La Tredicesima Fatica – Revised


Per vari motivi, ho avuto modo nei giorni scorsi di rileggere questo mio racconto. In un mondo in cui ormai i social network, Facebook e Second Life sono diventati luoghi dove spesso le persone vivono la loro seconda vita e che vengono usati come terreno di caccia da predatori scaltri e senza scrupoli, in un’epoca in cui i sentimenti si esprimono tramite sms ed il neologismo “devirtualizzazione” ha assunto sempre piu’ il significato di “togliersi ogni vestito”, rileggermi in questa mia ingenua esternazione che risale a circa tre anni fa, mi ha fatto capire che, anche se i tempi e le dinamiche su cui si basano le relazioni che nascono nel virtuale non sono poi tanto cambiate, qualcosa dentro di me e’ mutato al punto che ho sentito il bisogno di riproporre il racconto in una versione diversa. Ho abbandonato dunque la terza persona ed ho adottato la prima, rendendo il tutto piu’ personale; inoltre, ho sfoltito molti di quegli inutili giri di parole e stucchevoli avverbi che lo rendevano non piu’ aderente con quello che, nel tempo, sta diventando il mio modo di scrivere; sempre meno carico d’orpelli verbali e sempre piu’ scarno ed essenziale. Ovviamente, il riscriverlo completamente avrebbe significato stravolgerlo e cambiarne il senso, e questa non era mia intenzione. Percio’, anche se alcuni elementi di pesantezza permangono, non mi provocano piu’ quel fastidio che avevo ogni volta che mi rileggevo. Oltretutto, credo che questa nuova versione metta in luce alcuni aspetti che mi riguardano che forse non erano visibili perche’ nascosti nelle pieghe delle frasi troppo arzigogolate. Spero quindi che questo esperimento di riscrittura sia gradito e che possa dar modo, a chi tre anni fa ancora non mi leggeva, di esprimere le sue opinioni su qualcosa che non cessera’ mai di essere attuale: conviene o non conviene trasportare una relazione virtuale nel reale?

La Tredicesima Fatica

Era molto tempo che non facevo più quel gioco. Veramente non era un gioco come tutti gli altri; lo facevo per mettere alla prova gli uomini che incontravo; coloro che potevano sembrarmi interessanti, persino intriganti, cosa assai rara, ma talvolta capitava che qualcuno m’attraesse, e questo mi stimolava desideri che qui non mi sento di confessare senza provare un po’ di vergogna. Però, perché accadesse, il suo interesse per me non doveva essere solo fisico. Non era il sesso che cercavo. Quello che volevo era che mi desiderasse più d’ogni altra cosa, ma non per ciò che mostravo fuori; per quello che sapevo di tener chiuso dentro l’anima.

Avevo giocato con molti uomini, ma pochi erano riusciti a superare la mia prova, “la tredicesima fatica” come mi piaceva chiamarla, riuscendo ad infrangere le mie barriere. Barriere che innalzavo intorno a me proprio per proteggermi. Infrangerle non avrebbe significato solo possedere il mio corpo, quello per me non era mai stato un problema, lo cedevo normalmente per soldi e lo avrei potuto cedere senza indugio in cambio di una serata allegra mettendolo nelle mani di chi mi avesse dedicato tempo ed attenzioni. No, non era la scopata di una notte che m’interessava, non erano gli orgasmi, ma che qualcuno facesse breccia in quelle mie barriere, che mi facesse emozionare, che mi conquistasse seguendo un percorso mai seguito da altri, che cercasse di me non solo l’involucro, ma anche il cuore, il cervello, l’anima e che mi convincesse ad aprirmi, a donarmi totalmente, per assaporare quello che solo poche volte nella vita avevo assaporato e che per me significava fare l’amore.

Mi è tuttora chiara la differenza che c’è tra fare l’amore e scopare; quando si fa l’amore ci si dona, quando si scopa, invece, si prende soltanto. E se si fa sesso solo per raggiungere il piacere, è irrilevante con chi lo si fa. Basta che la persona sia gradevole e poi tutto diventa solo un fatto meccanico. Se c’e’ chi ci sa fare e non è proprio imbranato, se riesce a stimolare bene certe zone del corpo, è inevitabile che provochi reazioni di piacere, fino al punto in cui giunge quell’orgasmo più simile ad uno sfogo che placa gli ormoni, ma non la mente.

Ecco perché, per arrivare all’orgasmo totale, quello vero, dove oltre ai miei fluidi ci sia ben altro, è necessario che il piacere, più che dalla clitoride, inizi a percorrermi tutta partendo da un’emozione, da un’intesa, da una complicità e dal sapere che le mie barriere si stanno sbriciolando sotto la forza di chi sa conquistarmi ogni momento; allora l’estasi, da un punto imprecisato all’interno della testa, si propaga ovunque, e s’insinua in ogni fibra della mia pelle, fino a culminare dove di solito, per chi non ha mai conosciuto il sapore sublime che ha l’amore, il piacere ha origine.

A questo serviva il mio gioco; a valutare la persona, ad individuare chi fosse il partner giusto, e a coglierlo fra chi non avesse dato importanza solo all’esteriore, all’involucro, ma che come me, avesse considerato soprattutto il contenuto, la sostanza, quell’essenza impalpabile che non ha la forma precisa di un fallo turgido o di due natiche sode, ma proprio perché indefinibile, è irraggiungibile se non in quell’attimo sospeso nel tempo in cui ogni fibra del proprio corpo entra in risonanza con l’altra persona; qualcosa che può scaturire soltanto da un’irripetibile congiunzione astrale oppure da una misteriosa alchimia.

