La crisi ungherese e l’intolleranza fra tzigani e gadje’ – II parte


Per cercare di comprendere il perche’ delle gravi tensioni che esistono fra rom e non rom, pero’, non basta solo attribuire la responsabilita’ a certe frange estremiste dei gadje’, che sono sicuramente il problema principale e piu’ immediato, ma non l’unico. Occorre anche individuare cio’ che e’ legato alle diverse appartenenze all’interno della comunita’ tzigana e, cosa importante, tener conto della storia recente dell’Ungheria, che come quasi tutti i paesi dell’est Europa ha attraversato decenni di regime comunista.

Sebbene, quando si parla di tzigani, ci si riferisca spesso ad un’unica entita’ linguistica e culturale, le cose stanno in verita’ in modo un po’ diverso, poiche’ le anime che compongono la comunita’ sono almeno tre. Ci sono i Romungro, i rom di lingua ungherese, che rappresentano circa il 70% degli tzigani nel paese, i cui antenati hanno vissuto in Ungheria da cosi’ tanto tempo da diventarne elemento culturale integrante e che includono la maggior parte degli artisti e degli intellettuali. Ci sono poi i Vlach (20% del totale), discendenti degli zingari fuggiti dalla Romania dov’erano tenuti schiavi nel XIX secolo, che parlano la lingua Lovari. Infine, i Beas (10%) che parlano un antico dialetto rom, giunti in terra magiara due secoli fa.

Tutto questo crea inevitabili incomprensioni perche’ non e’ solo la lingua che differenzia le varie anime che compongono la comunita’, ma e’ la stessa concezione di “appartenenza”. I Romungro si sentono sia tzigani che ungheresi. Un mix di due culture in cui credono di aver assorbito il meglio di entrambe, essendosi da tempo spogliati di tutto cio’ che ritenevano in contrasto con una convivenza civile con i gadje’. I Vlach e i Beas, invece, respingono generalmente qualsiasi tipo di integrazione, rimanendo attaccati agli usi e alle tradizioni degli antenati, rifiutandosi in molti casi di imparare la lingua ed essendo refrattari a dare un’istruzione ai loro figli.

Ma a parte il fattore che riguarda le strade separate percorse dai vari gruppi, come molte altre cose, i problemi in Gyöngyöspata e non solo in Gyöngyöspata, hanno origine dal comunismo, ovvero dal suo crollo. Nel periodo comunista, tutti dovevano lavorare. Chi non lo si faceva, andava in prigione. Il regime comunista non ha mai voluto considerare gli zingari come minoranza, ma piuttosto come un problema sociale. Nel 1961, il Partito Socialista Ungherese dei Lavoratori, scriveva: “Nonostante alcune caratteristiche etniche, i Rom non costituiscono una nazionalita’. Coloro che lo affermano preservano la segregazione degli zingari e rallentano la loro integrazione nella societa’”. Gli zingari erano dunque, come tutti gli altri, semplicemente dei proletari che avevano bisogno di essere costretti nel sistema, solo piu’ indisciplinati.

Sono stati di conseguenza relegati in soluzioni abitative di scarsa qualita’ e costretti alla fatica, come tutti gli altri. La maggior parte dei Rom lavorava nelle citta’, nelle fabbriche o nei cantieri edili. Quelli di campagna lavoravano in aziende agricole di piccole dimensioni o nei villaggi, impiegati nella raccolta della frutta o scavando nei campi. Il regime non voleva che ottenessero una maggiore istruzione, perche’ aveva bisogno di manodopera non qualificata e a buon mercato. Cosi’, gli tzigani, come comunita’ e come etnia, sono scomparsi per lungo tempo, assorbiti e diluiti nel sistema socialista.

Ma quando quel sistema e’ collassato in modo quasi improvviso nel 1989, il problema dei Rom, come molti altri a cui il comunismo aveva promesso risposte definitive, si e’ riproposto in modo, per molti versi, piu’ acuto di prima. Quando le fabbriche e gli impianti produttivi hanno chiuso alla rinfusa, sono stati i lavoratori non qualificati e di basso livello – rom in particolare – ad essere maggiormente penalizzati e a restare praticamente senza niente di cui vivere. La crisi economica successiva, poi, ha fatto il resto. Si consideri che, negli ultimi due anni, la disoccupazione rom e’ aumentata dal 15% all’85%. E oggi sembra che gli tzigani siano entrambe le cose: sia una minoranza etnica che un problema sociale.

