A vasúti utazás


Intercity 5137 per Budapest proveniente da Nyíregyháza, e’ in arrivo sul primo binario. Si prega di restare dietro la linea bianca di sicurezza. Prossime fermate: Mezőzombor, Miskolc-Tiszai, Budapest-Keleti…” ripete una voce monotona.

E’ una stazione piccola, immacolata, ben organizzata e pratica. Come ogni stazione ferroviaria e’ fredda e impersonale, pero’ mi e’ familiare. Difficile che qualcuno non mi riconosca e non mi saluti. La citta’ e’ piccola. Ho pero’ i miei posti segreti: la panchina, l’edicola, lo sgabello della caffetteria. Ho i miei rituali. Anche se non ci credo, mi piace fingere di essere superstiziosa: indosso sempre intimo bianco quando viaggio, e salgo sul treno salendo la scaletta sempre col piede sinistro. Ho la mia routine, come quella di acquistare qualche rivista da leggere durante il viaggio e, se sono in anticipo, sedermi in caffetteria. Anche qui ho le mie abitudini: the senza zucchero e due pasticcini che pero’ non devono essere col marzapane. Detesto il marzapane.

Fra le tante cose che detesto il marzapane non e’ certo la peggiore, sia chiaro. Ce ne sono altre che davvero non sopporto, e non solo di tipo culinario. Come le persone insistenti, ad esempio, quelle che non accettano i “no” o che sono talmente piene di se’ da credere che tutto il mondo cada loro ai piedi. Questo significa che riesco a sopportare poco anche me stessa, ma con me stessa devo pur convivere e molti dei difetti che ho devo gioco forza perdonarmeli.

Fra le cose che invece mi piacciono, viaggiare e’ al primo posto. Non mi annoio mai. Una volta, quando i viaggi li facevo per lavoro, spesso mi sentivo stanca, sfibrata, spossata, snervata. Talvolta mi ritrovavo ad essere alienata e confusa, soprattutto quando mi svegliavo nel letto di una fredda camera d’albergo in compagnia di un estraneo del quale non m’importava assolutamente nulla. Mi capitava di guardarmi allo specchio senza riconoscermi ed avevo bisogno di alcuni secondi per ricordarmi esattamente dove ero.

Si’. Una volta era diverso.

Oggi non e’ piu’ cosi’. Oggi, do libero spazio alla solitudine che, nell’essere vagabonda, porto con me alla continua ricerca del grande sconosciuto. Non parlo della solitudine nel suo significato antisociale e sinonimo di misantropia. Al contrario, con l’eta’ sono diventata una persona piuttosto socievole e amo la compagnia, quando e’ stimolante, clinicamente testata, presa in dosi omeopatiche e non imposta. Sto parlando della solitudine come intima convinzione psicologica e intellettuale; la solitudine che mi permette di ascoltare me stessa e realizzare quello in cui non credo di essere capace; la solitudine che mi consente di comprendere meglio la mia interiorita’ e il mondo intorno, cosi’ da farmi meno illusioni su entrambi; la solitudine che mi fa sentire leggera, senza peso, e aperta ad ogni possibilita’, pronta quindi a sacrificare piu’ facilmente le mie convinzioni; la solitudine che mi concede di vedere realmente le cose attorno a me, lontana da intralci, influenze o distrazioni, cosi’ da esserne realmente delusa. E perplessa di fronte a tutti i differenti volti, ritmi, odori, parole, a cui ogni volta vado incontro.

Viaggiare per me e’ vivere. Oggi non potrei piu’ farne a meno. Cambiare ambiente, incontrare persone e scoprire cose nuove mi ripaga di tutta la fatica, gli imprevisti, i rischi, le perplessita’ e il caos che ne derivano. E’ uno dei principali propositi su cui baso mia esistenza. Far esperienza di cose nuove. Leggere cose nuove. Scoprire cose nuove. Comunicare, sentire, imparare e amare cose nuove. E persone nuove, certamente.

Quando si chiudono le porte del treno cancello chi sono. La mia vita diventa un ricordo, qualcosa che non mi appartiene piu’ e inizia cosi’ la mia corsa verso l’avventura. Mi trasformo in una persona diversa, solitaria cacciatrice, esploratrice curiosa, donna e uomo allo stesso tempo, smaniosa di trovare qualcosa che mi faccia emozionare. Qualcosa da ricordare.

Se viaggiare non e’ vivere, allora cos’e’?

Tra un singhiozzo e un balzo, il treno corre lungo i binari mentre, persa con lo sguardo oltre il finestrino, guardo la mia terra che si allontana. Ogni volta sento che la nostalgia tenta di rimanermi aggrappata agli angoli degli occhi, come se volesse trattenermi, ma non ce la fa ed ogni volta sopprimo quel calore che sento dentro e mi lascio andare. Sto solo partendo. Ci sara’ poi un ritorno, e ci saranno altre partenze ancora, come ogni volta, e ogni volta penso: “Perche’ questa mia inguaribile smania di vagabondare? Perche’ questo desiderio di partire cancellando tutto? Cosa sto cercando veramente e che non riesco a trovare?”

