Uno sfogo non previsto


Sono preoccupata. No, niente che minacci la mia persona, ma il fatto e’ che le cose, qui, sono sempre state viste in due modi differenti: dagli ottimisti e dai pessimisti. Io ero un’ottimista, credevo che col tempo le cose sarebbero migliorate per il mio popolo. Oggi, pero’, sto passando dall’altra parte perche’ vedo che gli avvenimenti precipitano e mi accorgo che i problemi non sono solo quelli dati dall’intolleranza dei gadje’, ma le incomprensioni che ci sono fra noi rom.

Ovvero, divisioni di vario tipo ci sono sempre state fra Romungro, cioe’ rom di lingua ungherese, e chi parla solo Romanes. Ma non e’ solo una questione linguistica. E’ proprio un fatto culturale. Una frattura che esiste fra chi ha fatto di tutto per integrarsi e chi, invece, non ha mai voluto far niente, restando attaccato alle proprie tradizioni anche quando queste sono entrate in contraso palese con la realta’ circostante. Come si puo’ voler vivere sott’acqua ad ogni costo senza usare maschera, boccaglio e bombola d’aria?

I matrimoni combinati fra anziani e bambine, i test di verginita’ a cui le adolescenti sono obbligate, la sottomissione totale della moglie al marito, sono cose che, ormai, chi ha avuto modo di studiare ed evolvere culturalmente, non accetta piu’. Mentre sono pratiche assai diffuse fra chi ancora vive ai margini, in poverta’, nei ghetti, prima di tutto penalizzato dal non aver voluto imparare la lingua del paese in cui vive, nonostante i suoi antenati ci siano arrivati secoli fa, rifiutando ostentatamente di adeguarsi al fatto che se non si fanno compromessi si rischia di essere cancellati per sempre dalla Storia. Il multiculturalismo che serve a tutelarci non e’ solo qualcosa che gli altri devono avere nei nostri confronti, ma e’ anche un impegno nostro a migliorarci, e si basa sul rispetto che dobbiamo avere anche noi per gli altri, oltre che per noi stessi.

Non si puo’ togliere dagli studi una bambina solo perche’, con la puberta’, rischia di perdere la verginita’ a causa di qualche compagno di scuola. Non si puo’ imporre a quella stessa bambina di sposare un uomo di trent’anni piu’ vecchio e non si puo’ pretendere di fare la serva tutta la vita, sfornando un figlio dopo l’altro. Tutto cio’ e’ un crimine contro di lei, ma e’ ancor piu’ un crimine contro tutta la nostra gente. Chi non studia, chi non vuole evolvere, chi soprattutto obbliga anche i propri figli a fare altrettanto, non rende deboli e vulnerabili solo loro – una romni’ che non sa leggere non potra’ difendersi sia quando le faranno firmare un foglio di sgombero, sia quando le faranno firmare una carta liberatoria in cui accetta di farsi sterilizzare – ma ci rende deboli e vulnerabili tutti. Incapaci di reagire, di contare qualcosa, di costruire un futuro migliore.

Da una parte devo riconoscere che, forse, c’e’ un po’ di “spocchia” – e qui mi ci metto anche io – in chi si sente superiore perche’ ha studiato, conosce le cose e le sa analizzare in modo piu’ accurato, meno influenzato dalla superstizione. Dall’altra, lo capisco, c’e’ il risentimento provato verso chi si pensa abbia tradito la propria gente, la propria storia; verso chi si e’ adeguato ad una vita piu’ comoda e privilegiata che non va d’accordo con l’antica cultura dei padri. I primi dicono: “E chi se ne frega dell’antica cultura dei padri? Se non cambiassimo mai le cose l’umanita’ sarebbe ferma alle caverne e al fuoco acceso con lo sfregamento dei legnetti”. I secondi, invece, sono convinti che, se non si rispettano certe regole e non si seguono le antiche tradizioni, si smarrisce la propria identita’, e il nostro popolo svanisce.

Sono queste due anime che con difficolta’ hanno sempre convissuto e coesistono, finora senza troppi strappi, ma che sempre piu’ entrano in tensione. Soprattutto adesso che la poverta’ sta aumentando, le possibilita’ di lavoro sono quasi nulle, e il risentimento e la rabbia diventano qualcosa di inevitabile. Si passa cosi’ da cio’ che e’ sempre stata una questione culturale a una questione che riguarda la sopravvivenza personale.

