavo indossando l’accappatoio domandai di lui, ma quando era uscito dalla stanza lei ancora stava dormendo. Disse che al suo risveglio era rimasta ad osservarmi nel sonno ed aveva sfiorato la mia guancia con il naso; odoravo di albicocca anche io.

“Ti ho detto che siamo simili!” aggiunsi ridendo.

“Simili si’ ma non uguali – rispose lei – a te piacciono anche gli uomini”

Ridemmo ancora ricordando la situazione in cui ci eravamo conosciute la sera prima, la proposta, il principe, i due francesi in cerca di escort, i grasshopper.

Quando fummo pronte lo chiamai al cellulare. Ci aspettava per andare a pranzo. “A colazione!” corressi io.

Scegliemmo una brasserie in place Casino. Olga chiese specificatamente della marmellata di albicocche ed inizio’, di fronte a me, una pantomima mangiandola con le dita mentre mi fissava. Riuscii a restare composta e seria anche quando cerco’ di farmela assaggiare dalle sue labbra.

Non sapevo quanto questo suo atteggiamento a lui seccasse. Dopotutto Olga si era inserita nella nostra esistenza a causa di una futile scommessa. Avevo scommesso che l’avrei portata nel nostro letto gratuitamente e lui aveva accettato la sfida. Il gioco stava ormai concludendosi ed io avrei potuto ritirare il premio che mi spettava.

Ancora poche ore ed Olga sarebbe andata via. Di lei non avremmo saputo piu’ niente. Avrebbe continuato la sua vita di studentessa-escort fra Sankt Peterburg e Monaco mentre noi saremmo tornati alla nostra complice e mondana ricerca d’avventura.

La osservai mentre mangiava il gelato. I capelli biondi raccolti. Teneva lo sguardo basso concentrata sul grande bicchierone ricolmo di panna. Ogni tanto alzava gli occhi e mi guardava languidamente. Mi ricordai di altri occhi con quella luce nello sguardo. Occhi con lo stesso taglio; occhi di una Pentesilea mai piu’ incontrata. Una Pentesilea che odorava di albicocca.

Qualcosa di malinconico sali’ dal profondo dei miei ricordi e decisi che non avrei piu’ giocato. Guardai lui che guardava lei che guardava me. Sentivo che quella non sarebbe stata una fine ma un nuovo inizio. Chiesi di pagare il conto ed uscimmo.

L’accompagnammo all’hotel. Era gia’ pomeriggio inoltrato. Lei sarebbe partita la mattina dopo, io e lui, invece, avremmo ripreso il nostro viaggio la sera stessa.

Odio gli addii. Porterei tutti quanti con me. Come una zingara riempirei il carrozzone trainato da cavalli e girerei per il mondo con la mia troupe di saltimbanchi, equilibristi, mangiatori di fuoco, ballerine e clowns. Monterei le tende del mio circo negli angoli piu’ remoti ai confini del sogno e darei spettacoli ai quali assisterebbero tutti i bimbi che dentro di noi son prigionieri.

La baciai ancora una volta. Ci scambiammo i numeri di telefono. Ci promettemmo di sentirci presto e di ritrovarci alla prima occasione. Lui ci osservava in silenzio con aria quasi divertita, sorniona, come un papa’ che osservava la propria figlia mentre salutava l’amichetta alla fine della vacanza estiva.

Quando fummo soli gli domandai il perche’ di quella sua aria divertita, visto che aveva perso la scommessa.

“Tesoro – mi disse – perche’ dici di aver vinto una scommessa che in realta’ hai perso?”

Lo guardai con aria stupefatta.

“Come perso? Avevamo stabilito che l’avrei portata nel nostro letto gratis e mi pare di esserci riuscita. O no?”

Sempre con aria sorniona mi guardo’, mi abbraccio’ e fissandomi da una distanza di dieci centimetri mi disse:

“Di’ la verita’… Temevi che fossi io a perdere la testa per Olga e invece mi pare che…”

“Ma che c’entra questo? La scommessa non era su questo” replicai io, alterata forse piu’ per aver compreso il senso della sua allusione che per altro motivo.

“Infatti la tua cotta per lei non c’entra nulla… – concluse sorridendo cinicamente – solo che ieri al bar le hai offerto due grasshopper. E li hai pagati tu!”