Il treno sta abbandonando la mia piccola citta’. Ormai si vedono solo i tetti indistinti delle case all’orizzonte e una sottile lingua di verde piu’ intenso dove gli alberi costeggiano il fiume che si perde fino a scomparire. Il rumore delle ruote sui binari mi scuote dai pensieri e mi riporta alla realta’. Mi sistemo meglio nella poltrona e cerco di trovare una posizione piu’ comoda. Il treno e’ quasi vuoto e di posto ce n’e’ in abbondanza. Solo due persone nello scompartimento, oltre a me: un uomo seduto di fronte ed una donna al mio fianco.

Nelle mie manovre di assestamento, mi accorgo che lo sconosciuto mi sta guardando. Mi tolgo i grandi occhiali da sole e lo fisso dritto negli occhi. Lui, accennando un audace sorriso continua a fissarmi, ma solo per poco perche’ il mio sguardo, forse un po’ troppo tagliente, lo intimidisce, e alla fine, arrossendo, desiste e rivolge gli occhi altrove.

Gli occhiali scuri servono a delimitare la linea di confine tra me e il resto del mondo. Li porto sempre, quando viaggio. Sono il mio filtro e niente passa a meno che non decida di togliermeli, ma per farlo devo essere davvero interessata, oppure seccata. Li rimetto e ritorno alla mia compostezza. Ho voglia di rilassarmi, ho voglia che tutto intorno si annulli, come se nel treno fossi io l’unica viaggiatrice. Chiudo gli occhi e in un attimo mi addormento, ma il sonno dura poco. Mi sveglio di soprassalto quando lo stridere e l’odore pungente dei freni, segnala l’arrivo in una stazione. Una boccata d’aria, penso; prendo la borsa e scendo lungo la pensilina. Ma e’ solo questione di pochi minuti, perche’ il capostazione segnala che il treno deve ripartire subito.

Nel corridoio, con le spalle appoggiate alla porta, lo sconosciuto mi osserva in silenzio. Esaminandolo meglio mi rendo conto che e’ un bell’uomo. Di lui mi colpiscono gli occhi, grandi, scuri, allungati. E poi il naso, importante, che gli conferisce un aspetto virile. Ho in antipatia i nasi piccoli e troppo perfetti perche’ li ho sempre associati a persone poco generose di sentimenti. Non so per quale motivo abbia questa convinzione; forse per qualche ricordo subliminale nascosto nella mia psiche, oppure semplicemente per un irrazionale pregiudizio. Il labbro superiore, leggermente piu’ pronunciato di quello inferiore, gli rende la bocca terribilmente desiderabile. Pare essere li’ solo per mettermi alla prova, e penso che il caso, giocando con me sapendo bene cosa mi piace, voglia darmi l’opportunita’ di vivere una delle mie avventure. Decido che forse il viaggio potrebbe anche trasformarsi in qualcosa di piacevole.


Gli passo accanto, lo sfioro e, facendo finta di nulla, mi dirigo al mio posto. Mi adagio di nuovo nella poltrona ed inizio a leggere una delle mie riviste. Mi limito a sfogliare controvoglia le pagine guardando solo le immagini, poi, annoiata, prendo dalla borsa il libro che porto sempre con me. Inizio a leggerlo dal punto in cui lo avevo lasciato. Mi restano solo poche pagine per terminarlo. L’uomo mi guarda incuriosito. Con la coda dell’occhio riesco a sbirciarlo e vedo che non mi toglie un attimo gli occhi di dosso. Forse e’ attratto dalla massa di capelli corvini e ribelli che mi si distribuiscono sulla schiena e sulle spalle, con qualche ciocca che mi ricade sul viso. So di non passare inosservata.

Accavallando le gambe, col piede gli sfioro la caviglia. Lui pensa che il contatto sia dovuto ad un mio gesto di accomodamento. Gli sorrido, poi m’immergo ancora nella lettura. Spero che il piccolo gesto possa essere l’inizio di una timida conversazione, ma capisco presto di non trovarmi di fronte ad un estroverso. Il mio libro e’ ormai alla fine e so che il viaggio sara’ ancora lungo…

Come se fosse il gesto piu’ ovvio e normale, gli accarezzo con il piede la caviglia, lentamente. Poi, con la massima naturalezza, lo infilo sotto l’orlo dei suoi pantaloni e gli sfioro la gamba. Lui resta immobile, con la testa di lato e un’espressione di visibile imbarazzo. Mi tolgo gli occhiali; voglio che mi guardi ancora negli occhi. Questo lo confonde. Lo sto sfidando, apertamente, senza alcun pudore. Incurante dell’altra passeggera presente, continuo a toccargli la gamba con il piede, mentre lui, ormai, riesce a stento a star fermo e a fingere indifferenza. Percepisco la sua schiena irrigidirsi contro lo schienale. Lo vedo teso, nervoso, e sento che i suoi muscoli guizzano al mio tocco. Non ci siamo scambiati nemmeno una parola, ma non c’e’ alcun bisogno di parlare.

