Il Collezionista – Revised


Proseguendo con la rivisitazione di racconti scritti qualche anno fa, ne propongo qui un altro attorno al quale, ricordo, ci fu molta discussione. La storia tratta di un incontro fra una escort, ancora giovane ma ormai stanca del lavoro ed intimamente desiderosa di iniziare una diversa vita ed un cliente, l’ultimo, che le fornira’ il punto da cui partire per intraprendere il nuovo viaggio. Una storia che vorrei dedicare a mia sorella Alexia arrivata, anche lei, alla decisione di considerare terminata la sua avventura ed alla quale auguro tanta fortuna e felicita’. Il racconto e’ stato sfoltito dai tanti barocchismi verbali che ero solita usare qualche tempo fa, e perche’ rappresentasse maggiormente un momento di vita ormai lontano, ne ho cambiato il tempo dal presente in cui era scritto nella prima versione, al passato dell’attuale. Spero che, com’e’ avvenuto anche con la “Tredicesima Fatica”, la lettura risulti piu’ fluida e piacevole, e magari dia modo di ridiscutere adesso, dopo quasi quattro anni, di un argomento che ritengo faccia parte della vita di ogni ragazza che ha vissuto l’esperienza di escort: e’ giusto darsi un limite di tempo per smettere? E se si smette, quali sono i motivi per i quali si potrebbe ricominciare?
Insieme a “Il Collezionista”, ripropongo, sempre in versione riveduta e corretta, anche quello che e’ considerato l’epilogo, cioe’ “La Foto e l’Anima”, che in qualche modo e’ collegato al racconto principale, anche se non propriamente attinente al tema.


Il Collezionista

Niente male… veramente niente male!” Quando lo vidi arrivare, non riuscivo a credere che potesse essere lui.

– Felice di conoscerti. Adesso però fai uscire dal nascondiglio chi ti ha mandato in avanscoperta.

La mia battuta lo colse di sorpresa. Per un attimo restò sbigottito. Il suo volto privo di rughe non mostrava i segni dell’età’ che mi aveva detto di avere. Non era ciò che mi sarei attesa da un quarantasettenne e non sembrava il solito “cummenda” come tanti ne incontravo, allergico alla palestra e con pochi capelli. Lui, invece, non dimostrava più di quaranta anni; bell’uomo, occhi espressivi, mani curatissime, fisico asciutto ed in forma come piace a me. E poi, era abbastanza alto per non sfigurarmi accanto, ché quando porto i tacchi metto in soggezione anche chi basso non è. Non era Viggo Mortensen, ma considerata la media dei clienti che incontravo, potevo ritenerlo nel complesso uno dei migliori. Sempre che fosse lui il cliente, poiché non ne ero ancora sicura.

– Di chi parli? – disse guardandosi in giro.

– Quello di quarantasette anni… il tizio col quale avrei un appuntamento. Digli di uscire fuori. Sono certa che ci sta osservando da dietro qualche angolo.

– Ma cosa stai dicendo? Ci sono solo io qui. E’ con me che hai l’appuntamento.

– Vuoi dirmi che sei stato tu a chiamarmi? – continuai sgranando gli occhi – Sei davvero tu?

Sapere che mi ero sbagliata mi dava un leggero senso d’euforia, ma anche di sgomento. La tecnica che usavo per adulare i clienti divenne all’istante inutile. “Tu non hai bisogno di andare con le escort chissà quante donne avrai”. Lo dicevo a tutti quelli che incontravo, ma lui non aveva bisogno che lo rassicurassi. Ero certa che le occasioni non gli mancassero… salvo che non avesse avuto qualche problema nascosto, ma dato che ci avrei fatto anche il dopocena, avrei avuto l’occasione per verificarlo.

Con l’auto ci dirigemmo verso il centro. Mentre guidava, lo osservavo in silenzio. Mi parlava di sé ripetendomi cose già accennate nelle email che avevamo scambiato: libero, senza figli e in viaggio per lavoro. Soprattutto, curioso di conoscere la escort di cui tanto si parlava. La “mitica” come qualcuno mi aveva denominata in giro per i siti che trattavano l’argomento.