* Dobroie utro, ti karasho spal? – Buon giorno, dormito bene?
** Da, ochen karasho, spasibo – Si, molto bene, grazie

Il collezionista – II parte

28 aprile 2007

Le poltrone in pelle nera ben legano con la boiserie in noce, e la luce bassa e’ compensata da quella delle candele sui tavoli. L’atmosfera e’ intrigante ed e’ perfetta per incontri di questo tipo.

Gli uomini che sono in “libera uscita” spesso amano trascorrere una serata all’insegna di cio’ che, normalmente, loro manca: romanticismo… sesso… o tutti e due.
Lui ha detto di non avere legami sentimentali e quindi di non essere in “libera uscita”, ma potrebbe aver mentito. Lo fanno in molti. Specialmente per apparire disponibili ed interessanti, nella speranza che la devochka si senta piu’ libera di accettare le loro avances.
Quante volte mi sono trovata a dover fissare degli occhi a pesce lesso che mi scrutavano nell’affannoso tentativo (dicevano loro) di toccare la mia anima?
Ma quale anima? L’anima di una escort? Che sciocchezza!
A volte sembra proprio che il genere maschile viva nutrendosi d’illusione. E’ perennemente proiettato ad adulare cio’ che non e’ vero. Per delle mere illusioni e’ disposto a tirar fuori cifre da capogiro e tanto piu’ una e’ falsa e costruita, tanto piu’ gli uomini la credono reale.
Forse e’ per questo motivo che, in modo speculare, cercano di atteggiarsi comportandosi allo stesso modo, mostrando di loro stessi tutto fuorche’ cio’ che realmente sono.
Con le escort questo comportamento e’ ancor piu’ palese perche’ i clienti possono “recitare” senza intoppi la loro parte da “uomini denim” senza correre il rischio di fare brutte figure.

Di solito il mio atteggiamento e’ tale che chi mette in atto taluni ridicoli metodi seduttivi, alla fine, crede veramente di aver toccato la mia anima, ma non sa che dentro di me sorrido quando lo guardo spaziare nelle mie iridi artificiosamente colorate dalle lenti a contatto, nella vana ricerca di qualcosa che non trovera’ mai.

“Regola numero due: una devochka non deve mai mostrare dettagli, come gli occhi, che possano far intravedere emozioni. “Gli occhi sono lo specchio dell’anima”, dice uno scontato luogo comune. Forse e’ solo una diceria ma e’ sempre meglio non rischiare. Deve quindi adoperarsi affinche’ questi siano sempre mascherati. Cio’ le permettera’ di dare ai clienti solo il minimo indispensabile per il quale hanno pagato”

E’ seguendo questa regola che a casa ho una vera collezione di lenti colorate. Gli occhi chiari mi permettono qualsiasi tono cromatico senza alterarlo. Cio’ crea fra me ed il cliente una specie di barriera, come una maschera.
In questo momento, pero’, provo disagio.
Lui non mi osserva cercando di catturare la mia anima, ma sento che mi sta leggendo comunque dentro, e contro questa sua capacita’ a niente valgono le lenti colorate.

Il suo comportamento e’ perfetto ed anche gli argomenti, che con maestria propone, sono interessanti e creano in me quel desiderio autentico e non recitato di seguirlo in ogni suo ragionamento.
Non mi interroga come se fossi un fenomeno da baraccone oppure una disturbata con gravi problemi esistenziali o con ancestrali turbe infantili, e questo suo modo di fare mi incoraggia ad aprirmi… a raccontarmi.
Forse un giorno mi pentiro’ di cio’ che gli sto dicendo, ma adesso non mi importa.

L’atmosfera e’ impregnata di messaggi subliminali che arrivano diretti dove non dovrebbero mai arrivare ed alcuni mi permeano il cuore in modo talmente intenso che mi scende una lacrima…
So che che certe cose, ad una devochka, non devono mai accadere.

“Regola numero tre: per nessuna ragione una devochka deve mostrare le sue debolezze. Cio’ potrebbe indurre l’interlocutore ad approfittarsi di lei, portandola a prendere decisioni, o a compiere atti, dei quali potrebbe pentirsi. Quando questo avviene deve immediatamente interrompere l’incontro adducendo una scusa banale e, tornata a casa, farsi una bella doccia fredda”

“Scusami un attimo…”

Senza dire altro mi alzo e mi dirigo in bagno. Questa volta non vado a fare il controllo dei soldi nella busta. I miei pensieri sono presi da tutt’altro… le sue parole frullano in testa come una girandola.
Mi guardo allo specchio ed asciugo l’umidita’ che trasuda dagli occhi ma non basta. Sento bruciore. Devo togliermi le lenti.