Era un privilegio che non concedevo a tutti, dunque, poiché non tutti si meritavano di assaggiare il sapore del mio piacere, sentire il mio vero odore, fissarmi negli occhi un attimo prima del massimo godimento…
Non tutti potevano. Solo coloro che avessero superato la mia prova.

In quegli anni mi divertivo esplorando internet. Lo facevo non tanto per allargare il mio parco clienti, che era già considerevole, quanto per evadere dalla noia; troppe volte ormai uscivo dai vestiti per entrare in un letto di una camera di hotel, e i clienti, anche se erano sempre diversi, facevano e dicevano tutti le stesse cose.

I soldi mi riempivano il conto in banca come la sabbia riempie uno dei bulbi di una clessidra, ma se la sabbia scorreva, così accadeva anche alla mia vita, ed erano sempre più le volte in cui, tornando a casa al mattino, sentivo dentro un senso di vuoto, quasi fossi io l’altro bulbo della clessidra. Volevo prendermi una pausa, forse anche smettere definitivamente con quella vita, ed in quel momento lui mi sembrò la persona giusta per provarci.

Era stato in uno di quei luoghi virtuali in cui i puttanieri danno ad intendere di non essere lì a rimorchiare puttane, e le puttane fanno credere di non essere lì per farsi pubblicità, che c’eravamo incontrati. Un luogo come ce ne sono tanti, uno di quelli dove quasi tutti mentono. Ma io non mentivo e lui con la sua dialettica era riuscito ad intrigarmi davvero. Così, un giorno, guardandomi allo specchio pensai che quell’uomo non sarebbe stato certo peggiore di molti altri da me conosciuti e credetti veramente di non commettere un errore accettando il suo invito.


A diciannove anni Irina aveva i capelli lunghissimi fin sotto alla vita, ma gli occhi erano sempre gli stessi. “Rusalka [1] dagli occhi di ghiaccio”… Vlada la chiamava così come per sottolineare, oltre al colore, anche la glacialità del suo sguardo, e lei per scherzo la ricambiava chiamandola “Rusalka dagli occhi di mare”, per quell’intenso verde che l’acqua ha là dove sfocia il Kuban’ [2].
Stavano sedute al tavolo ed attendevano qualcuno che, per qualche centinaio di dollari, desiderasse un po’ di calore per la notte.

– Guarda quello… da come ti guarda pare abbia già deciso per te. Preparati ad incassare i babki [3] e a passarci la notte insieme. – sorrise la rusalka con gli occhi di mare – Osserva sempre come ti guarda il lokh [4], Irina… se ha uno sguardo come quello, allora puoi chiedergli quanto vuoi.
– Anche più dei soliti trecento? Non credo…
– Con quello puoi anche triplicare. Non ha occhi che per te. Ti vuole. Guardalo: masliane glaza [5]…

Masliane glaza, occhi unti, occhi languidi, occhi di chi ha trovato ciò che cerca, occhi che parlano e dicono: “Ti voglio, e per te darei tutto”. Ritornai al presente. Lui, di fronte a me, stava guardandomi proprio in quel modo.

Quella sera avevo scelto d’indossare qualcosa di particolare. Niente di troppo appariscente, comunque, ma che faceva risaltare la parte migliore del mio corpo e che inevitabilmente attraeva ogni uomo che incontravo: un tubino nero in maglia, corto abbastanza da mostrare le gambe, ma non tanto corto da essere indecente. Molto accollato e fasciante, sotto al quale non portavo ne’ mutandine, ne’ reggiseno, cosicché l’occhio di chi mi guardava cadesse sulle mie forme rotonde e naturali senza che fossero visibili antiestetici segni di elastici, cordini o spalline.

Sapevo di avere delle gambe da mostrare, lunghe e ben fatte che, insieme al fondoschiena, erano ciò che del mio corpo gli uomini ammiravano di più; per questo le avevo rese lisce come la seta, così da poter evitare le calze. Indossavo un paio di sandali allacciati alla caviglia, semplici e con i tacchi non molto alti, ma che nonostante tutto mi facevano raggiungere oltre i centottantacinque centimetri di altezza.

Lui non era proprio come nelle foto che mi aveva inviato per email, che dovevano essere state scattate qualche anno prima, ma nel complesso non era un brutto uomo e poteva senz’altro piacere. Però l’aspetto fisico non era importante; ciò che mi aveva convinta ad incontrarlo era stato altro: la dialettica, la sagacia e la simpatia che durante tutto il periodo in cui avevamo relazionato virtualmente aveva dimostrato di possedere. Soprattutto mi erano piaciute le sue rassicurazioni su una cosa che per me era essenziale: diceva di essere interessato a me come “persona” e non come una possibile “preda”.

Uomini… parlano parlano, ma poi alla fine, alla resa dei conti, solo pochi riescono a mantenere le promesse che fanno persino a se stessi così da restare coerenti, mostrandomi una faccia insolita, inaspettata, che mi stupisca. Invece, come sempre, masliane glaza. Cambia la persona, cambiano i discorsi, l’intonazione della voce, sono diversi i gesti e gli odori, ma lo sguardo e’ sempre lo stesso. E lui, con quegli occhi scuri, era come se avesse due olive gocciolanti d’olio al posto delle iridi.

