Metro’


Ricordo bene l’odore di menta. Spiccava in mezzo ai tanti altri odori, di sudore, polvere, profumi da quattro soldi, inchiostro fresco di stampa di giornale, caffe’ bevuto in fretta al mattino, vestiti tenuti a lungo rinchiusi nell’armadio: gli odori della gente che affollava la metropolitana. Fuori cadeva una leggera pioggia, c’era quindi chi aveva con se’ anche l’ombrello che contribuiva ad aggiungere nell’aria persino quella sgradevole puzza di plastica bagnata.

Era un giorno in cui, a causa di uno sciopero dei taxi, i mezzi pubblici erano presi d’assalto. Perlopiu’ era l’ora di punta, per questo la linea era maggiormente affollata ed io mi trovavo accerchiata e pressata da decine di persone. L’odore di menta proveniva da dietro di me, dall’alito di un uomo che stava schiacciato sulla mia schiena. L’avevo appena intravisto prima di salire. Indossava una giacca chiara e non m’era sembrato un brutto tipo, anzi cosi’ di sfuggita mi era addirittura piaciuto, ma poi, costretta nella morsa della gente, avevo dovuto dargli le spalle ritrovandomelo addosso, appiccicato a causa della gran calca o probabilmente anche per altro.

Quale donna non si e’ mai trovata in una situazione del genere? Qualche molestatore da mezzo pubblico l’avevo gia’ incontrato in vita mia, e sempre avevo risolto il problema scostandomi e togliendomi dall’impiccio in modo discreto e senza far troppe scenate, ma in quel frangente non lo feci. Forse il fatto che quel tipo non mi fosse dispiaciuto fisicamente aveva contribuito a farmi accettare quella situazione, percio’ la sua invadenza, invece di crearmi agitazione come avrebbe dovuto, non mi dava assolutamente fastidio. Anzi…

Stavo in piedi nell’angolo anteriore destro del vagone, con la spalla sinistra appoggiata alla parete ed il finestrino davanti agli occhi. Alla mia destra e tutta intorno, la moltitudine di persone immerse nei propri pensieri, impegnate a chiacchierare, a leggere il giornale, ad ascoltare musica dagli iPod. Tutti quanti accerchiati come me, mentre la vettura procedeva incurante dei problemi della gente verso la sua destinazione, fermandosi ad ogni stazione dove, per un inspiegabile fenomeno, erano sempre piu’ le persone che entravano di quelle che uscivano, aggravando cosi’ la situazione e rendendo lo spazio sempre piu’ ristretto.

Alle spalle, addossato a me, avevo il mio ipotetico molestatore che mi chiudeva nella morsa. Forse avrei dovuto togliermi da li’. Dopotutto era una situazione claustrofobica, insostenibile, ma per qualche motivo che non sapevo spiegarmi trovavo la circostanza assai eccitante. Ci muovevamo all’unisono, io e lui, assecondando i movimenti del treno, e mi piaceva quel farmi cullare dalle oscillazioni provocate dalle curve, dai rallentamenti, dalle accelerazioni. Era una sensazione strana. Cercai di coglierla lasciandomi avvolgere da quel bozzolo d’inconsistenza che stimolava i miei sensi ed il mio desiderio di conoscere.

Sono una tipa strana ed ho un metodo tutto mio per soddisfare quell’ineffabile curiosita’ che ho sempre avuto fin da giovanissima. Ho sempre pensato, infatti, che per comprendere davvero qualcosa la si deve prima esaminare, sviscerare, catalogare… e, se possibile, la si deve vivere sulla propria pelle. Ripensai alle altre occasioni in cui, in autobus, in metro’, oppure al cinema, m’ero trovata accanto qualcuno che aveva tentato di toccarmi con la tipica tecnica della mano morta, e come ogni volta mi fossi rifiutata di subire quell’oltraggio, togliendomi dall’imbarazzante situazione cambiando di posto.

Per un istante immaginai cosa sarebbe accaduto se, invece di scappare, mi fossi prestata al gioco di quelle persone. Una cosa del genere non l’avevo mai fatta. Dopotutto cosa mai avrebbe potuto accadermi di tanto grave? Al massimo, sarei stata toccata da uno sconosciuto, come altre mille volte mi era accaduto per lavoro o per semplice diletto. Decisi che se quel tizio ci avesse provato, stavolta non mi sarei scansata. Fra tutti era sicuramente il palpeggiatore meno orribile che avrebbe potuto capitarmi. La sua sarebbe stata una mano senza volto, un tocco dal nulla, e quando mi fossi stancata del gioco, non avrei dovuto far altro che scendere alla stazione successiva.