Quando torno al tavolo mi sento come “nuda”.
Sto infrangendo tutte quante le regole che mi sono imposta ed ancora non ho chiesto al Maître di chiamare un taxi per farmi accompagnare a casa.
Ma perche’ rimango? A volte mi chiedo se, sotto sotto, sono masochista!

Mi fissa con dolcezza ed io cerco di distogliere lo sguardo, ma non riesco. I miei occhi vengono catturati dai suoi come un pezzo di ferro viene catturato da una calamita.

“Belli! Veramente notevoli, devo dire. Mi domandavo, infatti, perche’ ti ostinassi a tenerli nascosti dietro due lenti che, ovviamente, di fronte a tuoi due gioielli valgono meno di semplice bigiotteria, ma posso immaginare il motivo…”

Cerco di tenere un aria spavalda ma dal tono della mia voce capisco che e’ un’impresa vana.

“Mi piace cambiare spesso look! Me le sono tolte perche’ mi bruciano gli occhi. Sono un po’ rossi ma adesso passa”

“Sai una cosa? – dice lui – Magari anche il nome con il quale ti presenti e’ una questione di look che ti piace cambiare… e scommetto che il tuo vero e’ assai piu’ bello…”

“Regola numero quattro: il nome vero e’ l’ultimo baluardo prima del baratro. Nonostante un nome valga l’altro, e chi recita dovrebbe avere la capacita’ di far apparire qualsiasi nome inventato come vero, una devochka che desidera rivelare ad un estraneo il suo vero nome, e che quindi non voglia mentirgli, nel mettersi a nudo di fronte a lui, in ogni sua parte sia esteriore che interiore, creera’ i presupposti per un futuro sicuramente non felice”

Nonostante cio’ gli dico il mio nome e mi tolgo di dosso l’ultimo velo.
Stranamente non sento ne’ vergogna ne’ fastidio, anzi provo un senso di liberta’, come quando sulla spiaggia mi libero di tutti gli indumenti e corro fino al mare e poi mi tuffo nell’acqua calda e cristallina.

“Ancor piu’ bello di quanto immaginassi – dice lui ripetendolo due volte – ha un suono magico… quasi ipnotico. Non l’ho mai sentito prima. Credo che tu sia l’unica a portarlo”.

“Si’, anche io lo credo. Chissa’, forse un giorno, nel futuro, ci sara’ qualche altra bambina alla quale verra’ dato questo bizzarro nome… e’ stato coniato da mia madre mischiandone due che le piacevano. L’importante, affinché mi portasse fortuna, era che contenesse almeno una delle lettere che lei ritiene magiche”.

Dicendogli anche questo mio segreto inizio a rendermi conto che, non avendo piu’ veli da togliermi, inizio un po’ alla volta a strapparmi via l’intimita’ come se fosse la pelle.
Continuo a farlo fino a quando so che quest’uomo puo’ avere di me cio’ che solo pochi altri hanno avuto… se lui lo vorra’.

“Allora hai deciso per il dopocena oppure sono troppo noiosa e malinconica per essere annoverata fra le tue emozioni da collezionare?”

E’ combattuto, e prima di rispondermi lascia trascorrere qualche secondo. Poi mi prende la mano. Un brivido sottile mi pervade la schiena, ma sento che non mi vorra’.

“Indubbiamente collezionero’ questa serata, ma non nel modo in cui pensavo. Credo che se adesso ti portassi a letto, pagando, come altri hanno fatto, e come anche io ho fatto con altre donne, in noi resterebbe un ricordo… forse di un orgasmo… o forse anche di altro, chi puo’ dirlo? Una notte che sarebbe presto dimenticata… oppure impossibile da dimenticare… talmente impossibile da desiderarla ancora mille volte. La prima ipotesi non mi spaventa… la seconda si’! Preferisco salvare questo file nel mio HD, cosi’ com’e’ e con tutto cio’ che mi hai donato, per catalogarlo, insieme ai tuoi occhi ed al tuo nome, come il pezzo piu’ raro della mia collezione”.

