Autoreferenziale femminilita’


Premessa (un po’ lunga, lo so, pero’ vi tocca). Quello di oggi sara’ un post autoreferenziale, come moltissimi altri in questo blog, e lo sara’ in modo spudorato, privo di ritegno e senza mezze misure. Perche’ desidero che non vi siano dubbi sulle mie reali intenzioni, cosicche’ chi vorra’ criticarmi possa mettersi fin da subito il cuore in pace evitando, eventualmente, d’inviarmi commenti scontati.
L’autoreferenza, o autoreferenzialita’, consiste nella capacita’ di qualcuno di parlare riferendosi a se stesso utilizzando in prima persona il pronome io. E’ un fenomeno nel linguaggio naturale o formale che e’ oggi assai diffuso, soprattutto per il proliferare della comunicazione via web, dei blog, dei forum, delle chat, dei mondi virtuali come Second Life, che offrono a chiunque l’opportunita’ e la liberta’ di raccontarsi, anche in forma anonima, come meglio crede.
Non voglio addentrarmi nelle varie motivazioni psicologiche che possono spingere le persone a parlare di se’, disegnandosi addosso dei tratti dei quali nessuno potra’ garantire la veridicita’, ma la Storia e’ piena di esempi di autoreferenza, come lo e’ la Letteratura – pensiamo alle tante autobiografie e a moltissime poesie – e, senza alcun dubbio, sono autoreferenziali le religioni in cui l’elemento determinante e’ la “Fede” in cio’ che e’ scritto nei testi sacri. In fondo, cosa sono i “testi sacri” se non una forma raffinata e scaltra di autoreferenza finalizzata all’autocertificazione di possedere l’unico verbo divino?
L’immagine di Maurits Escher che raffigura la mano che disegna se stessa, simboleggia graficamente questo fenomeno il cui significato definitivo
si condensa in un’unica affermazione: “Io sto dicendo la verita’”. Chi si autoreferenzia, infatti, deve sempre rassicurare sulla veridicita’ di quanto dice, e’ ovvio, poiche’ se affermasse il contrario, come Eubulide di Mileto con la sua frase “ψευδόμενος” (“pseudòmenos”, in greco: “Io sto mentendo”), saremmo di fronte al cosiddetto “paradosso del mentitore”.
Come puo’, infatti, essere vera la frase di chi dice che sta mentendo? Una frase che, pero’, non puo’ essere neanche falsa. Pertanto, chiunque racconti qualcosa di se’, nel web, nei libri, in tv o altrove, soprattutto se si tratta di argomenti che non possono essere documentati, come i pensieri, i sentimenti, le intenzioni, le storie personali e private o comunque cio’ che non e’ verificabile a causa dell’anonimato oppure della scarsa conoscenza che si ha della persona, cade inevitabilmente in uno di questi due casi: l’autoreferenza oppure il paradosso del mentitore.
L’ideale sarebbe non infilare mai se stessi nei discorsi, parlare d’altro, di cucina, di politica, di sport, di cinema, di ogni argomento eccetto se stessi, ma perche’ non lasciare spazio a questa piccola debolezza tutta umana? Parlare di se’, dopotutto, non causa danni a nessuno e poi immaginiamo che noia sarebbe se dovessimo discutere sempre di cose che non ci riguardano trascurando, invece, quello che piu’ di tutto c’interessa: noi stessi.
Pertanto, alla fine, sta solo a chi e’ spettatore, a chi ascolta, a chi legge, crearsi un’opinione. Come dice Robin Williams nel film “L’attimo fuggente”: “E’ proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva. Quando leggete non considerate soltanto l’autore, considerate quello che voi pensate. Dovete combattere per trovare la vostra voce; piu’ tardi cominciate a farlo, piu’ grosso e’ il rischio di non trovarla affatto. Non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno, osate cambiare e cercate nuove strade”.
E cosi’, evitando di giocare con i controsensi, gli equivoci e i paradossi, non diro’ ne’ “io sto dicendo la verita’” ne’ “io sto mentendo”, e lascero’ che ognuno si faccia un’idea propria su quanto andro’ a scrivere: vero, falso, autoreferenziale o paradosso che sia.