Portavo dei jeans molto attillati ed una maglietta corta che lasciava scoperta la striscia di pelle compresa fra la cintola e l’ombelico. Sopra, indossavo un giacchino leggero ed impermeabile, adatto per quella giornata in cui, sebbene piovesse, faceva abbastanza caldo. Tenevo la mano destra sulla borsa a tracolla che, quando viaggio su un mezzo pubblico, mi porto sempre sul davanti per proteggerla, mentre con la mano sinistra mi tenevo ad una maniglia per non perdere l’equilibrio, ma era solo un’abitudine, qualcosa di assolutamente inutile, poiche’ anche se avessi voluto non avrei mai potuto cadere per mancanza di spazio.

L’uomo aveva la bocca poco dietro la mia nuca. I capelli umidi di pioggia, raccolti in una grossa treccia che avevo portato davanti, non impedivano al suo alito di raggiungermi. Lo spostamento dell’aria provocato dal suo respiro, come un soffio, mi sfiorava i lobi delle orecchie e mi faceva venire dei piccoli brividi mentre, sempre piu’, sentivo che col corpo si appoggiava sulla mia schiena. Pero’ non mi sarei voltata a guardarlo; temevo che se lo avessi fatto avrei rotto il surreale incantesimo di quel momento. In fondo mi piaceva. Sentivo una strana eccitazione arrivarmi nelle gambe e nella pancia, ed anche quei brividi provocati dal suo respiro sul mio collo contribuivano a farmi venire in mente strane idee. Sapevo che mancavano ancora molte fermate alla mia destinazione, perciò non dovevo preoccuparmi di avvicinarmi all’uscita. In sottofondo, il rumore dei motori elettrici si fondeva con il frastuono della gente, ma per me, assorta in quei pensieri, tutto cio’ era come silenzio.

Chiusi gli occhi immaginando intorno il vuoto, come se tutto fosse scomparso: luci, odori, suoni, persone non esistevano piu’. C’era solo lui e la sua fragranza di menta. Immaginavo la sua mano sul mio fianco, ed il contatto delle sue dita con la mia pelle, ma lui non si decideva ad andare oltre. Oppure non era un molestatore come avevo creduto, ma era semplicemente li’, imbottigliato come me in una scomoda posizione e forse le mie immaginazioni non erano altro che un film che avevo da sola creato nella mia mente.

“Quando le cose che si desiderano non accadono, allora si deve fare in modo di farle accadere”. Ho sempre fatto cosi’, e’ sempre stata la mia filosofia e poche, rare, volte le cose che ho desiderato non sono accadute. Avevo un margine di soli pochi centimetri da sfruttare: mi spostai all’indietro, appena un po’, aumentando cosi’ il contatto tra il mio corpo ed il suo. Pensai che fosse quello il segnale che attendeva, ma non accadde nulla a parte la sua sorpresa che riuscii chiaramente a percepire.

A pensarci bene, forse non si aspettava quella mia mossa. Quale molestatore o non molestatore si attenderebbe mai un comportamento del genere da una qualsiasi ragazza che viaggia in metro’? Non ero mica sul set di un film porno. Magari avevo esagerato un po’, pero’ capivo che non era rimasto insensibile a quel mio tacito invito; con il sedere riuscivo a sentire perfettamente la durezza del suo membro e questo non faceva altro che aumentare la mia eccitazione. “Se le cose non accadono alla prima, allora si deve insistere”, altra carta vincente della mia filosofia. Mi spostai indietro anche con la schiena, sperando che intuisse una volta per tutte le mie intenzioni, e che non fosse troppo timido. E cosi’ fu.

Da principio, titubante, in modo quasi impercettibile, con la mano sinistra, quella nascosta fra i nostri corpi e la parete, si appoggio’ al mio fianco. Resto’ li’ per pochi secondi, esitante, ancora indeciso, probabilmente temendo di aver male interpretato ed attendendo una mia reazione, ma la mia calma e quella finta indifferenza che mostravo mentre continuavo a tenere la faccia orientata in avanti come se niente fosse, lo rassicurarono. Cosi’, prendendo coraggio, con la punta delle dita inizio’ ad accarezzarmi piano la pelle nuda e vedendo che non mostravo alcun fastidio, ma che anzi continuavo a tenere il mio corpo sempre piu’ aderente al suo, lentamente sposto’ il tocco verso la parte anteriore del fianco, per poi scendere verso l’inguine, aprendo a ventaglio la mano sul ventre.