Dentro al taxi che mi riporta a casa penso che domani il Mondo non sara’ piu’ lo stesso. Domani cadranno certezze e simboli di un periodo che ormai appartiene al passato e forse un giorno, quando mi ricordero’ di questa emozione, di questa fotografia di un attimo della mia vita, la tirero’ fuori dalla collezione che gelosamente custodisco nel mio computer e la riesaminero’ con il senno di poi.

Il collezionista – I parte

28 aprile 2007

“Niente male… veramente niente male!” penso mentre lo vedo arrivare, ma ancora non credo che possa essere lui.

“Ciao…– gli dico sorridendo – adesso per cortesia fai uscire dal nascondiglio tuo fratello maggiore!”

Lui mi guarda stupefatto. Ha la faccia che non mostra segni del tempo tanto e’ giovane e priva di rughe. Al telefono mi aveva detto l’eta’ ma il volto ed il fisico non corrispondono a quelli di un quarantasettenne.
Mi attendevo il solito “cumenda”, come tanti ne ho incontrati, allergico alla palestra e con palesi problemi tricologici, invece chi ho di fronte dimostra al massimo 40 anni, bel volto, occhi espressivi, mani curatissime, fisico asciutto e palestrato al punto giusto, alto quanto basta per non sfigurare accanto a me che porto i tacchi.
Non e’ Brad Pitt, ma rispetto alla media dei miei incontri posso ritenerlo sicuramente un “top”… sempre che sia lui e di questo non sono ancora sicura.

“Quale fratello?” – mi fa lui con la faccia sorpresa.

“Quello di quarantasette anni… fallo venire fuori dai. Dov’e’? Mi sta guardando da lontano ed ha mandato te in avanscoperta?”

“No no, guarda, stai sbagliando. Sono solo io. Non ci sono altre persone ed e’ con me che hai appuntamento”.

Sapere che e’ lui il cliente mi da’ un senso di euforia e di sgomento allo stesso tempo.

“Ok, non mi dirai che sei stato tu a chiamarmi?!? – proseguo con la recita sgranando gli occhi – Sei tu???”

Lui annuisce e tutta la mia tecnica adulatoria, che solitamente uso quando incontro un cliente, entra in crisi.
Come faccio adesso a dirgli la consueta frase “tu non hai bisogno di andare con le escort, chissa’ quante donne avrai”???
Dal suo aspetto sono certissima che le occasioni non gli manchino… a meno che non abbia qualche “piccolo problemino”, ma in tal caso saro’ lieta di verificarlo nel dopocena!

Ci dirigiamo con la sua auto verso il ristorante che ho prenotato.
Mentre guida lo osservo in silenzio. Lui mi racconta qualcosa di se’: divorziato, senza figli, libero sentimentalmente, in viaggio d’affari e curioso di conoscere questa escort di cui tanto si parla sul web”.

“Ah, sei un collezionista – dico pungolandolo – e a che punto sei della collezione? Ti manca molto a finirla?”

“Un collezionista… si’, in un certo senso lo sono… dopotutto non c’e’ niente di male, non credi? C’e’ chi colleziona fotografie, attimi rubati alla vita di qualcun altro. Io invece colleziono le emozioni… colleziono gli attimi che possano, un giorno, essere ricordati… e li ripongo qui – dice toccandosi la tempia con il dito indice – nel mio album”.

“Mmmhhh, interessante… un album nella tua testa… come nella memoria di un computer. Immagini e sensazioni scannerizzate dalla realta’ e riposte in un luogo sicuro da dove puoi ripescarle quando desideri… e quante donne ci sono adesso nel tuo HD?”

“Ecco, sapevo di non essermi spiegato bene – prosegue lui – in realta’ non colleziono donne o escort o incontri… colleziono, come ti ho detto, emozioni, sensazioni, momenti di vita. I miei!Esattamente come fossero fotografie. Tu stasera non sei… cioe’, non sarai l’ennesima donna o escort di questa mia collezione, poiche’ non e’ cio’ che vado cercando… pago per conoscerti ma e’ solo un preludio. Se l’incontro lascera’ in me sensazioni o emozioni che meriteranno di essere collezionate allora le riporro’ nel mio album per poterle riguardare quando e se ne avro’ voglia. Ovviamente il fatto che tu sia la piu’ cara di Milano e’ stato un parametro decisivo nella mia scelta… ti sembra strano o per caso ti senti offesa?”

