Voglio essere Chiara


Rabbah, l’amica da Bucarest, mi ha scritto: “Per te Klara, che ami dormire da sola, credo che un libro sia l’unico “amante” che tollereresti accanto sul cuscino quando ti addormenti e l’unico che potrebbe farti sognare.”

Mi piacerebbe capire da dov’e’ che e’ nata questa “leggenda” per cui amerei dormire da sola e non tollererei alcun amante se non un libro. Forse c’e’ stato qualcosa di sbagliato nel mio modo di comunicare e questo non mi piace affatto, perche’ “chiara”, oltre che il nome che mi sono scelta per il web, e’ anche quello che da sempre cerco di essere. Sono infatti convinta che i grandi cambiamenti, le grandi rivoluzioni culturali inizino dalle piccole cose, dai nostri comportamenti individuali e credo che solo con la chiarezza, quindi con l’eliminazione dell’ermetismo e dei doppi sensi, l’abolizione di un’eccessiva verbosita’ e con il rifiuto di quel machiavellismo di cui troppe persone oggi fanno uso, sia possibile dar vita ad un diverso modo di comunicare in cui trovino sempre piu’ spazio le persone corrette, quelle dotate di onesta’ intellettuale, e non i furbi e gli azzeccagarbugli che con le parole imbrogliano le carte e rigirano ogni frittata.

Il mio insuccesso nel comunicare, dunque, mi preoccupa non poco e mi fa riflettere su quale sia stato il mio errore. L’essere fraintesa da parte di chi mi legge, lo ravviso anche in alcune critiche che mi vengono fatte (ad esempio) quando scrivo della mia scelta d’indipendenza, del non volermi legare sentimentalmente a nessuno, del rifiuto a subordinarmi a qualsiasi tipo di dipendenza, finanche all’amore e, soprattutto, quando accenno al progetto nel quale sono impegnata da alcuni anni insieme alle mie sorelle nella citta’ invisibile.

Mi si accusa di essere algida, cinica, e persino di mostrare un profondo “odio” nei confronti del genere maschile che alcuni “esperti di psicologia improvvisati”, dei tanti che popolano il web, attribuirebbero a presunti traumi che avrei subito nell’adolescenza, oppure a cocenti delusioni amorose che alimenterebbero in me desideri di vendetta. E solo perche’ avrei scelto di escludere gli uomini dalla mia casa, solo da quella, in quanto piu’ di una volta ho confessato che altrove, lontano da casa mia, non mi faccio mancare nulla.

In ogni caso, questa critica ricorrente che sempre di piu’ di frequente mi arriva, persino da persone che pensavo avessero capito le ragioni del mio agire, mi convince che, nonostante i tanti bei discorsi sulla parita’ dei diritti fra uomini e donne e sul rispetto delle liberta’ individuali dei quali tanti si riempiono la bocca, in realta’ sia ancora fortemente radicata la convinzione che una donna (salvo che non sia una suora) non abbia il diritto di scegliere di restare da sola, di non avere accanto un maschio che la controlli, la “protegga” e – perche’ nulla vada sprecato – se la scopi, cosi’ da farle avere, volente o nolente, quello che secondo una cultura prettamente maschilista le e’ dovuto: la convinzione di essere la costola di Adamo e dover dipendere sempre e comunque da un uomo.

Ho provato molte volte a rovesciare questa situazione che fin da ragazzina ho sempre ritenuto assurda ed iniqua, ponendo la donna nella posizione che oggi nella societa’ ha l’uomo ed imponendo all’uomo quella della donna. Per queste mie provocazioni sono stata derisa ed accusata di ogni genere di nefandezze, persino d’essere lesbica (c’e’ gente che crede, infatti, che l’omosessualita’ sia una nefandezza), quindi di essere sbagliata; perche’ “una donna deve fare la donna e l’uomo deve fare l’uomo”.

Poi, non contenta, dalla provocazione sono passata ai fatti, fino a farlo diventare uno stile di vita che mi ha accompagnata per lungo tempo. Facendo la prostituta, mi era abbastanza semplice far ingoiare agli uomini la mia indipendenza, economica, morale e sessuale. Non ero la costola di Adamo, non dovevo niente a nessuno e nessuno doveva niente a me. Ciononostante, quel mio stile di vita non era gradito, perche’ contrariamente a quanto si attendevano, sebbene andassi contro ogni regola, nessuno riusciva a farmene provare vergogna. Per tale motivo, se avessero potuto, molti, me l’avrebbero tolta volentieri quella mia indipendenza, ma nessuno poteva farci niente ed io mi nutrivo di essa e la usavo come strumento di potere, rete nella quale intrappolavo le mie vittime. Adesso posso dire di aver graffiato piu’ di un cuore; qualcuno l’ho lacerato, lo so, e ripensandoci oggi mi dispiace perche’ non e’ quello il segno che avrei voluto lasciare in chi, bene o male, mi ha accompagnata per alcuni tratti del mio viaggio.

