Cosi’ va il mondo


Oggi, sempre per parlare alla “pancia” di chi mi legge, sperando di suscitare una riflessione sul futuro che ci attende, o quanto meno attende coloro che sono governati da una manica di cialtroni, incompetenti ed incapaci, concentrati solo a mantenere al sicuro i propri privilegi, vorrei riportare per intero un articolo apparso su quel giornalaccio giustizial-comunista che e’ Il fatto Quotidiano.

Il perche’, contrariamente ad altre volte in cui ho indicato solo il link, questa volta riporto l’articolo per intero, parola per parola, e’ che oltre a condividerlo totalmente e a sottoscrivere la perfetta analisi del giornalista, alla fine vorrei fare alcune brevi considerazioni che renderanno chiaro quello che penso su cio’ che probabilmente accadra’ in Italia in un futuro non troppo lontano.

Sei meno e cosi’ va il mondo
di Furio Colombo

La prima parola del titolo che vedete qui sopra e’ un verbo. Tu sei meno. Vuol dire che mentre studiavi o lavoravi, e – alcuni più di altri – davi il meglio di te stesso per essere pronto o per essere all’altezza o per essere piu’ bravo, avveniva uno strano fenomeno di cui manca la spiegazione: tutto diventava piu’ piccolo. Il tuo valore, il tuo peso, l’utilita’ di cio’ che sai fare, la paga, il desiderio o la necessita’ di averti in un certo posto o mansione.

“Dobbiamo rispondere alle sfide di un mondo globalizzato”, ti dicono. Il mondo globalizzato chiede sempre un’altra cosa, che non e’ quella che le persone, per l’esperienza fatta o il corso di studi e di specializzazione, sono in grado di offrire. Come nella messa in scena di un testo o di una partitura soggetti a diverse interpretazioni, c’e’ da aspettarsi una serie abbastanza vasta di alternative.

A volte le spiegazioni sono costernate e gentili, si attengono al criterio della dura necessita’ che ha cambiato le carte in tavola. A volte esplode, franco, e persino innocente, il disprezzo, come e’ accaduto al ministro Brunetta in un convegno a cui erano presenti molti precari della “funzione pubblica” (una volta si diceva “statali”, definizione meno elegante ma molto piu’ solida). Ha detto Brunetta ai precari: “Siete l’Italia peggiore”. Brutta frase, che – come sempre il lapsus – ha una parte di vero. C’e’ qualcosa di peggio del lavorare su un piede solo, senza sapere se e quando si potra’ appoggiare l’altro?

Ma esistono molti percorsi verso la fine o il discredito del lavoro, che sono sorprendenti e imprevisti, oppure sono delle vere rivelazioni. Per esempio, esplode l’azienda modello e si rivela un vermaio, come e’ accaduto a Parmalat. Oppure l’azienda resta modello ma vende i lavoratori insieme con il prodotto, come e’ accaduto alla Vodafone. Oppure si vende la stessa azienda, mentre funziona e va bene ed e’ carica di contratti, con una serie di passaggi di proprieta’ fino a quando si sperde il filo. L’azienda c’e’ ma non sai di chi, e se non paga non sai piu’ (ne’ gli interessati ne’ il giudice) a chi rivolgerti. Poi c’e’ la Fincantieri che “dismette” parti di possenti officine famose nel mondo, per un totale di 2.500 operai e ingegneri, con la modesta motivazione: in un mondo insicuro c’e’ poca richiesta di navi, fingendo di non sapere che non esiste alternativa tecnologica, e che il mondo insicuro continuera’ per forza ad andare per mare.

Se ti fermi a pensarci un momento, ti rendi conto che una formula per definire il mondo in cui viviamo e’ la seguente: meno paga per chi lavora, meno fondi per chi produce, meno lavoro per chi lo chiede, meno sanita’ per gli ammalati, meno scuola per i piu’ giovani, meno ricerca per i piu’ preparati, meno risorse per gli Stati al punto da minacciare la bancarotta di interi Paesi.

C’e’ una contraddizione: il mondo resta ricchissimo. Anzi, non e’ mai stato tanto ricco. Quello che conta e’ portare via i soldi, subito e tanti. La visione non sara’ la stessa che sta pesantemente cambiando la concezione della vita e della convivenza nel mondo? I nuovo protagonisti sono piccoli e grandi Madoff, non quanto a tecnica, ma quanto a “filosofia”. Pero’ che cosa sappiamo delle autorita’ monetarie e finanziarie del mondo che tutelano costantemente le ricchezze accumulate, spostando tutto il peso sulla massa di coloro che lavorano sempre di piu’ e guadagnano sempre di meno in nome di non si sa quale penuria?

Un giovane ingegnere appena assunto in Italia (dunque un miracolato) mi ha raccontato il colloquio con il manager delle risorse umane: “L’orario e’ di otto ore, come dice il contratto. Ma noi ci aspettiamo una presenza lavorativa di undici ore”. Racconta il felice neo assunto che nessuno, in quella impresa, resta sul posto meno di undici ore, e che la gara e’ lavorare di piu’ per una paga minore. Eppure non sanno se stanno lavorando per il comune futuro di impresa e dipendenti o per un accumulo di ricchezza, a meta’ strada fra la siccita’ che si espande e l’abbondanza di paradisi terrestri, che sono altrove e non sono soggetti ai tagli.

Sul New York Times del 13 giugno Paul Krugman, giornalista brillante e Nobel per l’economia, ha scritto con sarcasmo che esiste, da qualche parte, nel mondo dei grandi regolatori della finanza internazionale, un “Pain Caucus” o Comitato della Sofferenza. Decide di volta in volta dove cadra’ il taglio, e come rendere piu’ aspra la vita dei cittadini. “Sono molto fantasiosi i membri di questo comitato della sofferenza – sostiene Krugman – E trovano sempre un modo nuovo per infierire. Pero’ una cosa e’ certa: si impegnano a tener fuori da preoccupazioni e fastidi la grande rendita”. In altre parole, Krugman propone una chiave di lettura: non c’e’ siccita’ di risorse. C’e’ una parte del mondo che mette al riparo enormi ricchezze, e autorita’ finanziarie e monetarie che ne proteggono il percorso imponendo politiche cosi’ dure sugli individui che lavorano, che possono abbattere un intero Paese (vedi la Grecia, che tutti ormai ci siamo abituati a considerare una pericolosa fuori legge).

Se qualcuno dei lettori vorra’ raccontare questa battuta di Krugman, ricordi che l’estroso commentatore del New York Times non frequenta i Centri sociali. Ha la cattedra di Economia all’Universita’ di Princeton, Stati Uniti.

Alcune considerazioni

In Grecia, nel tentativo di salvare il paese dalla bancarotta, la politica fiscale, invece di aumentare le tasse sui redditi piu’ alti e dare spazio ad un’imposta patrimoniale che avrebbe danneggiato le banche e i grandi capitalisti, ha affrontato la via del rilancio dell’economia riducendo l’imposta sul reddito ed aumentando quella sui consumi, cioe’ l’IVA che e’ adesso al 23%. In tal modo gli unici penalizzati sono i ceti piu’ bassi, quelli che non hanno neppure piu’ un salario su cui far conto e tanto meno un patrimonio su cui pagare le tasse, quindi risparmiando l’imposta sul reddito, ma che ogni giorno si alzano col problema di avere i soldi per comprarsi almeno un po’ di pane e latte per sopravvivere. Pane e latte il cui aumento di prezzo causato dell’IVA piu’ alta non tocca certamente chi puo’ contare su un alto e sicuro reddito, oppure per chi ha patrimoni da consumare, ma che diventa insostenibile per i pensionati, i disoccupati, i lavoratori a basso reddito.

Oggi leggo la notizia che la signora Marcegaglia e gli industriali italiani hanno proposto che la riforma del fisco, che dovrebbe trovare le risorse necessarie sia per il riallineamento del defict sia per un abbassamento delle aliquote IRPEF (quelle sui redditi), dovrebbe partire proprio da un aumento dell’IVA.

Nonostante in tv i soloni della politica e dell’economia da mesi ci abbiano abituati a credere che l’Italia (forse) non e’ in pericolo come la Spagna (come se stare aggrappati sul ciglio di un burrone tenendosi con una mano oppure con due facesse una grande differenza), che il ministro Tremonti ha saputo tenere i conti in ordine e che le banche italiane non sono esposte con la Grecia come quelle di altri paesi, oggi, 20 giugno 2011, alla notizia che la nazione ellenica e’ sempre piu’ vicina al default, la borsa italiana perde il 2,60% (arrivando a perdere in giornata fino a quasi il 3%), mentre la media della perdita in Europa, inclusa la Spagna, e’ dell’1,50%.

Cio’ che ha fatto scendere il listino italiano piu’ degli altri, pare sia l’enorme pressione di vendita sui titoli bancari, soprattutto della banca Monte dei Paschi di Siena che oggi ha perso quasi il 20% a causa di un aumento di capitale da 2 miliardi di euro reso necessario per il rimborso dei famosi “Tremonti bond” (qualcuno se li ricorda?), e che con la situazione greca, ovviamente, non c’entra niente. Almeno cosi’ dicono…

Infine, considerazioni di altro tipo ma pur sempre significative, cioe’ riguardo al rapporto esistente in Italia fra i cittadini e coloro che dovrebbero farsi carico dei loro problemi, si possono fare anche leggendo questo articolo.

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