Oggi vorrei parlar d’altro


Non scrivo da alcuni giorni. A volte capita che mi allontani da questo luogo, per i troppi impegni, per la poca voglia, o per raccogliere le forze, che per me sono le idee. Perche’ le idee, come le forze, possono esaurirsi, posso restarne completamente priva o, semplicemente, non sentire la necessita’ di parlare di cio’ di cui in questo momento si sta parlando ovunque. A che servirebbe la mia voce in piu’ a ripetere le stesse cose? Quelle cose con le quali ormai tutti stanno facendo coro? La crisi, il debito, il crollo del sistema, oppure Monti, Berlusconi, le tasse, la casta…

Ce la fara’ l’Europa a non disgregarsi? Ce la fara’ la gente a sopravvivere al default prossimo venturo? Che ne sara’ dei nostri risparmi? Ci perdonera’ il mondo per aver vissuto oltre le nostre possibilita’ sottraendo in nome del nostro sconfinato egoismo risorse al futuro e ai nostri figli? Oppure saremo presto chiamati tutti a pagare il conto di quello che abbiamo rubato a quella parte del pianeta che finora e’ stato sfruttato perche’ ci fosse garantito il benessere? Tanti esseri umani che domani, probabilmente, vorranno anch’essi la propria quota di vita e di dignita’.

Quando in questo blog parlavo della crisi economico-finanziaria negli Stati Uniti e di come questa potesse innescare il possibile fallimento del “sistema euro”, ad iniziare proprio dalla Grecia e dall’Italia, cioe’ le nazioni europee piu’ indebitate e con un tenore di vita superiore alle proprie possibilita’, nessuno ancora sapeva cosa fosse lo “spread”. Oggi pare che tutti lo sappiano e che il web sia diventato improvvisamente in un luogo pieno d’esperti di economia e finanza.

Era da poco uscito di scena Prodi, la crisi dei mutui subprime doveva ancora mostrare la sua gravita’, nel parlamento italico si parlava di lodi, leggi ad “ad personam”, Alitalia, tesoretti che c’erano e non c’erano, e quelle prime sommosse in Grecia legate, si diceva, alla morte di uno studente ucciso dalla polizia, sembravano fatti lontani, quasi non riguardassero il resto del mondo.

Nei miei brevi articoli – talvolta fin troppo provocatori lo devo ammettere -, come una Cassandra esprimevo tutta quanta la mia preoccupazione per quella che chiamavo la “sindrome greca”. Una preoccupazione che ovviamente quasi nessuno condivideva. Anzi, c’era chi addirittura mi prendeva in giro e mi additava come una paranoica catastrofista.

Mentre Maddoff finiva in galera, per certi italici pareva che tutto andasse a gonfie vele: Bertolaso era un supereroe della protezione civile, nessuno intercettato al telefono aveva ancora riso del terremoto in Abruzzo, e Scajola probabilmente non aveva neppure versato l’acconto per la casa vista Colosseo. Obama doveva essere eletto, Steve Jobs aveva da poco presentato il suo iPhone, Veronica Lario era felicemente coniugata, Noemi Letizia e Ruby sconosciute e minorenni, “olgettine” un termine che doveva essere inventato e Lele Mora era ancora uno “scopritore di talenti” e non un pappone.

Della casa di Montecarlo nessuno parlava, e nessuno parlava neppure di Tarantini, Lavitola, Milanese, Penati, Scilipoti, quella nucleare era considerata una fonte d’energia sicura e a Milano era sindaco la Moratti. La Primavera Araba era una stagione ancora da venire e a Gheddafi tutti quanti baciavano il culo… oltre alle mani. Bossi cenava ogni settimana da Berlusconi e per sapere chi fosse Mario Monti si doveva digitare il suo nome su Google.

Ne ho scritte di cose in tutto questo tempo. Ne ho scritte talmente tante che oggi non ne ho piu’ voglia. Oggi lascio che a parlarne siano gli altri. Anche quelli che mi prendevano per il culo, quelli che dicevano che ero una paranoica catastrofista e che le cose non sarebbero andate in merda come preannunciavo io. Tanto che cosa potrei aggiungere di piu’? Niente.

Oggi, invece, dato che mi mancano le idee, vorrei parlar d’altro. Non me la sento di gettare nuove fosche nubi sul futuro, non desidero che ancora si parli di me come una che annuncia sempre sciagure. E’ per questo che non mi soffermero’ su parole che ormai sono sulla bocca di tutti: spread, bund, btp, tracciabilita’, patrimoniale, ICI, IVA, default… sono parole che non mi interessano piu’ perche’, ormai, fanno parte del gia’ avvenuto.

Vorrei parlare dunque di qualcosa che con la situazione attuale non c’entra un bel niente. Una cosa che mi e’ piaciuta, una poesia, sperando di donare in tal modo un’emozione, la stessa che ho provato io nel leggerla. Perche’ in certe descrizioni non e’ difficile riconoscermi.

Ha la chioma piu’ lontana di un piacere appena passato, nel sorriso mille promesse non impediscono la pioggia. I suoi colori sono una tavolozza di tremiti: ora cicatrici di ombre e ora splendore di coltello. Nessun postino suona alla sua porta perche’ non se ne conosce la dimora. Non se ne conosce la fine perche’ e’ libera come un albero.
E come l’albero, ascende.

Vieni
Raccoglila a flutti nei tuoi occhi

Il suo giardino, fortezza che effonde l’intrigo e dolce morte che annusa la preda. Si percepisce il diavolo a casa sua.
Non possono catturarla gli sguardi, ne’ i calici: donna di vapore, d’incertezze e di fantasie. Anche donna di cadute.
Sulla sua pelle si muovono un’infinita’ di continenti ignoti. Ogni ciottolo e’ un falso giuramento, liscio come le attese viste da lontano, ogni mano e’ un viaggio, ogni mattino e’ un viaggio. Ma solo traiettorie orizzontali, e quante poche scalate!

Vieni
Fissa le tue vette nei suoi abissi

Tanto pudica che si rifugia nelle parole oscene, insolente al punto da ruggire gridando il suo fuoco. Guerriera appassionata, amazzone di carriera, lancia le sue parole come frecce e le sue frecce tornano a lei cariche di prede.
Parla tutte le lingue della notte, ma scrive soprattutto con le unghie. Allo stesso modo scrive il corpo. Maledette sono le dita che non possono decifrare i timbri appuntiti della sua estasi. Dalla scollatura dei suoi gemiti si elevano musiche, canti, rumori e mormorii. Violino in eruzione, cerca il falegname di note che sapra’ far vibrare le sue corde.

Vieni
Incidi i suoi bordi
sulla memoria dei tuoi palmi

Golosa e tutta vestita di bocche, e’ fatta per degustare ed essere degustata. Le sue labbra sono commestibili e la sua lingua e’ un cucchiaio infinito di delizie.
Ghiotta di sapori delicati, se ne offre senza fine mentre resta a vegliare la sua fame.
Il divieto, clitoride della sua testa…
E il suo ventre? Campo di grano dove scintilla il pane del desiderio…

Porta la tua falce, mietitore!
Prendi, spremi, inumidisci
Carezza, arrotola, srotola
sii l’ascia e il boscaiolo
il senso e il senso contrario
che il tuo ricordo maturi i frutti
che la tua mano navighi nell’attesa fluida
che le tue dita si contendano la luna e l’annegamento
perche’ il fiume non cominci a scorrere
se non quando l’albero si pieghera’ su di lui:
e’ il desiderio che fa muovere le montagne
non la fede.

(La pantera nascosta dove iniziano le spalle – Joumana Haddad)


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