Era calda. Con il pollice mi sfiorava l’ombelico ed il mignolo arrivava proprio li’, dove iniziavo a sentire quella piacevole sensazione di desiderio da soddisfare. Il solo pensiero di quella situazione bastava a farmi sprigionare fluidi di piacere nelle mutandine, ed i brividi dal collo iniziarono a propagarsi ovunque dentro di me: di dietro giu’ per la schiena fino all’osso sacro e davanti, passandomi sopra ai capezzoli, giu’ fin dentro la pancia, dove le mie farfalle avevano gia’ iniziato a battere le ali. Forse emisi un piccolo gemito, non lo ricordo, di sicuro pero’ col corpo gli comunicai che poteva continuare.

Era una circostanza nella quale non mi ero mai trovata, magari anche troppo estrema, ma questo non faceva altro che far affluire ancor piu’ l’adrenalina, provocandomi quell’incredibile e stupenda sensazione che sempre provo quando mi trovo di fronte a situazioni nuove ed inattese. Non so se lui riuscisse ad intuire i motivi per i quali avevo deciso di starci, oppure se pensasse di aver incontrato una mezza matta, una ninfomane che amava farsi toccare da chiunque sui mezzi pubblici, ma sinceramente non m’importava. In quel momento ero totalmente concentrata su ogni pensiero, ogni emozione, ogni sensazione che provavo. Nonostante il luogo fosse pieno di gente, nessuno poteva vederci. Ero solo io, totalmente rapita dalla sua mano. Avevo voglia di farmi toccare da quello sconosciuto, avevo voglia di godere li’, davanti a tutti, senza che nessuno se ne accorgesse, ma forse l’aspetto piu’ perverso di tutto e’ che pensavo a come sarebbe stato intrigante il momento in cui lo avrei raccontato.

Sono fatta cosi’: curiosa innanzi tutto ed amo le sfide. Mi piace provare, sperimentare, rischiare, perche’ ho sete di conoscere e credo che sia solo con l’esperienza diretta che si possa arrivare a comprendere veramente il funzionamento delle cose. Come si possono descrivere i fatti della vita senza che li abbiamo mai provati? Come si possono descrivere, il dolore, il piacere, la gioia, la tristezza, l’amore, l’odio senza averli mai conosciuti? Il caldo e il freddo, il dolce e l’amaro, la luce e l’oscurita’ restano parole senza alcun significato se i nostri sensi non hanno provato entrambe le condizioni. Per questo motivo, prima di dare forma ai miei racconti, fissandoli su carta oppure in una pagina web, voglio poterli vivere, voglio provare sulla mia pelle quelle sensazioni che andro’ a descrivere. Cosi’, ogni volta che li rileggero’, sara’ come se ritornassi li’, in quel preciso istante.

Lui mi accarezzava, piano, quasi fosse un massaggio, con movimenti circolari e discendenti. Tentando di arrivare a toccarmi nel mio posto piu’ privato, provo’ a sganciarmi il bottone dei jeans, ma io glielo impedii. Gli presi la mano e lentamente, senza una parola, gliela spostai piu’ giu’, facendogli capire dove avrebbe dovuto concentrarsi. Per alleviare un po’ il desiderio che aveva di accarezzarmi almeno in parte senza che ci fossero i jeans di mezzo, mi abbassai la zip cosicche’ potesse, con la punta delle dita, sfiorare la mia pelle, giocare con la stoffa delle mutandine e sentire l’umido del mio piacere, ma non gli riusci’ tanto facile. Infatti, sebbene la cerniera lampo tirata giu’ creasse un piccolo spazio in cui poteva introdursi, non era abbastanza ampio ed era difficile per lui toccarmi cosi’ come avrebbe voluto, entrandomi nella fessura con le dita. Pero’, anche se anch’io provavo il suo stesso desiderio ed avrei gradito farmi esplorare dentro, non potevo concedergli di piu’. La situazione era gia’ di per se’ fin troppo spinta, eccessiva, e non volevo rischiare che qualcuno alla fine si accorgesse di quelle nostre manovre. Era meglio che tutto restasse in superficie, almeno in apparenza. In ogni caso, cercavo di agevolarlo, ma non potevo aprirmi come avrebbe voluto, quindi doveva arrangiarsi a toccarmi in quel modo, sfiorandomi un po’ dentro ed un po’ sopra i jeans, premendo nei punti giusti.