Autoreferenziale femminilita’

Parlando di me, potrei iniziare subito col dire che sono sicuramente una donna “con le palle”. Tuttavia, contrariamente a cio’ che affermano gli psicologi, non invidio affatto il pene e chi lo ha. Cioe’ gli uomini.
Sono una donna economicamente indipendente che non ha seri problemi di sopravvivenza. Anche se per motivi strettamente personali ho scelto di vivere sottotono rispetto alle possibilita’ che potrei avere, adeguandomi a chi ha sempre avuto meno di me, nel mio lavoro, oltre a metterci impegno, ho potuto contare su una discreta dose di fortuna e ci sono stati periodi in cui ho guadagnato in modo sostanzioso. Sono percio’ consapevole che, se solo volessi, se in un momento d’irragionevole egoismo decidessi di dedicarmi solo a me stessa pensando soltanto a soddisfare le mie esigenze disinteressandomi delle persone con le quali ho scelto di condividere l’esistenza, il mio tenore potrebbe essere assai piu’ alto di quello che e’. Ciononostante, detesto dover pagare il conto al ristorante quando un uomo mi porta fuori a cena.
Sono una donna emancipata, ma un trattamento estetico ed il tempo passato ad aver cura della mia persona, mi danno piacere e soddisfazione quanto me ne puo’ dare il successo sul lavoro.
Sono una donna intellettuale, pero’ mi preoccupo per qualche ruga e per la mia forma fisica quasi quanto mi preoccupo di non aver avuto il tempo di leggere gli ultimi libri che ho acquistato.
Non sono superficiale, ma se vedo una donna con i capelli sporchi, i vestiti in disordine e le ascelle non depilate, mi viene da scuotere la testa, esattamente come la scuoto di fronte chi si riempie di silicone labbra, zigomi, seno e qualsiasi altro posto in cui oggi viene iniettata questa sostanza.
Non sono superficiale, ma in un uomo unghie sporche e cattivo alito mi disgustano come un basso quoziente intellettivo, la mancanza d’ironia, l’eccessiva competivita’ e la patetica tendenza a mettersi continuamente in mostra.

Sono una donna che di solito prende l’iniziativa, ma perdo completamente il desiderio e l’eccitazione mi cade sotto i tacchi, all’istante e in modo definitivo, se chi ho davanti non ha spina dorsale. Cosi’ come resto fredda se ho a che fare con chi pensa che mettere in bella mostra i muscoli, le auto sportive e gli atteggiamenti da “tacchino tronfio” siano segno di un’indiscutibile virilita’.

Per queste e per molte altre ragioni, mi considero dunque una “fanatica” della femminilita’. Pero’, qual e’ il significato che do al termine femminilita’? E’ una domanda che puo’ apparire complessa, ma non lo e’. Almeno non per me che ho sempre pensato a questa caratteristica come alla piu’ importante che ogni donna dovesse avere.

Le vetrine di Sonia Rykiel, a Parigi, potrebbero essere l’esempio perfetto per spiegare in modo semplice ed efficace la mia idea di femminilita’. In quelle vetrine si possono ammirare abiti bellissimi, eleganti e seducenti, presentati accanto a una selezione di libri: ultime uscite di scrittori, pensatori, poeti e filosofi. La frivolezza della moda e la leggerezza dell’estetica abbinata alla cultura e allo spessore del pensiero. Il nutrimento per il corpo e il nutrimento per lo spirito, dove la bellezza esteriore e quella interiore si compenetrano, si completano e si arricchiscono a vicenda.


Ecco qual e’ la mia concezione di femminilita’. Quando cerco di spiegarlo, c’e’ chi resta sorpreso e non riesce a comprendere questa associazione tra cura dell’esteriorita’ e dell’interiorita’ perche’, secondo il modo comune di pensare, chi pone troppa attenzione al proprio lato esteriore viene subito etichettatato come superficiale. Mentre chi si dedica alla cultura si suppone sia, invece, automaticamente noncurante della propria immagine. Perche’? Perche’ si crede che chi si prende cura della propria immagine non abbia il tempo (e neppure la voglia) per mettersi anche a leggere roba “seria e pesante”. Mentre, d’altro canto, si ritiene che gli intellettuali non abbiano il tempo per occuparsi di “frivolezze” quali la forma fisica, la cura della pelle e l’abbigliamento adeguato, poiche’ troppo concentrati sulle questioni esistenziali e metafisiche.

L’idea che esistano due campi, quello della bellezza e quello dell’intelligenza, in cui le persone tendono ad eccellere separatamente, ed in cui l’una esclude l’altra, e’ una trappola, un luogo comune che continua a sopravvivere nonostante tutti gli esempi contrari degli ultimi decenni. La cosa perfetta, invece, dovrebbe essere come da Sonia Rykiel: libri nei negozi di abbigliamento e abiti eleganti anche nelle librerie.