I discorsi durante la cena diventarono sempre più prevedibili, scontati, noiosi. Le sue intenzioni erano chiare; faceva sempre più riferimenti al sesso, e con lo sguardo troppe volte indugiava dove s’intravedevano le protuberanze dei miei capezzoli che la sottile maglia del tubino non riusciva a mascherare. Ma forse ero io ad essere troppo esigente. Forse non riuscivo ad accettare che quello era ciò che il convento passava e, bene o male, alla fine chiunque mi avrebbe delusa. Ci sarebbe stato un momento, in cui anche lui si sarebbe tolto la maschera e mi avrebbe mostrato la sua vera natura. Anche lui non avrebbe saputo resistere di fronte ad un invitante corpo femminile, ed avrebbe gettato via mesi e mesi di appassionanti discorsi su com’ero bella dentro, sulla profondità del mio pensiero, su quanto avrebbe voluto essermi amico e di come non fosse interessato ad un rapporto che contemplasse solo il sesso.

Non ero alla ricerca dell’amore. L’amore è come la pietra filosofale e non nasce ogni volta che s’incontra qualcuno, questo lo sapevo bene. Che m’innamorassi, però, era ciò che di solito si attendevano molti uomini con i quali andavo a letto, e nessuno riusciva a capire che per amare non mi bastava solo scopare, ma era necessario che trovassi in una persona tutti gli ingredienti indispensabili per realizzare quella magica alchimia. La pazienza di conoscersi senza avere fretta di arrivare presto alla meta, la complicità che si crea solo quando si riesce a fidarsi reciprocamente, la sincerità che non lascia spazio a storie parallele o a sentimenti contrastanti. Troppi uomini sposati, puttanieri disposti a pagarmi oppure semplicemente alla ricerca di un’amante che avesse meno inibizioni della loro compagna, mi avevano dimostrato quanto fosse facile rinnegare la parola “fedeltà”. Perciò, in quel momento, quello che desideravo veramente era una solo sincera amicizia; un rapporto che non fosse basato sulla rotondità del mio seno, ma che tenesse in considerazione ciò che credevo fosse più attraente delle mie gambe: la mia anima.

Ero sicura, in ogni modo, che molti sarebbero stati felici di darmi anche quell’amicizia che desideravo, purché avessero potuto suggellarla ogni tanto con qualche bella scopata condita da quegli insuperabili servizietti orali per i quali ero famosa. Sì, certo, sarebbero stati tutti amici fin quando gliela avessi data gratis. Malignamente pensai di giocare sporco, comunicandogli il prezzo al quale avrebbe potuto portarmi a letto, ma poi decisi di fare con lui il gioco della “tredicesima fatica”. Se lo avesse superato sarei stata pronta a rivedere il mio giudizio su di lui, così diverso da quella persona conosciuta nel virtuale.
Ripensai ad una partita a scacchi di tanti anni prima…


Stepan Stepanovich stava per dare l’ennesima lezione alla sua Galatea. Come ogni volta, lo faceva giocando a scacchi, e sempre prima di darle l’immancabile scacco matto. Irina a quel tempo non conosceva ancora la vita, ma Stepan era il migliore dei maestri, oltre ad essere abile fra le lenzuola ove, anche lì, le aveva insegnato molto.

– Ci sono uomini che infarciscono le parole con i loro sogni, e tralasciano la realtà. Più che parlare agli altri e per gli altri, recitano una parte per se stessi in un teatro dove non ci sono altri spettatori esclusi loro, con l’unico fine di applaudirsi. Ma il desiderio e la bramosia spesso li contraddicono, e fra una donna attraente ed i loro principi, quasi sempre rinnegano i secondi.

– Allora, se una donna è bella non dovrà mai credere a ciò che le dicono? Dovrà sempre tenere presente che, indipendentemente dai discorsi che le faranno, vorranno solo possederla?

– Dipende dagli uomini, Irina, e da quanto è bella la donna. Dipende anche da quanto è libera, perché una delle cose che certi uomini vogliono di più è proprio quella libertà che loro non riescono ad avere per se stessi. Per questo, credo che più di altre tu dovrai sempre considerare attentamente quale sia il vero significato dei gesti, prima ancora del suono delle parole.

Completò quindi la mossa che mise termine alla partita ed anche al discorso. Da quel momento in poi sarebbe stata lei a dover elaborare il significato di quelle frasi usando una chiave tutta sua. La devochka [6] doveva essere innanzitutto educata a pensare.

Pensare aiuta ad aprire la mente, ed una mente aperta rende libera, e la libertà è ciò che gli uomini alla ricerca di qualcosa che sia più di un bel paio di gambe e di un bel fondoschiena, vorrebbero trovare in ogni donna. Almeno così dicono…

Il ricordo di Stepan e di quella partita a scacchi si dissolse nel suono delle parole dell’uomo che avevo di fronte, che non riuscivo più a seguire con attenzione, ma che imperterrito continuava con la sua recita in cui vedevo ormai un unico scopo: riuscire ad affascinarmi per ottenere quello che già sapevo.

Temendo di affrettare troppo le cose e di ricevere un rifiuto, la stava prendendo larga, ci girava intorno, evitava accuratamente di essere troppo diretto, ma il percorso che seguiva era ormai il solito, scontato, banale, ed avrebbe condotto in un’unica direzione. Mi chiesi se quel suo trasformarsi da intellettuale disinteressato al sesso come si era mostrato nei nostri preliminari virtuali, ad una specie di satiro con gli occhi gocciolanti di libidine, fosse qualcosa d’inconsapevole oppure se avesse già pianificato tutto ancor prima d’incontrarmi. Così ruppi ogni indugio.

– Non vorrai continuare all’infinito a parlarmi di queste cose noiose senza arrivare mai al dunque… ci sono altri modi per passare la serata in modo più interessante ed io ne conosco almeno due… – m’intromisi interrompendo uno dei suoi tanti discorsi inutili.