– Ah, dunque sei un collezionista. E… a che punto della collezione sei arrivato? Ti manca ancora molto a completarla?

– Un collezionista… – ci pensò un po’ – Sì, forse lo sono. Non ci vedo niente di male a collezionare cose belle. C’è chi colleziona fotografie, che poi non sono altro che attimi rubati alla vita di altri, e chi, invece, come me colleziona emozioni.

– E che te ne fai? – chiesi incuriosita.

– Le ripongo qui – si toccò la tempia con l’indice – nel mio album personale; attimi che un giorno potrò ricordare…

– Interessante… un album nella testa oppure nell’hard disk di un computer. Immagini… sensazioni… momenti… tutto passato allo scanner ed archiviato in un luogo sicuro che, quando vorrai, potrai andare a ripescare. E quante donne ci sono adesso nel tuo hard disk?

Erano molte, lo intuivo, ma quella domanda mi uscì come per dirgli “avrai di sicuro una collezione notevole, ma ti manco io”.

– Non mi sono spiegato – proseguì invece lui ignorando la sfida – veramente non colleziono donne, escort o incontri; colleziono emozioni, sensazioni, momenti di vita. I miei! Esattamente come fossero fotografie. Tu non sei… cioè, non sarai l’ennesima donna o escort della mia collezione; non è questo che cerco. Pago per conoscerti, ma è solo un preludio. Se lascerai in me sensazioni o emozioni che meriteranno di essere ricordate allora le riporrò nel mio album e le riguarderò quando e se ne avrò voglia, ed il fatto che tu sia la più cara di Milano è stato un motivo per sceglierti. Ti sembra strano? Per caso ti senti offesa?

– Assolutamente no. Solo che mi sento un po’ in imbarazzo. Voglio dire… questa è la prima volta che mi capita di essere… insomma, non so come spiegarlo, ma stimola la mia vanità; sento di avere un ruolo importante in questa tua… ehm…fotografia. Pensavi di fotografarmi dopo cena?

– Non devi offenderti, ma è giusto che tu sappia che se non ci sarà un’emozione da fotografare prima, non ci sarà neppure un dopocena”.


In fin dei conti ogni cliente paga per quello che più lo intriga. Ne avevo incontrati tanti e dalle esigenze più diverse. C’era chi non diceva una parola per tutta la sera e poi s’infilava nel letto senza togliersi neppure le calze, come se l’unica cosa che lo interessasse fosse il farlo il più in fretta possibile; oppure chi non si eccitava se prima non lo trattavo come una “pezza da piedi”. Quindi, se lui voleva passare la serata fotografando le sue emozioni, perché avrei dovuto aver qualcosa in contrario? Una volta ricevuti i soldi potevo diventare tutto ciò che voleva: la sua puttana, la sua amica, la sua psicanalista, la sua padrona, la sua modella o, se lo desiderava, anche una comparsa nelle sue fotografie. Ero lì per fare il mio lavoro e per farlo bene. In ogni caso, però, anche se mi avesse pagata moltissimo, non sarei stata la sua schiava, giacché sottomettermi a qualcuno, ancorché per finta, era l’unica cosa che non avrei mai accettato di fare.

Se si fosse trattato di un cliente qualsiasi, come altri che normalmente incontravo, sarei stata quasi soddisfatta di poter incassare i suoi soldi senza aver l’obbligo di seguirlo poi in una camera di un hotel. Anzi, se si fosse trattato di un cliente maleducato e irrispettoso avrei fatto di tutto per non dargli quell’emozione che voleva; così, finita la cena, avrei potuto tornarmene tranquillamente a casa lasciandolo a bocca asciutta. Quando voglio so anche essere odiosa. Ma chissà per quale motivo, sapere che con lui il dopocena era in forse e sarebbe dipeso da come sarebbe andata la cena, stranamente m’infastidiva.

Parcheggiammo nei pressi di San Babila. Prima di scendere dall’auto, tirò fuori una busta e me la consegnò. Era il mio cachet per la serata.