E’ stato quando ho scelto di abbandonare quella vita che ho capito che, in fondo, recitare la parte della mantide, della “dongiovanni” femmina, l’aver invertito i ruoli e l’essermi trasformata nei comportamenti in un uomo col corpo di donna, non mi aveva donato la pace che volevo, ne’ rappresentava la soluzione all’inquietudine che sempre piu’ crescente sentivo dentro di me. Un malessere originato dalla mia reale natura di donna. Da li’ a capire che non si afferma la propria femminilita’ scimmiottando gli uomini e non si conquista l’indipendenza andando contro la propria natura, il passo e’ stato breve. Cosi’, quella frase che avevo piu’ volte sentito e che avevo sempre detestato, “una donna deve fare la donna e l’uomo deve fare l’uomo”, ha pian piano iniziato ad avere un senso. Un senso tutto mio.

Oggi vivo in una dimensione molto diversa. Non mi prostituisco piu’ per denaro e neppure in cambio di mille promesse d’amore. Molte cose sono cambiate, molta vita e’ trascorsa, molte sono state le esperienze, piacevoli, dolorose, interessanti, insignificanti, ma che comunque hanno modificato il mio modo di immaginare l’esistenza. Quindi, forse adesso ci sara’ chi si stupira’ di quanto sto per rivelare, ma anch’io, come ogni donna sento il bisogno di un partner. Non sono fatta di materia inerme. Che si tratti, poi, di un uomo oppure di una donna questo dipende esclusivamente dalla sessualita’ che mi affiora al momento che, se non sono stata troppo ermetica finora, credo sia ormai abbastanza chiara. Percio’, quando mi capita la persona giusta, maschio o femmina che sia, non la disdegno. Anzi, diversamente da quello che molta gente puo’ pensare, gradisco moltissimo gli uomini. Su questo punto non ho alcun dubbio. Soprattutto, mi piace la sensazione di bisogno che ho di loro. Un bisogno che amo nutrire dentro di me il piu’ a lungo possibile, ma che credo anche di saper suscitare in chi scelgo come compagno d’avventura.

Sono orgogliosa di questa mia capacita’. E’ per me una sensazione bellissima, sia provare il desiderio per un uomo, sia sapere di suscitare il desiderio in lui, ma tra sentirne il bisogno ed esserne dipendente c’e’ un abisso. Se si tratta di soddisfare questo mio bisogno lo accetto, anzi e’ una cosa che voglio fortemente e ci sono uomini che sono adattissimi a questo scopo, ma se si tratta di diventarne dipendente, di restare attaccata ad un uomo accettando di essere una sua appendice, un accessorio della sua sessualita’, un oggetto per il suo sollazzo, per riempire quel posto che lui assegna alla donna come complemento alla sua vita, allora non ci sto ed arrivo a soffocare dentro di me ogni istinto che potrebbe trascinarmi in fondo all’abisso incatenata a quella dipendenza. Perche’ il desiderio ed il bisogno, si basano sulla fiducia che ho in me stessa e nell’eventuale relazione che puo’ nascere, mentre la dipendenza nasce solo da una profonda mancanza di autostima.

L’immagine che ho dunque di me con un uomo e’ quella di due identita’ ben separate che percorrono insieme un tratto della vita, lungo o breve che sia questo non ha importanza, ma per tutto il tempo ci si deve tenere per mano, con complicita’ ma anche sfidandoci, cercando di motivarci e sostenerci a vicenda, essendo uguali nei diritti e nei doveri, pero’ restando differenti, io nella mia femminilita’ e lui nella sua mascolinita’. E nel momento in cui la stretta si allenta, e s’inizia a considerare la possibilita’ di cercare altre mani a cui tenersi, oppure si sente il bisogno di voler camminare senza piu’ nessuno accanto, quando cioe’ arriva il momento di lasciarsi ed andare ognuno per la propria strada, non ci devono essere lacerazioni e crisi d’astinenza tipiche di chi, invece, sente che senza l’altro non e’ piu’ in grado di poter vivere una propria vita, autonoma, libera ed indipendente.

Non so, dunque, se la mia decisione di escludere gli uomini dalla mia casa possa essere considerato un comportamento misandrico, un peccato mortale passibile della piu’ dura condanna da parte di tutto il genere maschile, pero’ vi confesso di aver tentato piu’ volte a vivere un’esperienza che mi facesse ricredere. Ma forse per sfortuna, forse per altro, ho sempre trovato chi alla fine non ha mai rispettato quella mia immagine di relazione. Iniziavano con belle parole, animati da una sincera convinzione che le cose potessero funzionare, ma alla fine giungevano tutti quanti immancabilmente al traguardo, rivelando cio’ che la loro natura maschile imponeva.

Purtroppo, ci si ritrova sempre a dover fare i conti con la fiaba della rana e lo scorpione. Percio’ e’ gia’ da molto tempo che ho deciso che prima di traghettare uno scorpione dall’altra parte del fiume, pretendo che si tagli via il pungiglione o, almeno, che si adatti a sopportare la mia dura corazza.


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