Nessuno mi chiamava più Irina da molto tempo, ma c’erano volte per cui, riportare alla luce quell’antico sguardo di rusalka dagli occhi di ghiaccio, non mi era difficile. Con i clienti recitavo la parte che loro volevano e per la quale mi pagavano: calda, disinibita, insaziabile di piacere. Ma quasi mai c’era reale partecipazione da parte mia e non m’interessava quello che avveniva dopo la consegna dei babki, che era il vero momento in cui raggiungevo l’orgasmo. Ancora, dopo tanti anni, non riuscivo a capacitarmi di come facessero quegli uomini a credermi, a non vedere che quei miei orgasmi erano quasi sempre finti, a credere alle mie parole quando dicevo di star bene con loro, e a prendere per sincero il mio sorriso: una maschera che indossavo per l’occasione ma che non rispecchiava ciò che avevo dentro. Oppure, anche quegli uomini, a loro modo, recitavano una parte, esattamente come me; una rappresentazione teatrale che si esauriva quando l’incontro terminava. Eppure…

Eppure sapevo che non era proprio così. Troppi tentavano di andare oltre; troppi mi proponevano un rapporto esclusivo, e questo significava che la mia recita sembrava vera, reale, e sinceramente credevano che la sensualità che emanavo fosse naturale e spontanea.

Trecento dollari a notte era il prezzo per avere Irina nel letto, ma con chi s’infatuava quel prezzo poteva anche triplicare. Vlada e Irina… rusalki dagli occhi di mare e di ghiaccio. Quanti anni erano passati… dai trecento ero arrivata ai tremila ed ancora c’era qualcuno disposto a pagarmi il triplo. “L’amore costa di più”, dicevo con l’aria ingenua di una bimba, ma quella sera non ero lì per i soldi. Avevo accettato l’appuntamento per soddisfare la mia curiosità.

Fu quella la volta che compresi l’enorme distanza che esisteva fra il reale e il virtuale, di come le persone si mostrassero diverse, di come ci fosse chi era capace di recitare con un’abilità ben maggiore di quella di Irina. Durante i nostri incontri in chat lui si era presentato totalmente diverso dall’individuo che avevo di fronte. Se si fosse trattato di un cliente, quella situazione non avrebbe rappresentato un problema per me. Ancora una volta mi prese la voglia di dirgli il mio prezzo, ma poi decisi di concedergli un’ultima possibilità e gli proposi il mio gioco.

Sapevo bene che quel gioco era un modo sadico di metterlo alla prova, ma dovevo essere certa del tipo d’interesse che provava per me. Solo così avrei potuto capire se avesse meritato di sfiorare la mia interiorità, e per capirlo non potevo essere né tenera né comprensiva, perché se avesse superato la prova avrebbe potuto avermi completamente, senza barriere, in una dimensione nella quale solo pochi erano riusciti a raggiungermi.

Notai che mi guardava il seno sempre più insistentemente. Se c’e’ una caratteristica che mi ha sempre aiutata nel lavoro, ma che nella vita privata mi crea non poco imbarazzo, e’ la conformazione particolare dei miei capezzoli; anche se sono rilassata, quindi non in stato di eccitazione, restano lo stesso turgidi e ben visibili, tanto che “bucano” qualsiasi reggiseno. E quella sera non lo portavo il reggiseno, e neanche cercavo di reprimere quei piccoli bottoni che volevano scappare ad ogni costo da quello stretto tubino di maglia. Anzi, nel mio gioco facevo di tutto perché quei due dettagli si notassero, cosicché ad un certo punto la persona che avevo di fronte non avesse altro riferimento che “loro”.

– Mi stai guardando le tette? – sussurrai con smaccata malizia – lo so… le ho piccole… anzi, sembrano piccole perché sono alta… però uso i reggiseno della terza misura… coppa “C” per l’esattezza… cioè, ehm… – finsi di imbarazzarmi – avrei dovuto metterlo, ma stasera non lo porto…

Gli sorrisi ammiccante in quel modo sperimentato ed affinato in tanti anni di professione che solo una devochka che avesse imparato i primi rudimenti del mestiere in un freddo Paese dell’Est avrebbe potuto conoscere.

Mi vergognavo per quell’inganno. Sapevo che non era onesto ciò che stavo per fargli, ma anche lui non si era comportato correttamente con me. Che fine aveva fatto il romantico sognatore con il quale mi ero intrattenuta in Messenger fino ad ore tarde nella notte? Dov’era finito l’artista, il sagace ed imprevedibile inventore di battute divertenti che aveva saputo interessarmi, sorprendermi, intrigarmi? Era rimasto forse folgorato? Un colpo di fulmine tale da renderlo noioso e scontato?

Quel suo sguardo così carico di desiderio avrebbe potuto essere motivo di grande soddisfazione per ogni donna, ma non per me. Io invece ne ero infastidita. Non riuscivo ad accettare di essermi sbagliata sul suo conto, non ammettevo il mio fallimento e speravo sinceramente che riuscisse a non cadere nella trappola verso la quale lo stavo conducendo.

– “…Il terzo giorno l’eremita ardente sedeva sull’incantata riva ad aspettare la splendida fanciulla, mentre l’oscurità’ sul bosco si posava. La luce fugò le ombre della notte: del monaco più nessuna traccia. Solo il fluttuare di una canuta barba alcuni bimbi scorsero nell’acqua”… conosci questa poesia? – gli chiesi con un repentino cambio di argomento.

Lui, non avendo a disposizione Google, rispose di conoscerne le parole, ma di non ricordare chi fosse l’autore, ne’ come s’intitolasse. Ovviamente mentiva ed io lo sapevo.

