Una fiaba per Jázmin


Premessa. Fin dai tempi antichi, in oriente come in occidente, potentati di vario genere si sono a volte travestiti fingendosi poveri per camminare in mezzo alla gente, per ascoltare la voce del popolo, per capire la vita dei loro sudditi, oppure semplicemente per raggiungere i propri scopi attraverso l’inganno. Nella mitologia, Giove e Mercurio si travestono da pellegrini, ed anche nei testi sacri sono citati episodi in cui il travestimento ai fini di sembrare persone comuni viene utilizzato. Nella Bibbia, gli angeli che entrano in Sodoma per avvertire Lot si fingono dei poveri viandanti, ma non solo: il Cristianesimo si basa proprio su tale assunto: e’ Dio stesso che si mescola agli uomini nascendo come umile falegname. Anche nella letteratura – e successivamente, poi, nella cinematografia – questo tema e’ stato piu’ volte utilizzato. Ulisse, nell’Odissea, si traveste da vecchio mendicante per riappropriarsi dei suoi beni. Nel “Re Lear” di Shakespeare, Edgar si traveste nel “povero Tom”. E ne “Il principe e il povero” di Mark Twain, il titolo gia’ dice tutto. Pero’ e’ soprattutto nelle fiabe che i travestimenti di re, regine, principi e principesse, in umili popolani, da semplici espedienti letterari, diventano autentici archetipi.

Una fiaba per Jázmin

Che cosa mai mi aveva attratta in quel luogo? Non lo sapevo. Forse era stata quella lettera spenta dell’insegna luminosa. “Pingvin Söröző”, si leggeva, e la “ö” fulminata al centro dell’insegna sembrava farmi l’occhiolino invitandomi ad entrare. “Pingvin”, pensai. “Meglio di niente”. Un locale il cui nome, quella sera d’agosto, col caldo che faceva e per come mi sentivo, sarebbe stato davvero perfetto.

Ogni tanto, arrivavano certe serate in cui non mi ritrovavo piu’ con me stessa, in cui non sapevo davvero chi ero, e mi sentivo divorata da un’incontenibile smania, con un unico desiderio: quello di annullarmi completamente. Era cosi’ che diventavo vulnerabile, permeabile a ogni offesa; una donna da buttar via. Una donnaccia, avrebbe detto la gente. Una troia che amava farsi sbattere dal primo incontrato per caso. E mi capitava spesso di buttarmi via in quel modo.

Quando mi sentivo cosi’ inquieta, cominciavo a girare a tarda ora per i bar e i pub, avventurandomi nei vicoli puzzolenti, sovente scoprendo una fauna umana che alla luce del sole non avrei mai incontrato. Sceglievo un posto a caso ed entravo, sperando di trovarvi cio’ che cercavo. Che era poi sempre la stessa cosa.

Mi sedevo ad un tavolo oppure al bancone, e quasi sempre rimorchiavo qualcuno con cui, poi, scopavo, fuori, in una viuzza semibuia, appoggiata ad un muro scrostato, oppure costringendolo a inginocchiarsi di fronte a me, alle mie gambe aperte, e a leccarmi sotto la luce tremula di un lampione. Il godimento che raggiungevo in quel modo era cosi’ intenso, improvviso e appagante, da lasciarmi sempre senza fiato. Finalmente spossata. E naturalmente, dopo, ricambiavo il servizio.

Sapevo di rischiare molto, ma consideravo quelle avventure trasgressive come una specie di rituale necessario per purificarmi. Qualcosa che doveva passare per forza attraverso la cosciente degradazione di me stessa. Solo cosi’, poi, avrei potuto sentirmi rinata. Nuova.

Percio’ non provavo ne’ paura ne’ vergogna, ma solo un senso di totale, gratificante, abbandono. Il perche’ di quel bisogno impellente che spingeva a degradarmi non me lo sapevo spiegare, e a chi me lo avesse chiesto avrei risposto: “Sono fatta cosi’, prendere o lasciare”. Sarei stata una paziente interessante per qualsiasi psicanalista, e forse solo un esperto di menti distorte avrebbe potuto spiegarmi qual’era il demone che mi albergava dentro. Se solo mi fossi decisa ad andarci da uno psicanalista.

Cosi’ ero finita in quel posto, trovato per caso perdendomi in un dedalo di stradine. Aria pesante, densa di fumo, odore di cibo e di birra. Rari i clienti, quasi tutti uomini, seduti al bancone del bar o ai tavoli. Era tardi. Quasi l’una di notte.

Appena entrata mi trovai gli occhi di tutti puntati addosso: una donna sola, a quell’ora, con lunghe gambe in bella mostra, sarebbe stata una calamita per lo sguardo di chiunque. Il seno piccolo, ma prorompente, che a malapena resisteva compresso dentro una canottierina strettissima. I capelli neri, lunghi, sciolti e un po’ arruffati, e un viso senza trucco da ragazza per bene a cui faceva violenza un corpo fin troppo appariscente.