Perche’ tutto cio’, per me, non e’ solo una necessita’, un bisogno, una fame, ma e’ anche un piacere. Cosa c’e’ di piu’ bello e rivoluzionario, infatti, di una donna che con tenacia riesce a vincere le sue battaglie senza rinunciare alla propria femminilita’? Senza che, per conquistare i propri diritti, ricevere rispetto, dare prova delle proprie capacita’ e raggiungere i propri obiettivi, debba dimenticare di essere donna sacrificando la femminilita’ che ha dentro, trasformandosi in stereotipo fin troppo abusato?
Un bel guscio che suscita desiderio, ma senza cervello, oppure un cervello che suscita ammirazione intellettuale e niente altro o, addirittura, la patetica parodia di un uomo che’ piu’ niente ha di femminile.

Lo dico perche’ sono ancora molte le donne convinte che, per raggiungere l’uguaglianza con gli uomini ed ambire a posti di responsabilita’ si debba rinunciare alla femminilita’ oppure trasformarsi in concubine compiacenti ai voleri del sultano. Anche se in passato posso aver avuto idee molto diverse, oggi credo che per essere una donna forte non si debba cercare di assomigliare a un uomo scimmiottandolo nei suoi comportamenti meno esemplari, e neppure affidarsi alla sola seduttivita’ del corpo facendo leva sulle debolezze maschili. Personalmente, ho capito, infatti, che non ho piu’ alcun bisogno di mettermi in competizione con il maschio perche’, facendolo, arriverei a sacrificare la mia femminilita’. E non e’ forse la perdita di femminilita’ l’atto di resa per eccellenza allo strapotere degli uomini e alla loro visione superficiale della donna percepita solo come un “pezzo di carne”?


Quindi, cosa significa oggi, per me, essere donna? Certamente, non la banalita’ di indossare il reggiseno, la gonna, le autoreggenti, truccarmi e portare capelli lunghi. E sicuramente non significa trasformare il mio corpo in “un pezzo di carne” messo in bella mostra a disposizione di chiunque.
Nonostante sia convinta che ogni persona, quindi ogni donna, sia libera di fare cio’ che desidera con il proprio corpo, persino usarlo per raggiungere i propri obiettivi (sarei incoerente se non lo ammettessi), penso che offrire solo l’immagine femminile del “pezzo di carne”, una somma di cosce, tette, culo, labbra e quant’altro, sia umiliante. E’ un’umiliazione che in talune circostanze la necessita’, il bisogno o i contrattempi della vita possono spingere ad accettare, ma che non puo’ durare in eterno. E quando si prende consapevolezza di essere molto di piu’ di un “pezzo di carne”, cio’ puo’ indurre ad un impegno intellettuale ancor piu’ grande del normale, persino esagerato, affinche’ gli equilibri interiori siano in qualche modo ristabiliti.

Ed ecco, dunque, cio’ che per me, oggi, significa essere donna: essere me stessa e nessun altro. Essere in grado di sostenermi con le mie sole forze, con il coraggio, con il corpo (certo) ma anche con la mente. Senza panico, diffidenza, tabu’, vergogna o irrazionali paure. Significa, cioe’, prendere anziche’ aspettare che mi sia dato. Perche’ sono io l’unica esperta di me stessa, di cio’ che voglio e non voglio, e desidero essere la mia sola ed unica guida. Sono io l’unico riferimento per il mio corpo, il mio spirito e la mia essenza, e solo io conosco i miei sogni, le mie aspirazioni, i miei sentimenti, le mie angosce, i miei vizi e le mie virtu’. Nessuno deve avere voce in capitolo e non voglio preoccuparmi che un uomo, un padre, un marito, un amante, un fratello “approvi” il miei successi o giudichi i miei fallimenti.

E se proprio e’ necessario che diventi uguale a qualcosa o qualcuno, allora scelgo che sia la mia identita’, la mia entita’, fatta di un’essenziale femminilita’ in continua trasformazione. La MIA femminilita’ attorno alla quale, sotto, sopra e fuori, non deve esserci assolutamente niente se non il vuoto.

Sono viva per errore
a dispetto di me stessa.
E per non annoiarmi
Ho consacrato le mie mani a intimi peccati.
molte porte ho amato e serrato
perche’ nessuno soffrisse la mia assenza.
Ho voluto sbagliare
per avere colpe da vantare.
A lungo ho camminato in compagnia delle ombre
a lungo ho sedotto piaceri
mai un miraggio che non abbia inseguito
mai un fuoco che non abbia rapito
ma non ho peccato abbastanza.
E passera’ lungo tempo
prima che pianga come dovrei
passera’ lungo tempo
prima che impari a rovinare la mia vita.

(Joumana Haddad – Non ho peccato abbastanza)

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