– E’ il finale della Rusalka di Pushkin – gli rivelai. Poi, decisa ad andare fino in fondo, sibilai con voce tentatrice – Ma non credo che sia interessante parlare di letteratura… quindi vorrei proporti un gioco; un gioco che spero renderà questa serata molto intrigante.

“Masliane glaza”, rendendosi conto che la situazione stava prendendo la piega da lui sperata, si fece più attento e per un attimo distolse lo sguardo dai miei frutti rotondi fasciati di maglia nei quali avrebbe bramato affondare il volto per gustarne il sapore.

– Il gioco consiste in una scelta che dovrai fare. Quello che sceglierai è importante e riguarderà la nostra relazione nel futuro.

Farfugliò qualcosa d’indefinibile che interpretai come un “sì” ed iniziai a spiegargli le mie intenzioni.

– Ascoltami attentamente. È inutile che perdiamo tutta la sera a girare intorno alla questione. Sai bene cosa faccio nella vita e sai anche quanto chiedo per farlo, ma se sono qui con te, se ho accettato di togliermi di dosso l’anonimato e devirtualizzarmi venendo a questo appuntamento, non è per i soldi. L’ho fatto per un duplice motivo: amicizia e sesso. So che non disdegneresti nessuna delle due cose, ma…”

Presi fiato per osservare la sua reazione alla parola “sesso”. L’avevo volutamente accentuata sapendo quanto gli uomini non potessero restare indifferenti di fronte ad una proposta del genere, e sapevo anche che quel mio mostrarmi decisa e priva di pudore avrebbe stabilito fin da subito il mio ruolo in quel gioco. Come al solito, sarei stata io a distribuire le carte, oppure a muovere col bianco. Ricordai parole antiche, davanti ad una scacchiera d’ebano ed avorio.


Muoveva col bianco Stepan Stepanovich. Nella sua eterna partita a scacchi contro tutto, era lui a porre le condizioni perché gli altri fossero sempre costretti a reagire alle sue mosse. Lui decideva l’apertura, l’impostazione del gioco, quando arroccare o quando portare un attacco, e questo gli dava un grande vantaggio su chi sapeva a malapena quale fosse la disposizione dei pezzi sulla scacchiera.

– Nonostante certi uomini si atteggino ad abili conquistatori e certe donne recitino la parte d’irresistibili seduttrici, in realtà l’ostentazione di tali comportamenti rivela solo una profonda ed inguaribile timidezza, Irina.”

Occhi chiarissimi dal taglio orientale contornati da un leggero kajal assunsero una sfumatura di malinconia.

– Tu non sai cosa significhi vivere in mezzo a gente che ti disprezza perché non sei come loro, Stepan. Ho sempre cercato d’essere la migliore, ma per controbilanciare la solitudine e questo senso d’inadeguatezza ho dovuto convincermi di poter fare a meno di chiunque… poi, alla fine, tutto si trasforma in eccessiva sicurezza ed ostentazione delle proprie qualità, e questo è un processo irreversibile e perpetuo che non fa altro che aumentare la distanza fra me ed il mondo.

– Tu colori l’esistenza di tinte forti, mia cara. C’è chi ti ama per questo; ama il tuo modo d’essere donna e bambina, presuntuosa ed umile, cinica e dolce, ma la tua timidezza sarà sempre evidente; non riuscirai a nasconderla. Nonostante tutti i tentativi che farai per mascherarla, chiunque l’avrà di fronte, visibile, esattamente come i tuoi capezzoli… matto!”

Ritornai al presente. C’era una cosa che sapevo benissimo. L’avevo sempre saputa fin da quando Stepan mi dava le prime lezioni di scacchi, di sesso e di vita: la sicurezza che ostentavo in fondo non era altro che l’altra faccia della mia timidezza, un residuo di tutto ciò che era appartenuto ad Irina. Irina che non esisteva più, oppure che, forse, ancora sopravviveva in quale angolo nascosto della mia personalità, e che a volte si risvegliava e prendeva possesso del mio corpo. Conclusi il discorso.

– Ma… una cosa esclude l’altra.

Il talento è una dote innata, decisiva per tracciare il solco, il confine che separa lo spazio in cui si muove una qualsiasi ragazza che sceglie di affittare il suo corpo per il piacere degli uomini, da quello in cui agisce una devochka. Alla prima è sufficiente mostrarsi disponibile, accordarsi sul prezzo, mettere da parte un po’ di pudore e fare sesso in modo approssimativo usando solo il corpo. Per la seconda, invece, è un’arte che coinvolge assai di più, in cui la predisposizione, l’esperienza e soprattutto la consapevolezza di avere un ruolo con cui esercitare un piccolo potere, sono qualità indispensabili per raggiungere il successo.

Non avevo scoperto subito di avere quel talento. Nell’adolescenza ero stata, anzi, assai refrattaria nei confronti degli uomini, ed i miei occhi di ghiaccio erano allora davvero lo specchio di un’anima che pareva non potesse ricevere calore da alcuna emozione. Anche se tanti anni di ginnastica artistica e di danza mi avevano formato un corpo armonioso, ero convinta di essere brutta, di non piacere, e questo mi bloccava nei rapporti con l’altro sesso. Mi vedevo troppo magra rispetto alle mie coetanee che, invece, già odoravano di donna ed ostentavano quelle forme rotonde e quegli sguardi maliziosi che tanto attiravano i ragazzi. Ma alla fine anche il frutto più acerbo matura, e quando questo avviene molte mani si protendono per coglierlo. E il frutto era maturato nella gabbia di uno Zoo. Mentre mi muovevo sinuosa al ritmo della musica, un Pigmalione che parlava una lingua cinguettante mi notò, scegliendomi come la sua Galatea, e volle cogliermi facendomi scoprire quel talento che non sapevo di possedere.