– Questo è quanto hai richiesto per la cena e per la notte. In ogni caso, in qualunque modo prosegua la serata, questo incontro sarà unico e non ti richiamerò mai più. Non colleziono pezzi doppi!

Riposi la busta nella pochette e c’incamminiamo verso il ristorante. Lui era silenzioso ed io pure, ma non mi sentivo a disagio nello stargli accanto come invece mi accadeva quando passeggiavo con altri uomini, troppo spesso disarmonici rispetto a me e con i quali era evidente il mestiere che facevo. Oltre a ciò la sua presenza mi dava un senso di protezione. Sarà stato il modo che aveva di muoversi e di guardarmi, ma accanto a lui mi sentivo bene. Aveva occhi splendidi ed una bocca che avrei voluto mordere.

Regola numero uno: la devochka che si lascia catturare dalle emozioni, di sicuro comprometterà il rapporto con il cliente in modo irreparabile. Quindi, ogni emozione va bloccata sul nascere e contrastata con tutte le forze fino alla sua completa eliminazione. Se ciò non fosse possibile, si deve inventare una scusa qualsiasi ed andarsene”.

Ripensavo a questa regola, reminescenza di un’esperienza vissuta in un paese lontano, mentre da Montenapoleone svoltavamo in S.Andrea. Era una bella serata di settembre e non c’era fretta. Passeggiare con lui era anche un’occasione per conoscerlo meglio; dal modo di camminare si capisce molto della personalità di qualcuno ed osservando di fronte a quali vetrine si ferma è possibile intuire un po’ i suoi gusti. Sì, adesso, dopo tanto tempo, lo posso confessare: ero intrigata da quell’uomo. Non accadeva spesso che mi sentissi in quel modo. L’ultima volta che era capitato, si era trattato di un incontro al di fuori del lavoro. Forse avrei dovuto restituirgli i soldi e fuggire via con una scusa come stabiliva la regola numero uno, ma non riuscii a farlo.

Arrivati dove Via S.Andrea incrocia Via della Spiga, ci fermammo. Un giorno in quel luogo ci sarebbe stato un negozio di Prada, ma in quel tempo c’era ancora il ristorante dove conducevo i clienti che mi pregavano di scegliere un buon posto per la cena. Entrammo ed il Maître mi accolse come sempre con il consueto “buonasera signora Schiller”.

Schiller ovviamente non era il mio nome. Era quello con il quale nei ristoranti e negli hotel che frequentavo per lavoro mi conoscevano, ed in più aveva un che di mitteleuropeo che ben si attagliava al mio accento esotico. Ci accomodammo al tavolo. Sentivo che stava per accadere qualcosa ed io non volevo, non volevo, non volevo…


Le poltrone in pelle nera ben legavano con l’ambiente e con la boiserie in noce, e la luce, tenuta bassa ma rafforzata da quella delle candele sui tavoli, creava un’atmosfera intima ed intrigante. Perfetta per incontri di quel tipo.

Gli uomini che erano in libera uscita e pagavano per incontrarmi amavano trascorrere la serata illudendosi di avere ciò che normalmente a loro mancava: romanticismo… sesso… o anche tutti e due. Lui aveva detto di non avere legami sentimentali, ma poteva aver mentito. Lo facevano in molti; quasi tutti. Volevano forse apparire più interessanti nella speranza che la devochka fosse più disponibile ad accettare le loro avances e concedesse loro qualcosa in più rispetto al consueto menù. Quante volte mi ero trovata di fronte allo sguardo di chi mi scrutava nel tentativo di arrivare a sfiorare la mia anima…

Ma quale anima? L’anima di una escort?

Ci sono circostanze in cui pare che l’uomo viva nutrendosi di sogni, incessantemente proteso a desiderare tutto ciò che non è vero e reale. Per un’illusione è disposto a pagare cifre da capogiro, persino a soffrire, e tanto più una donna lo inganna, tanto più la desidera. Ma forse anche gli uomini si atteggiano allo stesso modo, mostrando di sé tutto fuorché quello che realmente sono. Con una escort però possono recitare la loro parte senza correre rischi. Pagano per non fare brutte figure, per non ricevere delusioni, e la devochka è lì proprio per renderli protagonisti dei loro sogni.