Con un gesto lento porto il piede lungo la sua gamba, fin su al ginocchio per poi fermarmi tra le sue gambe. Lui spalanca gli occhi, colto alla sprovvista, ma so che la situazione lo attrae terribilmente. Non fara’ nulla per fermarmi. Vorra’ vedere fin dove mi spingero’ col gioco e cosa succedera’ dopo. Mi piace la sua reazione. In certe circostanze, gli uomini timidi, pero’ sfacciati, sono l’ideale.

Mi piace osservare la sua espressione di stupore: un insieme di incredulita’ e di piacere. Il mio gioco lo rende protagonista di un desiderio che molti uomini hanno. Lo so. So che vuole che lo trascini oltre quelle barriere che l’educazione ed il buon senso impongono. Colgo l’attimo di sublimazione. I suoi occhi brillano di quella particolare luce che nasce solo quando brucia la passione: mi desidera. So che vorrebbe sentire l’aroma della mia pelle, perdersi tra i miei capelli, sentire il mio seno contro il suo torace. Quasi gli leggo nella mente.

Mi tolgo il maglione. Sotto indosso una maglietta che lascia poco spazio all’immaginazione. Lo vedo stringere i pugni, mordersi il labbro, portarsi una mano sul viso. La sua espressione diviene indagatrice, non riesce piu’ a reggere la tensione, i bottoni sulla patta dei pantaloni iniziano a tendersi e so che per lui stanno diventando dolorosi. Ma non fa altro. Forse si aspetta da me un gesto ancor piu’ esplicito, qualcosa che renda piu’ chiare le mie intenzioni. Come se gia’ non lo fossero…

Il mio piede tortura e accarezza i suoi desideri, mettendo alla gogna la sua resistenza. Con un gesto misurato si alza dal sedile guardandomi negli occhi, sperando che nel suo sguardo io colga la sua richiesta di seguirlo. Poi si dirige esitante verso il corridoio. Resta per un po’ ad attendermi, ma io non lo seguo. Voglio ancora giocare; voglio essere io a gestire la situazione. Quando riprende il suo posto, lo ignoro e resto con lo sguardo perso nel paesaggio che scorre veloce fuori dal finestrino. So che vorrebbe afferrarmi per i capelli e trascinarmi fuori in corridoio, poi nella toilette e prendermi senza alcuna esitazione. Di sicuro non gli piace essere trattato come un oggetto.


Il treno rallenta la sua corsa. Entriamo in un’altra stazione. Prendo la borsa e corro verso l’uscita. Ho voglia di un’altra boccata d’aria… e di altro. So che lui mi raggiungera’. Ed, infatti, eccolo. Resta pero’ in disparte. Quando il capostazione annuncia la partenza, mi affretto alle scalette per risalire e lui mi tende la mano con un gesto di raffinata cortesia. Sfilando la mano dalla sua, ho modo di sentire la piacevolezza del suo tocco. Il tocco e’ importante. Sfiorare una mano puo’ lasciarmi indifferente, oppure farmi provare un brivido. Ed e’ cio’ che avviene.

In modo sfacciato, gli afferro il viso e gli passo fugacemente la lingua sulle labbra. Lui mi afferra per le spalle, mi prende per i capelli e mi trascina a se’; reclino la testa offrendogli il mio collo e gli faccio sentire la pressione del mio seno sul suo petto. Desidera baciarmi, ma esita troppo, cosi’ afferro il suo attimo di titubanza e riprendo possesso della situazione. Apro la porta della toilette e lo spingo dentro. Poi, senza dire neppure una parola, gli infilo la lingua in bocca in un lungo bacio di quelli che annullano tutto il resto.

Nello spazio angusto della toilette, avviene quello che deve avvenire. Non lo descrivero’. Sarebbe banale. E importante non e’ tanto quel che accade, quanto il perche’ accade. Tuttavia e’ quello che spesso si desidera, ma che poi non si fa per il troppo pudore o per la poca incoscienza. Quello che resta confinato nei sogni, o che troppe volte viene descritto nella letteratura erotica piu’ scontata. Quello che solo Shahrazad, forse, potrebbe oggi pensare di raccontare, ma che nessuna viaggiatrice solitaria immaginerebbe mai di poter di vivere. Pero’…

Se viaggiare non e’ vivere, allora cos’e’?

Mille e una notte sono trascorse,
e quaranta ladroni hanno gia’ bussato alla mia porta.
Ma sto ancora aspettando Ali Baba.


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