I momenti del gioco dovevano essere dosati; non c’era fretta, ogni parola doveva essere collocata nel punto giusto. Sapevo bene che ogni uomo era diverso, unico, quindi con i suoi punti deboli ed i suoi tempi, e chi mi stava di fronte aveva più di una volta, con gli sguardi ed i discorsi, rivelato qual era il punto su cui mi dovevo concentrare per ottenere ciò che volevo. Però non bastava. Quell’uomo doveva arrivare a desiderarmi come mai aveva desiderato una donna prima.

– In una camera di un hotel potremmo continuare la nostra conversazione in modo molto più rilassato… potremmo parlare ancora di letteratura, conosco moltissime poesie, oppure potremmo dedicarci ad altro. So di essere sfacciata, ma non mi va di tergiversare troppo a lungo ed il tempo, quando si sta bene insieme, passa troppo in fretta, non credi? Spero quindi non ti secchi se prendo io l’iniziativa… potremmo fare sesso… ne avrei una gran voglia.

Ero orgogliosa di come riuscivo a parlare in quel modo, decisa e senza sbavature. La lingua italiana l’avevo masticata fin da bambina; avevo letto fumetti e libri ed in seguito, al liceo, avevo imparato a parlarla e a scriverla correttamente. Ma era per l’esperienza vissuta in Italia che la potevo parlare così fluidamente, come se fosse da sempre la mia lingua e se non avessi avuto quell’accento un po’ esotico, nessuno avrebbe potuto accorgersi delle mie reali origini.

Ma lui le conosceva le mie origini. Le conosceva bene, e conosceva anche gran parte della mia storia. Con lui mi ero confidata e fino a quella sera avevo creduto fosse il tipo d’uomo che mi avrebbe donato qualcosa di diverso. Invece, la sensazione avuta nel momento in cui l’avevo incontrato era stata di amara delusione. Di fronte a me vedevo uno sconosciuto; una persona che non era quella con la quale mi ero intrattenuta e confidata nelle lunghe chiacchierate notturne.

Forse è tipico di quando una relazione si trasforma da virtuale in reale; forse la colpa era stata mia che non avevo saputo intuire prima, oppure era quello sguardo nel quale potevo leggergli tutto ciò che pensava. Provava solo bramosia per il mio corpo. Della mia interiorità non gli fregava assolutamente niente. Allora che lo materializzasse quel corpo, che immaginasse il momento in cui avrebbe potuto vederlo, che godesse nel sapere che mi sarei concessa completamente, che pregustasse l’attimo in cui l’avrebbe potuto toccarmi, stringermi, assaggiarmi, penetrarmi.

– Sapendo che te l’avrei proposto, mi sono preparata. Sono pronta per darti piacere e per riceverlo. Ho la pelle che è un velluto e sotto questo vestito, come puoi vedere, sono completamente nuda… non ho neanche le mutandine. Non so se riesci a sentirlo anche tu il mio odore, o forse lo sento solo io, ma so che quando la mia carica ormonale è a tali livelli, se faccio sesso mi scateno. Ci attende una notte indimenticabile… mi conosco.

Con la pratica avevo imparato anche ad arrossire, e lo feci manifestando quella falsa vergogna che, lo sapevo, piaceva molto agli uomini. Era una parte che mi riusciva molto bene. Stepan non diceva sempre che Irina non era altro che una timida che ostentava sicurezza? Quindi cosa c’era di male se lasciavo trapelare quell’aspetto della mia personalità? Timida, vergognosa, ma al tempo stesso spudorata, disinibita, desiderosa di vivere un’avventura con un partner scelto per realizzare le mie fantasie.

– Mi piacerebbe realizzare con te le mie fantasie. Quelle che ho sognato molte volte quando ci parlavamo attraverso il monitor. Sarei la tua amante, la tua schiava, la tua padrona; decideresti tu, oppure lasceresti fare tutto a me ed in cambio ti chiederei solo il piacere reciproco. E sarebbe tanto… tanto quanto non puoi neppure immaginare. Tu non sai dove potresti arrivare con una come me; se provassi ad abbandonarti all’immaginazione più audace sarebbe sempre troppo poco… ed anche se ti spingessi con la fantasia oltre quel limite, ancora non basterebbe.

Dentro di me sentivo che stavo comportandomi da fetente, ma sapevo anche che, affinché la prova desse un risultato, lui doveva cedere.

– Ma in tal caso tutto si esaurirebbe in un’unica, lunga, intensa estasi di una notte. Una sola notte, poi la nostra storia finirebbe, non ci rivedremmo più, mai più; io sparirei, getterei via la scheda telefonica, cambierei i miei indirizzi email e tu non avresti più modo di rintracciarmi.

Fu a quel punto che mi domandò ciò che anche altri nel passato, quando si erano trovati di fronte a quella mia proposta, mi avevano domandato: perché quella regola e perché una notte soltanto?
Anche nelle sue domande si rivelò scontato, uguale a tutti quegli uomini che, ancor prima che il cavallo fosse loro donato, volevano guardargli in bocca. Pareva che una proposta del genere, per quanto allettante, fatta in quel modo non bastasse. Volevano di più, ma si attendevano cosa? Che m’innamorassi? Che prendessi in considerazione l’inizio di una relazione? Sulla base che cosa? Per un po’ di tempo passato insieme nel virtuale? Per una cenetta a lume di candela? Per uno sguardo che mi radiografava persino l’utero? Oppure per una banalissima notte di sesso?

Non riuscivo a donare la mia anima in cambio di ciò che, normalmente, accadeva con ogni cliente. Avevo bisogno di qualcosa di più che andasse oltre la fisicità dell’atto sessuale. Di cenette e di notti di sesso ne avevo avute a centinaia; tante da non ricordare più neppure le facce dei vari partner. Possibile che gli uomini fossero così poco concreti da dare importanza solo a questo? E la complicità, la fiducia, la sincerità, l’empatia, erano tutte cose che si sarebbero dovute manifestare dopo? E perché non prima? Perché il rapporto non avrebbe dovuto seguire un percorso diverso, partendo da queste invece che da una scopata per quanto bella e soddisfacente?

– Queste sono le mie regole… è il mio sistema per non innamorarmi, per non avere legami, per poter essere libera. Vorrei che tu mi comprendessi e che rispettassi questo mio desiderio. Non posso permettermi d’innamorarmi, non adesso, non fino a quando non avrò raggiunto i miei obiettivi. Einmal ist Keinmal [7], se scegli di avermi stanotte, sarà per una sola volta. Neanche pagando potrai più incontrarmi.

Lui mi chiese allora come facevo ad essere sicura che non sarei stata io a ricercarlo dopo averci fatto sesso, e così capii che anche quell’uomo, come molti altri prima di lui, aveva miseramente fallito nell’interpretare le mie parole e non aveva colto la sfumatura contenuta nella mia proposta, dimostrando definitivamente di essere ormai distante anni luce da chi avevo conosciuto nel virtuale. Ancora una volta mi trovavo di fronte a qualcuno che, sopravvalutandosi, mi avrebbe sfidata illudendosi di farmi innamorare di lui, credendosi diverso, unico, insostituibile; quando per farmi cedere sarebbe bastata una semplice risposta in cui avessi potuto intravedere un po’ di umiltà.

– So che non dovrei dirtelo, ed un po’ m’imbarazza, ma se m’immagino ciò che potremmo fare insieme a letto, rischio di fare una figuraccia. Credo che avrò difficoltà ad alzarmi da questa sedia. Sono senza mutandine e… devo dirtelo… mi eccito… ehm… molto… troppo.

Riuscivo a manovrarlo come un burattino, ma ancora speravo che mi dicesse ciò che ormai non mi attendevo più: “Oppure? Oppure, se non volessi far sesso con te, cosa accadrebbe? Se desiderassi di più coltivare l’amicizia e continuare a vederti invece di perderti per sempre?” Ma non lo disse. Disse solo: “Immagino la tua arte nel fare certe cose”. Allora fui io ad indicargli la strada.

– Ma se vuoi, possiamo anche passare il resto della serata restando qui a parlare. Saremmo amici, solo amici e tu non mi avresti mai, neppure pagando.

In una relazione virtuale è possibile comunicare fluidamente i propri pensieri. Le persone difficilmente si mostrano imbarazzate scrivendo su una tastiera. Talvolta arrivano a buttare giù cose che non sarebbero mai capaci di dire in una situazione reale. Finanche la balbuzie è inesistente nel virtuale, poiché anche chi ha tale difetto, con la tastiera possiede la stessa capacità dialettica di chi balbuziente non è. Eppure il mondo è pieno di gente che balbetta, soprattutto in determinate circostanze. Lui barbugliò un “Qu… quando devo decidere?”

– Sarebbe meglio decidessi adesso. Vorrei sapere se devo reprimere la voglia una volta per tutte, in tal caso andrei in bagno, mi ricomporrei e tornerei qui fresca e pronta a passare la serata in compagnia di un amico, oppure se devo lasciar spazio alle fantasie e lasciarti assaggiare dopo, in camera, il sapore del mio desiderio…”

Attesi a quel punto che lui parlasse, ma già conoscevo la risposta e non mostrai alcuna sorpresa quando mi disse: “Allora scelgo di averti stanotte!”


Siamo come cani affamati davanti alla ciotola della vita. Vogliamo saziarcene il più possibile, arrivando a toglierla agli altri, e dobbiamo fare in fretta, perché abbiamo paura di perdere la nostra razione. Abbiamo fretta di vivere, vogliamo arrivare velocemente alla meta… che poi significa morire.

– Perché parli usando il “noi”? Tu non sei così. Forse una volta lo eri, ma adesso non lo sei più, ed anch’io credo di non far parte di quel genere di persona che descrivi. Non ho fretta di morire, non m’ingozzo di vita, mi piace gustarla lentamente e cerco sempre di lasciarne un po’ nella ciotola per chi desidera approfittarne.

– Tu sei speciale, Irina, non usi i cinque sensi, te ne privi, ti isoli dall’ambiente circostante ed entri in quella tua particolare dimensione dove i comuni sensi non servono perché non funzionano.

– L’odorato ed il tatto sono i soli sensi ai quali mi affido. Chiudo gli occhi… sono cieca e sorda, mi distendo e resto passiva abbandonandomi a ciò che accade intorno a me. Non ho altri riferimenti se non i profumi. Poi, inizio a sentire il tocco… sento le dita sulla pelle. Ci sono tanti tipi di dita; dita forti che mi stringono, che imprimono e lasciano il segno della loro volontà e che dicono “sei mia”; ci sono polpastrelli morbidi che mi sfiorano appena, attenti a non irritare alcuna piega del mio corpo e che mi comunicano rispetto; ci sono poi dita curiose che corrono veloci cercando di toccarmi ovunque, ma fuggono e non si soffermano mai su niente; e ci sono dita distratte nelle quali avverto quella noia profonda che portano dentro coloro che cercano inutilmente di affogare la loro esistenza nella pelle di una devochka.”