Era così che, chi cercava di sedurmi, alla fine credeva veramente di aver toccato la mia anima non sapendo, invece, che dentro di me c’era il vuoto quando, lo vedevo spaziare con lo sguardo nel profondo delle mie iridi colorate dalle lenti a contatto, cercando invano qualcosa che non avrebbe mai trovato.

Regola numero due: la devochka non deve mai mostrare i suoi occhi perché possono rivelare le sue emozioni. “Gli occhi sono lo specchio dell’anima”. Forse si tratta solo di un luogo comune, ma in ogni caso è sempre meglio non rischiare”.

Per questo a casa avevo una collezione di lenti colorate. Gli occhi chiari mi permettono, infatti, di soprammetterci qualsiasi altro colore senza che si noti troppo. Le lenti erano necessarie perché creavano fra me ed il cliente una specie di schermo, come se portassi una maschera che mi isolava da lui. Ma quella sera provavo disagio. Lui non mi guardava cercando di catturare la mia anima come facevano gli altri. Anzi, avvertivo che rispettava quella parte di me che gli tenevo preclusa.

Il suo comportamento era perfetto ed anche la conversazione era interessante. Gli argomenti che proponeva creavano in me autentica voglia di seguirlo. Non m’interrogava come se fossi stata un fenomeno da baraccone o una disturbata con gravi problemi esistenziali oppure con ataviche turbe infantili, e questo m’incoraggiava ad aprirmi più di quanto fossi capace, anche se dentro di me temevo mi sarei pentita di ciò che gli stavo dicendo. Ma in quel momento non m’importava. L’atmosfera era pervasa da messaggi subliminali che arrivavano diretti dove non avrebbero mai dovuto arrivare, ed alcuni mi permearono il cuore così intensamente che ad un tratto mi scese una lacrima.


Regola numero tre: per nessuna ragione la devochka deve mostrarsi debole perché ciò potrebbe portare il cliente ad approfittarsi di lei, inducendola a prendere decisioni o a compiere atti dei quali potrebbe pentirsi. Se questo avviene, deve immediatamente porre fine all’incontro accampando una scusa banale e, tornata a casa, farsi una doccia fredda per schiarirsi le idee”.

– Scusami un attimo…

Senza dire altro mi alzai ed andai in bagno. Non fu per fare il solito controllo dei soldi nella busta. I miei pensieri erano altrove. Le sue parole mi frullavano dentro come una girandola. Mi guardai allo specchio ed asciugai le lacrime, ma non bastò. Gli occhi mi bruciavano così tanto che dovetti togliermi le lenti.

Quando tornai al tavolo mi sentivo nuda. Stavo infrangendo ogni regola ed ancora non avevo chiesto al Maître di chiamare un taxi per farmi portare a casa. Ma perché rimanevo? Perché non fuggivo? Mi chiesi se in fondo non fossi inconsapevolmente un po’ masochista. Lui mi fissava con dolcezza mentre tentavo di distogliere lo sguardo, ma non riuscivo. I miei occhi erano catturati dai suoi come il ferro dalla calamita.

– Belli! Veramente notevoli. Mi chiedevo perché ti ostinassi a nasconderli dietro a delle lenti che di fronte a tuoi gioielli valgono meno di semplice bigiotteria. Però posso immaginare il motivo…

Mi sforzai di mantenere la mia solita spavalderia, ma la voce mi tradì e capii che con lui era un’impresa vana.

– Mi piace cambiare spesso il look. Ho dovuto toglierle perché mi bruciano gli occhi. Adesso sono un po’ rossi, ma passerà.

– Magari anche il nome con il quale ti presenti è una questione di “look” che ti piace cambiare, e scommetto che quello vero è assai più bello.