Sapevo bene cosa creava maggior scompiglio tra quegli uomini: era l’odore di nudita’ assoluta che mi portavo addosso. Un mantello di sesso e trasgressione e che mi avvolgeva tutta. Un eccitante aroma di femmina da predare, ed anche a distanza si poteva fiutare la mia resa senza condizioni.

Mi sedetti a un tavolino in fondo, in un angolo in penombra, con le spalle alla parete e mi guardai intorno, in realta’ non notando nessuno, tanto ero stanca. Ma ero curiosa di vedere chi per primo avrebbe preso l’iniziativa, sedendosi vicino a me. Volevo vedere a chi sarebbe toccato il privilegio di sbattermi contro un muro, oppure di strangolarmi se solo ne avesse avuto voglia…

L’adrenalina era cio’ che piu’ mi occorreva per tenermi viva, e in quel momento il mio corpo ne produceva in gran quantita’. Ma nessuno si muoveva. Ordinai una birra. L’assaggiai appena, poi intinsi un dito nella schiuma e iniziai a tracciare strani simboli sul legno sporco del tavolo.

Fu in quel momento che arrivo’. Ne sentii la presenza, vicina, ma non alzai lo sguardo. Volevo prima immaginarmelo e disegnarne i contorni partendo dalle prime parole che mi avrebbe detto.

“Mi chiamo Aladár, posso sedermi?”

Aveva la voce neutra, senza particolari inflessioni che facessero trapelare una qualche emozione. Non vi avvertivo l’ansia che di solito avevano quelli che, in quel frangente, ci provavano. Aladár non attese una risposta prima di accomodarsi di fronte a me, e quell’atto un po’ violento, incurante, oltraggiante dei miei desideri, mi fece capire fin troppo bene di che cosa avevo bisogno quella notte.

Alzai gli occhi e lo vidi. Alto, con lineamenti marcati e sguardo profondo.

“Jázmin”, mentii. Ogni volta usavo un nome diverso, chiaramente fasullo.

“Jázmin come il fiore?” mormoro’ Aladár.

“Toh! Stavolta mi e’ toccato un botanico”, pensai tra me e me, sorridendo con ironia. Bevvi un altro sorso di birra e le labbra mi si sporcarono con un velo di schiuma.

“Oppure come la fiaba…”, lo contraddissi, pensando al cartone animato di Walt Disney.

Aladár non comprese, forse non conosceva la fiaba, e inizio’ a parlare in fretta, accumulando domande su domande destinate a restare li’ come punti interrogativi appesi a mezz’aria. Mi chiese come ero capitata in quel posto, e credette alla mia risposta vaga. O semplicemente finse di crederci.

Non era un botanico, e non si accorse subito di avere di fronte una donna che era unica passeggera su una nave sprovvista di timone, alla deriva e senza alcuna voglia di approdare in un luogo sicuro. Forse non intui’ neppure cos’era cio’ che non stavo cercando, ma avevo ben altro per la testa, e di essere compresa da uno sconosciuto che non avrei mai piu’ rivisto in vita mia non era cosa che in quel momento m’importasse.

Ma lui, incurante, mentre beveva la sua birra lentamente, a piccoli sorsi per permettere alla voce di prender meglio il respiro, mi parlo’ di se’, della citta’ dov’era nato e della sua vera passione: la poesia. Mi chiesi se fosse davvero un poeta o se, invece, millantasse. Non era importante e non pretesi che me lo dimostrasse, ma Aladár, come se avesse ascoltato quel mio silenzioso pensiero, si fece dare dal barista un pezzo di carta. In pochi secondi ci vergo’ su qualcosa e poi, allungando una mano a sfiorare la mia, me lo porse.

Ecco che giunge, questo agosto,
ora che il gelsomino e’ fiorito
e l’aria e’ zittita dalla legna bruciata;
come gridavamo liberta’ intorno al fuoco
e come cantavamo la nostra canzone.

Il brivido persistente di una fiaba
e un pizzico di cielo magiaro
trattenuto, dolce, dall’odore del fumo,
e dagli occhi chiari di una donna
accovacciata accanto a me mentre scrivo.

Non c’era firma, ma in fondo al foglio si leggeva: per Jázmin o per chiunque lei sia.

Intuii che gli era costato non poco osare quell’approccio con una sconosciuta cosi’ strana, che gli stava, li’, di fronte, ed ascoltava le sue parole con finta attenzione. Sentii che la voglia di spalancare le gambe, per mostrare a tutti che non indossavo le mutandine, non mi torturava piu’ da quando era arrivato lui a tenermi compagnia.

