Immagini sbiadite di una citta’ invisibile


A láthatatlan város”, la citta’ invisibile, pare una contraddizione in termini. Se una citta’ esiste, come puo’ essere invisibile? Come possono le sue case, le strade, le piazze, gli abitanti, sparire? La citta’ invisibile pero’ esiste: e’ quella che c’e’ dentro di noi.

Le sue fondamenta sono tutto cio’ che siamo riuscite a costruire fino ad oggi: le nostre esperienze passate, gli avvenimenti della nostra vita, le sofferenze, le soddisfazioni, le aspettative, le delusioni… e i progetti. Si’, perche’ i progetti sono il punto da cui ha inizio la costruzione di qualsiasi citta’.

I mattoni con cui sono erette le case sono i nostri sogni, le nostre speranze, e tutto cio’ che vorremmo fosse, domani, presto o tardi che sia non ha importanza. Qui di tempo ce n’e’ in abbondanza, e’ l’unica cosa che davvero non manca, ed e’ la cosa piu’ preziosa che abbiamo. Per questo ci consideriamo ricche, nonostante possediamo poco o niente.

Non esiste citta’ senza strade, e le strade sono i nostri pensieri, che si ramificano e collegano le case, i ponti, le piazze, i parchi, i giardini, raggiungendo ogni singola parte di questo immenso spazio in cui viviamo, dentro e fuori di noi. Intime relazioni che ci avvicinano, ci mettono in comunicazione, ci uniscono, e ci fanno sentir parte di un tutt’uno.

La nostra citta’ invisibile e’ dunque lo spazio in cui viviamo, in cui ciascuna di noi sente di essere davvero cio’ che e’, ed e’ libera di esprimersi, di sognare, di sperare, ed anche di dire “no”. Perche’ i lampioni che illuminano le nostre strade sono alimentati dalla stessa energia che scaturisce dalla liberta’ di scelta e dalla luce della ragione.

Qui si possono persino creare mondi diversi, realta’ parallele, con la speranza che il tesoro invisibile che teniamo custodito dentro non vada perduto, e possa rappresentare la fiaccola di un cambiamento che, come un testimone, possa essere passata di mano in mano a chi verra’ dopo di noi. E la via per riuscirci, e’ quella che ci indica il cuore. Non serve altro che seguirla.

“L’inferno dei viventi non e’ qualcosa che sara’; se ce n’e’ uno, e’ quello che e’ gia’ qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo piu’. Il secondo e’ rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non e’ inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” [1]

E qui cerchiamo di riconoscere, in mezzo a tutto l’inferno che ci circonda, cio’ che non e’ inferno, donandogli tutto lo spazio che merita, nella speranza di farlo durare, se possibile, per sempre. Pur sapendo che niente e’ eterno. Ma non e’ forse “Utopia” il nome che abbiamo voluto dare alla nostra piazza piu’ grande?

L’emblema della nostra citta’ e’ un triangolo nero. Lo stesso con cui, in un tetro passato, venivano identificati coloro che non erano accettati: gli anti sociali, chi non si voleva sottomettere, le persone ritenute una minaccia ai valori della cultura che in quel momento dominava.

Un triangolo nero che marchiava come reietti i malati di mente, i senzatetto, gli alcolisti, le prostitute, gli anarchici, le lesbiche… ed ovviamente i “peggiori” in assoluto: gli zingari. Un simbolo che chi oggi vive nella citta’ invisibile esibisce senza alcuna vergogna, e con grande orgoglio.

[1] Italo Calvino: “Le citta’ invisibili”


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