In Ungheria, oggi, quasi un rom su dieci e’ disoccupato. Vive di espedienti, di malaffare, di furto o come meglio puo’. Il governo ha deciso, in parte, di tollerare i reati meno gravi perche’ non ha i mezzi per arginare il fenomeno – li chiama “reati di sopravvivenza” – ma questo fatto scatena l’inevitabile rabbia dei gadje’ e le critiche da parte di chi, come me, vorrebbe che non si prestasse il fianco alle inevitabili strumentalizzazioni, fornendo il pretesto ai razzisti e agli xenofobi per arrivare alla violenza fisica. Che poi, si sa, violenza genera violenza e su questo c’e’ chi fa conto per sguazzarci politicamente.

Ma capisco anche che non e’ possibile arginare un fiume in piena se continua a piovere ininterrottamente. Dopotutto che fanno questi giovani che non trovano lavoro? Come vivono? Tutto il giorno non hanno altro da fare che odiare e affilare il coltello. E siccome molti non hanno studiato, non hanno le basi per costruirsi un’etica e una morale piu’ alta e non hanno grandi valori da condividere, si affidano all’unico vero valore che conoscono bene: il denaro facile. Perche’ col denaro si puo’ far tutto, anche diventare delle persone rispettabili (e rispettate) e non importa con quali mezzi lo si ottiene.

E’ logico che i gadje’ si sentano minacciati e non mi illudo che con le buone intenzioni si possa riuscire a far capire loro che non tutti siamo uguali. Che non tutti rubiamo, spacciamo, ci ubriachiamo e ci abbandoniamo all’indolenza tipica di chi sente di non aver piu’ alcuna speranza. D’altro canto non ho neppure la forza per convincere chi delinque a non farlo, perche’ se fossi indigente e disperata, se abitassi nei ghetti ai margini dei villaggi dove le case fatiscenti stanno su per miracolo e dove si vive in quindici in appena tre stanze, forse anch’io coverei risentimento, odio e rassegnazione.

Sono quindi nel mezzo. Da una parte capisco gli uni, ma non posso condannare gli altri, e cio’ mi crea un corto circuito a cui, ovviamente, non do modo di esprimersi in pubblico, ma che in privato si ripercuote intimamente sul mio umore. A tutto questo si aggiunge il fatto che, per via della crisi, i soldi sono sempre di meno. Il governo ha operato numerosi tagli, soprattutto al welfare e ai fondi destinati alla tutela dei piu’ deboli, e si arriva cosi’ ad una situazione che e’ tipica nelle navi che affondano: ognuno per se’.

Volevo scrivere un articolo che illustrasse bene tutto questo. Volevo spiegare perche’ da ottimista sono passata ad essere pessimista. Volevo fosse chiaro che questo mio cambiamento di umore non dipende dalla crescente ondata xenofoba che esiste un po’ in tutta Europa, che’ quella era prevedibile, ma ha a che fare con qualcosa di interno alla stessa mia etnia. Una problematica che prima o poi doveva esplodere e della quale, forse, io sono anticipatrice.

Adesso non so se lo faro’ piu’. Non so se scrivero’ ancora quell’articolo. Sento di avere, infatti, un dovere verso la mia gente che ha gia’ innumerevoli problemi. Non posso infierire facendo emergere un’immagine che mostra come, in fondo, non ci sia unita’ fra noi. Abbiamo troppo bisogno della solidarieta’ degli altri per gettarla via con un atto di mera sincerita’. Sono certa che chi leggesse le mie parole direbbe: “Vedi? Anche fra loro si detestano. Perche’ dovremmo giustificarli noi?”. Ci sarebbe chi per ignoranza non capirebbe le mie ragioni ed anche chi con malafede le userebbe come strumento di propaganda. Ma le crescenti fratture che si vengono a creare all’interno della comunita’ rom in Ungheria sono una realta’. Non si possono ignorare. Le organizzazioni che si occupano dei diritti dei rom tacciono perche’, come me, sanno che si perderebbe una fetta di solidarieta’ della gia’ poca che abbiamo.

Ecco, mi rendo conto adesso che, se tutto cio’ avviene in un paese come il mio dove siamo integrati e facciamo parte della cultura nazionale – la stessa musica ungherese non esisterebbe senza di noi -, dove abbiamo convissuto in pace fra noi e con gli altri per oltre cinque secoli, immagino quale debba essere la situazione altrove, nei paesi in cui le popolazioni locali ci vedono come qualcosa di estraneo, invasivo, apportatori di sporcizia e malavita. E capisco anche che nostri nemici non sono solo coloro che non ci conoscono e che di noi hanno paura, ma cio’ che dobbiamo temere alloggia soprattutto dentro noi stessi. Sono i nostri fantasmi di sempre, la nostra rassegnazione, il nostro non sentirci come gli altri, la nostra incapacita’ di farci accettare perche’, in fondo, forse, non vogliamo essere davvero accettati, ne’ vogliamo accettare nessuno.

Scusate lo sfogo. Non era previsto, ma e’ venuto giu’, cosi’, una parola dietro l’altra.


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: