Shahrazad e il Djinn


Non ricordo come sia iniziato. Non ho memoria di quale sia stato l’attimo esatto prima del momento in cui l’ho risvegliato dal suo sonno senza tempo, e di quell’istante ne conservo un’idea vaga. Era un tardo pomeriggio d’inizio estate quando me lo sono trovato fra le mani: un souvenir scelto tra decine di oggetti usati e gettati alla rinfusa su una bancarella di Ecseri.

Quando a casa sono rimasta sola con il mio acquisto, l’ho tenuto in mano a lungo. Lo rigiravo e lo guardavo affascinata, ed e’ stato li’ che mi sono accorta del calore che emanava. Subito ho temuto che fosse per il bicchiere di vino che avevo bevuto a pranzo, ma non era per quello e neanche per uno scherzo della mia immaginazione. Ho accarezzato con forza i fianchi anneriti di quella strana lampada dalla foggia orientale e il calore, con lo sfregamento, e’ aumentato fino a quando, all’improvviso, e’ esplosa fuori dal beccuccio una nuvola di vapore bianco. Non era solo l’effetto della mia fantasia. Davanti ai miei occhi increduli ha iniziato a prendere forma concreta un corpo. L’energia che sprigionava era immensa e riempiva la stanza impregnando l’aria come nebbia densa.

Quella e’ stata la prima volta che l’ho evocato.

Stupita, ho iniziato a ridere in modo isterico, temendo di essere impazzita. Qualcuno potrebbe pensare che in tali momenti ci si metta a gridare di paura, ad imprecare, e invece no. Urlavo di gioia ripetendo: “Esiste! Esiste! Esiste!” Saltavo sul letto ridendo e agitando le braccia come se volessi volare.

“Adesso spiegami quali sono le regole” gli ho chiesto andando subito al sodo. Volevo sapere subito quali fossero i limiti del mio potere e dei miei desideri. Avevo letto fin troppi racconti e visto fin troppi film in cui, in un modo o nell’altro, alla fine c’era sempre la fregatura: chi trovava la lampada, senza volerlo, consumava tutti i suoi desideri in richieste assurde e inutili, ed io non avevo assolutamente intenzione di cadere in quella trappola.

“Tu sei la mia padrona. Tu comandi ed io eseguo gli ordini” mi ha risposto. “Non hai alcun limite al numero dei desideri che puoi esprimere. Non posso pero’ cambiare cio’ che e’ stato, ne’ prevedere cio’ che accadra’”.

“Nessun limite?” Ero euforica. Ma la realta’ non corrisponde mai alla fantasia e non ha niente a che fare con quella raccontata nelle fiabe che ascoltavo da bambina, oppure con quella dei film o dei cartoni animati. Avrei scoperto cosi’ che realizzare i propri desideri non sempre coincide con la felicita’, e alla fine quello che mi avrebbe attesa sarebbe stata la noia, l’abitudine, l’insoddisfazione.

“Come devo chiamarti?”
“Chiamami come piu’ ti piace. Non sentiro’ altra voce se non la tua, e sapro’ sempre che sei tu qualsiasi nome mi darai”.
“Allora ti chiamero’ Djinn, come vuole la tradizione. E tu vuoi conoscerlo il mio nome? Sentire che mi chiami padrona, mi fa un po’ ridere”.
“Ma tu sei la mia padrona! In quale altro modo potrei chiamarti?”

Quanta ingenuita’ in quelle parole. Sembrava un bambino cresciuto in fretta. Tutto il contrario di me, cosi’ fragile, cosi’ imprevedibile nella mia mescolanza di razionalita’ e passione. Ma si sarebbe abituato presto ai miei improvvisi sbalzi d’umore, alle mie inattese esplosioni d’allegria e ai miei pianti.

“Allora, chiamami Shahrazad” gli ho detto scherzando. E da quel momento, obbedendo, mi ha sempre chiamata cosi’. Lui e’ il mio Djinn!

Molti anni sono passati da quel giorno e la sua apparizione, oggi, non mi sconvolge piu’. Per chiamarlo mi basta allungare la mano verso la lampada, con l’indice sfiorarne il fianco e lui fa capolino, restando incorporeo, in attesa dei miei ordini. Come adesso.

La lampada e’ appoggiata sul comodino. Gli ho scelto come sempre una visuale impeccabile. Mi dondolo adagio, ho le labbra semiaperte, gli occhi chiusi. Li apro solo per un attimo e gli sorrido mentre m’inarco all’indietro, distendendomi con voluttua’. Nella penombra mi fissa. So che dal beccuccio osserva ogni mio movimento. L’uomo che invece mi fara’ godere, no, lui non immagina di essere osservato; affondato nel letto sotto di me, e’ concentrato solo sul suo piacere. Ovviamente, non e’ lo stesso dell’altra volta. Come sempre e’ uno qualunque, uno dei tanti che mi capita di portarmi a letto a cui non chiedo neppure il nome.

Non ho ho voluto che il mio Djinn assistesse ai preliminari. Non lo faccio mai. Lo evoco solo quando le cose sono andate oltre e sento di essere ormai prossima all’orgasmo.

“E’ un gioco” gli ho detto la prima volta che gli ho confidato la mia fantasia.
“Io sono un djinn” mi ha risposto. “Il mio compito non e’ giudicarti, ma esaudire ogni tuo desiderio, Shahrazad”.
“E amarmi?”
“Sei la mia padrona. E’ logico che ti ami”.
“Anche se amare una padrona non fa certo parte delle regole dei djinn” ho pensato tra me e me. “O almeno non dovrebbe e, soprattutto, non dovrebbe accadere l’inverso”.


Sono completamente nuda. I seni entrano precisi nei palmi delle mani del mio occasionale amante. Non so se i djinn si eccitino, non gliel’ho mai chiesto, e non so neppure se provino gelosia. Pero’ mi piace immaginare che, per il mio Djinn, guardarmi cosi’ mentre faccio l’amore con un estraneo, sia fonte di un misterioso quanto doloroso piacere. Alla luce tremula delle candele gli mostro il mio corpo che freme nell’amplesso, le cosce aperte, le gambe piegate, le caviglie agganciate come uncini ai polpacci dell’uomo mentre mi muovo lenta sopra di lui, su e giu’, facendo scorrere l’asta che mi penetra dentro. Mi sono messa in modo che possa guardarmi tutta mentre mi accoppio con questo maschio del quale, a parte il suo turgido strumento di piacere, m’interessa ben poco. So che puo’ vedere i nostri sessi incastrati uno dentro l’altro, lucidi, e puo’ percepire l’odore dei miei umori. Ormai, dopo tante volte, ha imparato a riconoscerlo.

Aumento il ritmo. Pronuncio in silenzio il suo nome. “Djinn…” gli sussurro. “Vieni”. E lui esce dalla lampada, come un vapore denso ma invisibile. Le tende nella stanza ondeggiano leggere per quell’impercettibile alito di vento, e lo vedo aleggiare di fronte a me, mentre l’estraneo che sto cavalcando, del tutto ignaro, mostra i segni di un imminente orgasmo.

Quando le mie richieste materiali sono finite, quando ormai, annoiata, non ho avuto piu’ niente da chiedergli perche’ gia’ tutto gli avevo chiesto, mi mancava solo una cosa: lui. Volevo lui. Gli ho detto tutto di me: l’infanzia, gli studi, gli amici, la famiglia. Gli ho raccontato anche dei miei uomini, delle delusioni, della rabbia, della solitudine, delle mani arroganti e prepotenti che mi toccavano anche quando non avrebbero dovuto farlo. All’inizio ho usato le parole, poi gli ho chiesto di leggermi nella mente e mi sono aperta rovesciandogli dentro tutta me stessa. Niente di me e’ stato piu’ un mistero per lui, neppure i pensieri piu’ segreti, i desideri piu’ proibiti, i difetti piu’ nascosti. E lui e’ rimasto. E’ qui, sempre qui. Lo chiamo quando voglio qualcuno che m’ascolti, quando voglio qualcuno che mi ami, quando voglio qualcuno che mi comprenda e condivida con me ogni cosa e che mi sia complice. E lui c’e’. Cosi’, senza saperne la ragione, ho iniziato ad amarlo.