Regola numero quattro: il nome, quello vero, è l’ultimo baluardo che protegge dal baratro. Sebbene un nome valga l’altro, ed una devochka esperta debba essere capace di far sembrare qualsiasi nome inventato come vero, colei che rivela il suo vero nome si mette completamente a nudo di fronte al cliente, creando i presupposti per un futuro non felice”.

Nonostante tutte le regole, gli rivelai il mio nome vero, spogliandomi così dell’ultimo velo che ancora mi restava. Stranamente non provai vergogna e neppure fastidio. Provai invece un incredibile senso di libertà, come quando sulla spiaggia mi libero dei vestiti e corro nuda fino al mare, e poi mi tuffo nell’acqua.

– E’ ancor più bello di quanto immaginassi – disse ripetendolo due volte – ha un suono magico, quasi ipnotico. Non l’ho mai sentito prima. Forse sei l’unica che lo porta.

– Sinceramente non lo so. So che quando è stato coniato dalle donne della mia famiglia, l’importante era che contenesse le lettere magiche che mi avrebbero dato la felicità, la saggezza, la salute e la fortuna.

Confidandogli anche quel segreto mi accorsi che, non avendo più veli da togliermi, avevo iniziato a strapparmi via di dosso l’intimità come se fosse stata la pelle. Continuai a farlo fino a quando a quell’uomo sarebbe bastato schioccare le dita per avere quello che pochi altri avevano avuto. Se lui lo avesse desiderato… se lui mi avesse voluta.

– Allora, hai deciso per il dopocena oppure sono troppo noiosa e malinconica per essere meritevole di entrare a far parte delle tue emozioni da collezionare? – chiesi con un tono di voce che rivelò tutta la mia apprensione.

Prima di rispondermi lasciò trascorrere qualche secondo. Un brivido sottile mi pervase. Avrei voluto che in silenzio m’abbracciasse e mi portasse via con sé. Invece mi prese la mano. Esitò combattuto, poi emise il verdetto.

– Collezionerò questa fotografia, ma in un modo diverso da quello che mi aspettavo. Se adesso ti portassi a letto per soldi come altri hanno fatto e come anch’io ho fatto con altre donne, dentro di me resterebbe un ricordo, forse quello di un orgasmo o forse anche di altro. Chi può dirlo? Una notte che sarebbe presto dimenticata… oppure impossibile da dimenticare; talmente impossibile da desiderarla ancora mille altre volte. Se ti dimenticassi non mi spaventerebbe; desiderarti ancora invece sì! Perciò, preferisco salvare quest’attimo così com’è adesso, con tutto ciò che mi hai donato. Lo conserverò con cura insieme ai tuoi occhi ed al tuo nome come il pezzo più prezioso della mia collezione.

Dentro al taxi che mi portava verso casa pensavo che il giorno dopo il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Sarebbero cadute le certezze ed i simboli di un’epoca che non sarebbe più esistita e forse un giorno, quando mi sarei ricordata di quell’emozione, di quella fotografia di un attimo, l’avrei prelevata dalla collezione gelosamente custodita nell’hard disk della mia mente, e l’avrei riesaminata col senno di poi.


La foto e l’anima

Era un pomeriggio di sole. Soffiava un leggero vento da est ed il cielo, sgombro da nubi, era quello di un giorno di agosto fra i più caldi degli ultimi anni.

– Sbrigati, ma quanto ci metti?

Avevo fatto tardi a prepararmi. Indossai in fretta un vestito leggero e sbracciato color blu che aveva un grazioso disegno provenzale, a fiorellini bianchi. L’avevo acquistato per due soldi al mercato in città. Non era di grande qualità, ma era comodo; lungo fino alle ginocchia, con una fila di bottoni sul davanti che lo rendeva forse un po’ austero, ma lasciava aperti due spacchi laterali dai quali potevo mostrare le gambe che non sono mai state il mio punto debole. Ai piedi un paio di sandali bassi senza tacchi e con la suola di gomma per poter camminare comodamente sui ciottoli e sull’erba.