Lo guardai sorridendo, e improvvisamente mi resi conto che lo desideravo. Volevo che mi toccasse, li’, tra le cosce dove stava crescendo quel calore accompagnato allo sfarfallio nella pancia che conoscevo bene. Forse stavo elemosinando un po’ di affetto. Oppure ero io che avevo voglia di darne.

“Vieni, siediti qui, accanto a me”, lo invitai.

Le lancette dell’orologio segnavano le tre e il locale era ormai semivuoto. Aladár si avvicino’ fissando il mio sguardo impertinente in cui, pero’, non riusciva a raccapezzarsi. Non capiva che cosa davvero volessi. Quando mi fu accanto lo feci accostare di piu’. Poi gli presi la mano e me la posai su una coscia, aprendo le gambe.

“Accarezzami”, lo pregai. “Non ci vedra’ nessuno”.

Appoggiai la testa all’indietro, sul legno sporco che rivestiva la parete, e sentii la sua mano salire dapprima timida, poi sempre piu’ audace, fino ad arrivare all’inguine, mentre col corpo si avvicinava ancor piu’ a me, guardandosi intorno, inquieto, nel timore che qualcuno si accorgesse di noi.

Anche se fosse accaduto, a me non sarebbe importato nulla. Mi eccitavano quelle situazioni, da sempre, ed anche di questa mia perversione, forse, avrei dovuto parlarne con uno psicanalista. Ma perche’ mai avrei dovuto farlo? Se era quella la mia sessualita’, se era cio’ che volevo e l’esibizionismo mi dava piacere, perche’ cambiare? Perche’? Facevo forse del male a qualcuno?

Quando si accorse che non indossavo niente sotto, e che le sue dita mi toccavano le labbra gia’ umide di rugiada, si scosto’ di colpo come se si fosse scottato.

“Perche’ ti fermi? Continua”, mormorai. E lui lo fece. Con le dita mi accarezzo’, mi titillo’, mi allargo’, mi penetro’ e spinse, facendomi piano piano entrare in orbita.

“Sei bravo”, gli dissi. “Adesso baciami”.

Mi appoggio’ la bocca sul collo e inizio’ a baciarmi, a leccarmi, a succhiarmi il lobo dell’orecchio, facendomi impazzire di piacere. Immaginavo cosa avrebbe potuto farmi con la lingua se, invece di essere li’, fossimo stati in un posto piu’ appartato. Era questa immaginazione che mi eccitava, ancor piu’ delle sue dita che mi frugavano. E mentre con una mano mi circondava la spalla, e con l’altra continuava a coccolarmi il sesso seguendo il movimento del mio ventre e delle mie cosce, scostando la canotta gli porsi il seno come un frutto maturo da gustare direttamente dal mio palmo. Si abbasso’ attaccandosi al capezzolo e lo succhio’ come un bimbo goloso.

Venni cosi’. Quasi all’improvviso. Soffocando in gola un gemito, mi inarcai all’indietro e con l’orgasmo gli bagnai le dita che lui, istintivamente, spinse ancor piu’ a fondo dentro di me. Tutto accadde in pochi istanti. Quando ritornai in questo mondo e riaprii gli occhi, gli sorrisi e lo toccai: sotto i pantaloni era teso e gia’ pronto per me.

“Usciamo da qui”, gli sussurrai.

Fuori, in una stradina deserta, come in una danza ci rotolammo stravolti contro i muri sudici, soffocandoci di baci furiosi. Poi, staccandomi da lui e senza curarmi dello sporco, mi inginocchiai per terra in mezzo alle sue gambe. Tento’ di rialzarmi, con un flebile e poco convincente “No… non cosi’”. Ma io sapevo che lo desiderava. E anch’io lo desideravo: il mio rituale doveva essere portato a termine. Fino in fondo. Sempre.

Con dita abili, gli aprii i pantaloni e glielo presi in bocca, assaporandogli la carne e il suo odore, mentre gli accarezzavo i testicoli e lo artigliavo ai glutei per prenderlo tutto. Lui gemeva. Sapevo che non ci avrebbe messo molto a godere. Me lo sussurrava ansimando, quasi a volermi avvertire. Forse le ragazze con cui di solito lo faceva non lo ingoiavano il suo seme. Ma io si’. Io lo avrei fatto. Io volevo berlo, gustarlo, saziarmi di lui, facendolo diventare parte di me: era quello il pasto che mi avrebbe rigenerata.

Lo succhiai fino all’ultima goccia. Poi mi appoggiai con la guancia al quel pene ormai appagato, continuando a lisciarlo piano con la punta delle dita.

“Chi sei realmente, Jázmin?”, mi chiese.

“Una principessa”, risposi rialzandomi e scostando i capelli dal mio volto. “Una principessa che si e’ avventurata fuori dal suo castello. Ma solo per questa notte”.


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