Sento che sono vicina. Ancora poco e verro’. Gli faccio un cenno con gli occhi che non riesco piu’ a tenere aperti. E’ il nostro segnale. Come un filo di fumo, impalpabile, scivola verso di me, tra le mie gambe, con leggerezza, e risale verso il mio sesso che, aperto, bagnato, inghiotte quello del mio occasionale amante. Rallento un attimo per dargli il tempo di assaporare assieme a me questi istanti sublimi che precedono l’orgasmo. E’ cosi’ vicino che quasi riesce a sfiorare il mio ventre. Sa cio’ che voglio, lo abbiamo fatto altre mille e una notte. Al mio comando raggruppa le particelle del suo spirito e ordina loro di prendere un po’ di consistenza, quanto basta perche’ io le percepisca sulla mia pelle come fossero delle enormi dita. Sento il piacere scorrermi dai seni all’ombelico e girare tutto intorno alle mie carni che sembrano fondersi, mentre dentro mi sciolgo, divento liquida. E’ come il piacere solitario. E’ come un sogno erotico. E’ il momento dei sessi che gemono, del mio fiato che si mischia col suo spirito, che mi lascio accarezzare come solo lui sa fare, dappertutto, nello stesso momento. E lascio che mi solchi il corpo umido di sudore, che si soffermi sulle orecchie per alitarmi dentro un brivido, che mi sfiori le palpebre per asciugarmi una lacrima che scende, che mi entri nella bocca come un respiro.

Il ritmo aumenta. “Vieni” continuo a sussurrargli. “Vieni, entra anche tu”. E lui s’introduce in me, nella mia carne, tra sesso e sesso fino a divenire tutt’uno col mio sangue, la mia pelle, i miei umori. Il mio profumo impregna forte l’aria e si mescola a lui. Sto per godere. Ed e’ in quest’attimo, un istante prima che giunga l’orgasmo, che con l’ultimo barlume di lucidita’ che mi resta gli ordino di tornare nella lampada. E la lampada lo risucchia senza pieta’.

Non lo faccio mai assistere al mio piacere ultimo. Non voglio che mi guardi mentre godo, che veda gli schizzi di sperma sul mio corpo, i miei occhi che si perdono dentro le palpebre, le dita dei miei piedi che vorrebbero aggrapparsi a quell’istante, i singulti che mi scuotono. Non voglio che ascolti cio’ che grido nel momento in cui esplodo. Ed e’ solo quando tutto e’ finito, quando ho mandato via i miei compagni di una notte, quando della loro presenza non resta piu’ traccia, quando anche il mio respiro e’ tornato normale, che lo evoco di nuovo: “Djinn…” E lui esce, piano piano prende forma mentre io, seduta sul letto, sola, nuda, con la pelle ancora arrossata dal calore dell’eccitazione e dallo sfregamento dei corpi, con le braccia mi circondo le gambe piegate contro il petto.

Come mille e una altre notti gli esprimo il mio desiderio. “Voglio che diventi un uomo, il mio uomo in carne e ossa”. Ma non puo’ farlo. Oltre a non cambiare il passato e prevedere il futuro, questo e’ l’unico desiderio che non potra’ mai esaudire e so che, come mille e una altre notti, ancora una volta, per consolarmi accogliera’ dentro di se’ la debolezza della mia solitudine. Poi, abbracciandomi, mi cantera’ una ninnananna nella sua lingua antica, ed io mi addormentero’ lasciandomi cullare.


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