Una pettinata veloce. I capelli mi cadevano sciolti fin sotto le scapole e, come al solito quando ero a casa, facevo a meno di truccarmi. Preferivo lasciare il mio volto libero di respirare l’aria leggera delle colline intrise del profumo dell’uva che stava maturando in una fase d’invaiatura particolarmente precoce.

– Eccomi, arrivo subito… metto gli orecchini e scendo!

Non mi separo mai dai miei orecchini. Ogni giorno li tolgo e li detergo con una soluzione che profuma di gelsomino, cosicché siano sempre perfettamente puliti. Si tratta tre anelli di media grandezza: due all’orecchio destro ed uno al sinistro, ma a volte li inverto a seconda del mio stato d’animo, tanto che è possibile capire il mio umore proprio da come li porto. Sono un dono di Nagyanya, regalati il giorno in cui ho compiuto i sedici anni. Sono antichi e magici. Mama mi ha raccontato che Nagyanya li aveva ricevuti da sua nagyanya, che a sua volta li aveva ricevuti da sua nagyanya, e così via indietro nel tempo.

La casa dove vivo è disposta su più piani e la mia stanza si trova al piano superiore. Le scale di pietra scendono con due rampe fino al piano terra, proprio in prossimità della porta d’ingresso che si apre sul largo piazzale antistante il casale dove lui, palesemente impaziente, mi attendeva.

– Dobbiamo muoverci o non faremo in tempo.

– Sì, scusami, hai ragione. Fra non molto il sole sarà basso ed io non sono nella forma migliore… non ho un filo di trucco… avrei dovuto truccarmi…

Il sole basso non sarà un problema; anzi, per le foto è meglio. Però, se se non ci sbrighiamo, dovremo farle di notte – sorrise soddisfatto del mio aspetto. – Oltretutto, te lo dico sempre, senza trucco stai benissimo.

Non era un professionista, ma gli piaceva fotografarmi ed a me è sempre piaciuto essere fotografata. Quel giorno però non mi sentivo particolarmente carina ed avevo la sensazione che sarebbe stato tempo perso. L’avrei fatto per lui; sapevo che lo rendeva felice. Di me possedeva un’intera collezione di immagini scattate nel tempo, un po’ per volta, lungo la strada che avevamo percorso, immortalando gli istanti, le vicende e le avventure che ci avevano visti insieme.

C’incamminammo lungo la viuzza sterrata che dalla casa scende fino al cancello. Poi da lì, invece di dirigerci verso la città, attraversammo la strada e c’inoltrammo fra i vigneti, giù per il declivio fino ad una casa colonica situata sulla riva di un ruscello. A fianco della cascina c’erano delle macchine agricole di un colore indefinito fra il rosso scrostato e lo sporco morchia. C’era anche un trattore con grandi ruote alte quasi quanto me. Un enorme covone di paglia ci nascondeva allo sguardo di chi avrebbe potuto capitare nei paraggi e vederci. Comunque, non c’era anima viva.

Mi chiese di assumere un’aria provocante. In realtà, combinata in quel modo, con un vestitino da due soldi e senza trucco, non avrei mai potuto essere in grado di provocare nessuno, però la luce dei suoi occhi che conoscevo fin troppo bene, mi convinse a stare al gioco e con la mia solita smorfia, sorrisetto e sopracciglio leggermente alzato, lo accontentai.

Non sapevo bene cosa volesse. Così iniziai a sbottonare il vestito incominciando dall’alto, fermandomi ogni tanto per lasciargli il tempo di scattare. Mi sganciai lentamente un bottone dopo l’altro fino a quando il vestito si aprì completamente mostrando l’intimo color nero che portavo sotto.

– Va bene così? – dissi con l’aria più provocante che potevo in una situazione non proprio usuale come quella – ho finito i bottoni…

– E’ un problema? – rispose lui continuando ad inquadrarmi con la macchina fotografica – Non ti ricordavo così timida… ne abbiamo fatte di peggiori, mi pare.

– Sì, però non eravamo a casa mia, dove sono nata e dove tutti mi conoscono fin da quando ero bambina.