Tenevo ancora gli occhi chiusi e immagino avessi anche le labbra semiaperte; dicono che mi capita sempre cosi’ quando sono concentrata sul piacere. Mi capita anche di sentire il bisogno di stringere i pugni, e di solito afferro forte qualcosa che trovo vicino: puo’ essere un cuscino, il lembo di un lenzuolo, i capelli del mio eventuale partner. In quel momento non avevo niente a disposizione se non la maniglia per sorreggersi e la borsa. Afferrai con forza entrambe le cose.

La sua mano era li’ e non si fermava. Cercavo di restare immobile, mentre col bacino avrei voluto assecondare il movimento della sua mano che faceva pressione proprio nel punto dove andava a concentrarsi tutto quanto il mio piacere. Sentivo la clitoride gonfia che mi supplicava, e l’odore del mio sesso che iniziava a mescolarsi a quello della menta ed agli altri mille odori contenuti in quello spazio pieno di gente. Anche lui era eccitato; con la schiena riuscivo a sentire chiaramente la sua erezione arrivata al limite estremo dalla quale, pero’, non avrei potuto liberarlo, ma che ero certa, finito tutto, avrebbe pensato ad alleviare da solo dentro alla prima toilette.

Mi guardavo intorno con la coda dell’occhio; tutto sembrava normale. Nessuno trovava insolito che due persone stessero strette in quella posizione, che forse era diventata un po’ troppo intima, ma nessuno sapeva che eravamo due estranei. Nel frattempo lui, con abilita’, alternava pressione, carezze e pause, modificando il ritmo quasi seguendo i movimenti, i sussulti e la velocita’ del treno. Ci sapeva fare. Le sue dita erano dei perfetti strumenti di piacere ed anche io mi aiutavo contraendo i muscoli interni, per accelerare il sopraggiungere dell’orgasmo che sentivo vicinissimo. L’eccitazione era cresciuta talmente che avevo le mutandine completamente bagnate; pensai che, anch’io come lui, finito tutto, come prima cosa sarei andata a cercarmi una toilette, ma per lavarmi.

Non ricordo quanto sia durato quel gioco, forse una decina di minuti, anche se a me pareva molto di piu’. Da quando era iniziato non avevo piu’ fatto attenzione alle fermate, e non sapevo piu’ dove avrei dovuto scendere. Ormai avevo completamente perso la cognizione del tempo e dello spazio. L’unica cosa che sentivo era quella mano che si era impadronita di me. Volevo solo godere, arrivare presto all’orgasmo, ma dovevo farlo senza dare nell’occhio, senza farlo capire e cio’ sarebbe stata forse la parte piu’ difficile di tutto quanto perche’ io non sono di certo una di quelle che riescono a venire in silenzio. Lui, invece, sembrava non pensarci. Aveva intuito dal modo in cui ormai mi muovevo e stringevo la sua mano tra le gambe che stavo per venire e, senza un minimo di pieta’, intensificando la pressione, aumento’ la velocita’.

Malgrado credessi di non esserne capace, quando esplosi riuscii con uno sforzo ad ingoiare il mio gemito di piacere. Lo buttai giu’ nello stomaco, ma qualcosa, anche se flebile, comunque usci’. Forse qualcuno intorno se ne accorse, forse no, ma in quel momento poco m’importava. Sentii spremermi tutta, mentre il ventre ed il sesso si contraevano di piacere. Fu lungo e intenso, diverso da ogni altro orgasmo avessi mai provato. Lui rimase un po’ li’, continuando a massaggiarmi anche se ormai, ad orgasmo finito, il suo tocco era piu’ fastidioso che piacevole. Fu allora che le porte della vettura si aprirono. In una frazione di secondo riconquistai tutta quanta la mia lucidita’, mi tirai su la zip e spingendo con violenza le persone da parte per aprirmi la strada, scesi di corsa appena in tempo prima che le porte mi si chiudessero alle spalle. Non mi girai mentre il treno riprese la sua corsa.

La gente scesa con me si diresse a grandi passi verso le uscite. Nessuna giacca chiara; di quell’uomo nessuna traccia. Fortunatamente non mi aveva seguita. Non sapevo dove ero. Mi girava la testa e sedetti un attimo su una delle panchine a riposare. Avevo il cuore che batteva a velocita’ supersonica: dovevo smaltire l’adrenalina ed anche gli effetti postumi dell’orgasmo. Mi veniva da ridere ripensando a quello che avevo fatto: mi ero masturbata in metropolitana con la mano di un uomo sconosciuto. Dopo tutto che male c’era? Ne avevo fatte di ben peggiori nella mia vita. Attesi ancora qualche minuto e quando il respiro mi torno’ regolare, mi avviai anch’io all’uscita, una qualsiasi, non importava quale. Quella giornata me la sarei presa comunque libera.


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