“No, per carita’… solo che mi sento un po’ in imbarazzo, ecco… cioe’ e’ la prima volta che mi capita di essere… insomma non so che dire… ehm… questo stimola la mia curiosita’… inoltre sento di avere un ruolo importante in questa tua… ehm…fotografia… pensavi di fotografarmi dopo cena?”

“Mi sento davvero uno stupido stasera – dice ridendo mentre si accinge a parcheggiare nei pressi di “San Babel” – non riesco a spiegarmi come vorrei, mi sento un po’ impacciato… il fatto e’ che se non ci sara’ un’emozione da fotografare prima, dubito che ci sara’ un dopocena”.

In fin dei conti ciascun cliente paga per cio’ che che piu’ lo intriga. Ne ho visti tanti, da quelli che non dicono una parola e si fiondano subito a letto addirittura senza togliersi le calze a quelli che amano essere trattati come delle “pezze da piedi”. Se lui vuole passare una serata “fotografando” le sue emozioni chi sono io per criticarlo? Una volta ricevuta la busta posso essere tutto cio’ che vuole: la sua puttana, la sua psicanalista, la sua amica, la sua padrona, la sua modella o, come desidera lui, una comparsa nella sua fotografia da collezionare. Sicuramente non saro’ la sua schiava dato che non mi piace sottomettermi.
Se fosse un altro tipo di cliente sarei quasi soddisfatta della possibilita’ di incassare il mio rate senza l’impegno di dover proseguire l’incontro fra le lenzuola in un hotel… anzi, se fosse il solito cliente rompipalle farei di tutto per non dargli l’emozione che desidera, cosi’ da farmi rispedire a casa dopocena. Se voglio sono brava anche a fare la scostante, ma chissa’ perche’ questo fatto del “dopocena non sicuro” mi infastidisce… che strano!

Prima di scendere dall’auto mi da’ la busta.

“Ecco, questo e’ cio’ che hai chiesto sia per la cena che per la notte… comunque senti… in un caso o nell’altro, in qualunque modo vada la serata, questo incontro sara’ unico e non ti richiamero’ mai piu’. Non colleziono pezzi doppi!”

Metto in borsa la busta e ci incamminiamo verso il ristorante. Lui e’ silenzioso ed io pure ma non mi sento a disagio come quando, di solito, passeggio con un cliente completamente disarmonico, anzi la sua presenza mi da’ come un senso di protezione. Sara’ il suo modo di muoversi e di guardarmi. Ha degli splendidi occhi ed una bocca da mordere.

“Regola numero uno: una devochka che si lascia andare alle emozioni lo fa a suo rischio e pericolo e di sicuro compromettera’ il rapporto con il cliente in modo irreparabile, se non rovinera’ addirittura la propria esistenza. Ogni piccola emozione che porti verso tale direzione va bloccata sul nascere e contrastata fino al suo completo annullamento; se cio’ non fosse possibile si deve inventare una scusa ed andarsene”.

Mi viene in mente questa mia regola mentre da “Montenapo” svoltiamo in via S.Andrea.
Lui non ha fretta. E’ una bella serata settembrina e passeggiare e’ anche un’occasione per relazionare: il modo di camminare indica molto della personalita’ di qualcuno ed inoltre e’ possibile capirne i gusti osservando da quali vetrine e’ attratta la sua attenzione.

Ebbene si’ lo confesso, sono affascinata da quest’uomo e cio’ non accade tanto spesso, anzi l’ultima volta che e’ accaduto non ero “in servizio” e si trattava di un incontro extralavoro.
Mi sento turbata. Forse dovrei restituirgli i soldi e fuggirmene via come dice la “regola numero uno”… ma non lo faccio. Che mi accade?

Arrivati all’altezza di via S.Andrea ove questa incrocia via della Spiga ci fermiamo. Un giorno, in questo punto esatto, ci sara’ un negozio di Prada, ma adesso c’e’ ancora il ristorante in cui, normalmente, porto i clienti quando mi pregano di riservare per la cena.
Entriamo ed il Maître mi accoglie con il consueto “buonasera signora Schiller”.

Ci accomodiamo al tavolo. Sento che sta per accadere qualcosa ed io non voglio… non voglio… non voglio…

(Continua?…)