Non ero agitata e non mi stavo neanche vergognando. Solo non riuscivo a capire dove volesse arrivare. Se desiderava vedermi nuda oppure se voleva semplicemente farmi sentire in imbarazzo.

– Mi vuoi vedere nuda o cerchi d’imbarazzarmi? Guarda che con me caschi male…

– Tutte e due le cose – sogghignò non staccando per un attimo l’occhio dal mirino della camera – nuda e imbarazzata per me è perfetto.

– Collezionista di attimi… adesso ti faccio vedere!

Con un gesto lento lasciai scivolare giù dalle spalle il leggero abito che a quel punto era solo d’impiccio e con lo sguardo tentatore iniziai a muovermi come davanti ad un pubblico che stesse assistendo ad uno strip tease. Avevo solo due pezzi da togliermi, ma li seppi gestire così bene che ci volle più di qualche minuto per restare completamente nuda, mentre sentivo il click ripetuto degli scatti fotografici.

Sapevo che gli piacevo in quei momenti in cui mi mostravo particolarmente disinibita e scanzonata. Erano gli attimi che lui amava fotografare; quelli in cui, diceva, ero veramente io. Andammo avanti così per una decina di minuti, con lui che scattava foto ed io che atteggiavo espressioni sempre più spregiudicate. Però non mi sentivo perfettamente a mio agio. Era una situazione nella quale c’eravamo più volte trovati, e quasi sempre, poi, finivamo abbracciati in un orgasmo, ma quel giorno ero svogliata e cupa. Fare certe cose in quel luogo in cui avevo vissuto la mia fanciullezza, non mi piaceva.

– Basta ora! – dissi all’improvviso, quasi seccata – Ne abbiamo fatte abbastanza. Preferirei smettere prima che arrivi qualcuno e ci veda. Devo mantenere una parvenza di rispettabilità… almeno a casa mia.

In un attimo indossai le mutandine ed il reggiseno. Il vestito, invece, mi creò dei problemi per via dei bottoni. Ci misi un po’ ad agganciarli tutti partendo dal basso, ma quando arrivai all’altezza dell’ombelico mi sentii abbracciare. Piano mi attirò a sé, stringendomi. Ricambiai sciogliendomi ed abbandonandomi a lui. Poi, appoggiai la testa sulla sua spalla, come sempre facevo quando mi sentivo in colpa.

– Non sono stata brava questa volta – sussurrai – Non sono state delle belle foto.

– Tu sei sempre bellissima. Con te come modella non si sbaglia mai.

– Sai che ho la sindrome da prima della classe. Non riesco ad accontentarmi della mediocrità. Devo sempre essere la migliore, la più brava, la più…

– La più rompipalle! – concluse la mia frase scherzando – E la più amabile.

Poi, come seguendo un’ispirazione improvvisa, cambiò discorso.

– Ferma un attimo… mettiti qui… siediti.

Seguii le sue istruzioni come una marionetta mossa da fili invisibili, mentre lui, regista su un set immaginario, continuava a guidarmi.

– Sì, così… anche i tuoi occhi adesso hanno il giusto colore: quello del cielo. Ora accarezzati i capelli… falli scendere giù… ecco, sei bellissima ed io… ti amo!

Guardai dentro l’obiettivo e senza parlare gli risposi: “Ti amo anch’io”. E poi un “click!”


Ci sono fotografie che sono magiche. Non più semplici immagini inamovibili nel tempo e nello spazio, ma racchiudono l’essenza stessa di chi vi è ritratto fino al punto di divenire, esse stesse, vive. Icone stampate nelle pieghe dell’eternità che non perderanno mai di colore, forma e lucentezza. C’e’ una foto che non è mai finita nella sua collezione. Ho lasciato che si tenesse tutte le altre, ma quella no. Quella era mia da sempre, perché dentro ci puoi vedere qualcosa d’inscindibile da me. Quello che in qualche modo mi rende immortale e che Oscar Wilde chiamerebbe l’anima.

«L’anima nasce vecchia e diventa giovane: ecco la commedia della vita. Il corpo nasce giovane e diventa vecchio: ecco la tragedia della vita.» Oscar Wilde

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