In assenza di lavoro, i poveri si sono affidati al welfare. La mungitura del sistema e’ diventata cosi’ una strategia per sopravvivere. I sussidi di disoccupazione, di maternita’, l’assegno per figli e molti altri piccoli benefici, davano almeno la possibilita’ di vivere. Non certo per diventare ricchi, ma per uno stile di vita accettabile, e non solo per chi era tzigano, ma per chiunque si trovasse in condizione di profonda poverta’.

Cio’ e’ durato per quasi vent’anni. Per tenere bassa la tensione sociale e’ stato scelto di dedicare sempre piu’ fondi al welfare, senza far nulla per creare occupazione o ricostruire un tessuto produttivo nel quale tutte queste persone povere potessero trovare occupazione. Tutti i governi che si sono succeduti da allora, sia di sinistra che di destra, hanno scelto l’immobilismo e di non fare niente al riguardo. Cosi’ lo Stato si e’ indebitato sempre di piu’, arrivando al punto, oggi, da non poter piu’ sostenere la spesa sociale. Di questo, cioe’ dell’impoverimento del paese, nonostante ad usufruire del welfare siano e siano stati soprattutto i non rom – gli zingari sono solo un terzo delle famiglie in poverta’ assoluta – sono ciononostante i rom ad essere accusati, in quanto individuati come i soli ad aver “munto” lo stato.

C’e’ inoltre la questione della criminalita’. Esistono due linee di pensiero ovviamente in antitesi fra loro: c’e’ chi considera gli zingari solo delle vittime, colpevoli di nient’altro se non di essere quello che sono, ed e’ l’idea per cui lottano gli attivisti e le organizzazioni che si occupano della difesa dei diritti delle minoranze etniche e culturali vestendo i panni di difensori della comunita’ rom, e chi, invece – praticamente la stragrande maggioranza degli ungheresi -, la pensa in modo diametralmente opposto.

Cio’ genera odio in entrambe le comunita’ e la gente ha esperienza quotidiana di questo conflitto. A scuola, molti sono i bambini non rom in conflitto con i loro compagni rom. E’ quindi qualcosa che si radica nelle coscienze fin dall’infanzia e spesso sono i genitori stessi ad indicare ai propri figli l’altro come un probabile pericolo. Non sono piu’ isolati ormai i casi in cui ci sono aggressioni, sia da parte che dall’altra. Si formano gruppi e bande di giovani al cui naturale conflitto che anima un po’ tutti gli adolescenti, si aggiunge anche l’odio etnico. Sono a volte episodi terribili fatti di faide anche cruente in cui a farne le spese, spesso, sono sempre le persone piu’ deboli. I bambini e le donne. Gadje’ o rom che siano. In mezzo a tutto cio’, non mancano pero’ manifestazioni di civile convivenza, in cui le due parti si incontrano e si rispettano, ma perche’ cio’ sia possibile e’ necessario che alla base ci sia una educazione, civile ed etica, possibile solo con la scolarizzazione piu’ ampia che istruisca i giovani e li sottragga alla strada ed alle attivita’ illecite.

Uno dei reati che piu’ fa infuriare i gadje’ di Gyöngyöspata e’ il furto di frutta e verdura dai loro giardini. Gli alberi da frutto sono sempre stati una risorsa per la popolazione locale, ma nessuno si preoccupa piu’ di prendersene cura perche’, ogni volta che i frutti arrivano a maturazione, gli alberi vengono saccheggiati. D’altro canto non si puo’ neppure impedire a chi non ha un lavoro e non sa come nutrire i figli, di appropriarsi di qualcosa che gli e’ necessario alla sopravvivenza, anche se appartiene a qualcun altro. Il conflitto e’ dunque fra chi possiede qualcosa, anche se poco, e chi non ha davvero niente.

E’ quello che le autorita’ chiamano reato di sopravvivenza, che in qualche modo e’ diventato accettabile e la polizia generalmente tollera. Ma anche se e’ cosi’ a livello politico, cio’ non rispecchia la realta’ quotidiana, e non fa altro che aumentare l’intolleranza della gente comune, sempre piu’ arrabbiata, verso i rom che vengono considerati “protetti” nei loro reati, anche se si tratta di reati di misera entita’. Tutto questo senza che qualcuno abbia il coraggio di porsi la domanda: se le parti fossero invertite le cose andrebbero diversamente?


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