– Dalle tue parole comprendo ancor di più come voi donne siate l’unica reale meraviglia esistente su questo pianeta. Vivere è per voi una vera missione. Per noi uomini è giusto un fine. Vogliamo tutto e subito.

Abbandonò la partita, Stepan Stepanovich, e fu la prima volta che accadde. Con il polpastrello toccò lievemente il suo Re e lo fece capitolare sulla scacchiera. Quel suo tocco leggero, forse, fu un segno di rispetto e di gratitudine per aver ricevuto lui, quella volta, una piccola lezione.

Allora scelgo di averti stanotte!” Lo disse troppo in fretta. Fui certa che non avesse pensato neppure un secondo a prendere in considerazione anche l’altra possibilità.

– Gli uomini vogliono tutto e subito… e sia!

C’e chi, pensando alla Rusalka di Pushkin, rimane sedotto da quella sua dolce, misteriosa malinconia, fino a perdersi nelle acque più profonde. Irina questo era: una fata che ritornava in vita solo il tempo necessario per riprendersi ciò che le era stato tolto… e gli uomini con lei scomparivano, annullati, inghiottiti dal suo richiamo e dai suoi occhi color del ghiaccio. Ma quella rusalka era scomparsa, ormai, ed al suo posto c’era adesso una rusalka diversa; non una fata, ma un mostro omerico al quale nessun navigante eccetto Ulisse era mai riuscito a sfuggire.

Mi apparve senza maschera. Solo uno dei tanti. Uno di quelli che si dilettavano ad agganciare le donne nel web. Recitava una parte studiata a tavolino, seguiva una precisa strategia. A lui non importava niente dell’interiorità di quelle che incontrava. Il suo fine era possederle per poter apporre l’ennesima tacca sul calcio del fucile. Magari il giorno dopo si sarebbe addirittura vantato con gli amici, compagni di merende abitudinari di certi forum: “Ehi… sapete chi me l’ha data gratis? Provate ad indovinare…”

L’espressione del mio volto mutò, ma lui naturalmente non se ne accorse. Frettoloso di riscuotere il suo premio, con un cenno chiamò il cameriere per il conto. Ed io esplosi. La pentola a pressione rilasciò tutto in una volta il vapore che si era accumulato al suo interno.

– Credo che dovrò rassegnarmi – dissi manifestando tutto il mio disgusto – purtroppo per alcuni è proprio una malattia. Sei un idiota. Se proprio non ti è passato per la mente che il mio gioco fosse tutt’altro, il problema è solo tuo. Per quanto mi riguarda la nostra esperienza finisce qui; a letto con te non ci vengo neppure se mi paghi, e da questo momento dimenticati che esisto.

All’inizio restò sbigottito. Forse più per il mutamento improvviso del mio atteggiamento, fino ad un istante prima disponibile e suadente, che per altro motivo. I miei occhi chiari e seducenti, si erano trasformati in tizzoni ardenti al calor bianco, segno inequivocabile di come mi sentissi profondamente addolorata e delusa. Cercò di giustificarsi, “masliane glaza”, ma ogni parola che gli usciva dalla bocca, invece di riparare, sortiva l’effetto opposto. Fino a quando s’inventò qualcosa di totalmente imprevisto.

– Calmati. Non volevo un’avventura. Certo mi piaci molto, ma di avventure ne posso avere quante ne voglio. La verità è che m’interessava farti una proposta, ma tu non mi hai lasciato il tempo di parlartene. Avevo creduto tu fossi una donna d’affari, una donna pratica…

Dentro mi sentii morire. Non poteva essere. No. Questo non potevo accettarlo. Ancora! Ancora una volta avevo sbagliato. Quell’uomo non faceva neppure parte della schiera dei tanti galletti del web. Era peggio. Molto, molto peggio. Avrei dovuto affidarmi al vecchio metodo di Irina; abbandonarmi con la mente al tocco dell’interlocutore, captarne le intenzioni, percepirne la personalità; in tal modo mi sarei accorta subito della sensazione lasciata da quelle “dita” viscide. Invece il gioco mi era sfuggito di mano. Lui continuò a parlare e non si accorse che stava oltrepassando un confine vietato.

– Ascoltami, lasciamo da parte i discorsi sull’amicizia, sul sesso e stronzate varie. Tu hai esperienza da vendere in un certo campo. Con le tue capacità e con i miei contatti possiamo guadagnare tanti di quei soldi che neanche t’immagini. Lascia che ti spieghi…

Non lo lasciai terminare. Mi alzai senza dire nulla e con un moto di disgusto uscii in fretta dal locale.

Camminavo veloce, nonostante i tacchi alti ed i sampietrini. Volevo allontanarmi il più possibile da quel luogo. Avevo con me il cellulare; provai a chiamare un taxi, ma gli occhi umidi e la nausea non mi permettevano di formare il numero. Mille pensieri confusi nella mia testa giravano vorticosamente. Mi fermai a vomitare ad un angolo della strada. Fu a quel punto che fui raggiunta; mi prese per un braccio, forse solo per darmi appoggio, ma interpretai quel gesto come un’aggressione e mi divincolai.

– Non-mi-toc-ca-re! – ringhiai a denti stretti, scandendo ogni sillaba – Non-pro-va-re-a-toc-car-mi, vai-via, spa-ri-sci!

Chiunque altro avrebbe capito. Chiunque altro si sarebbe reso conto… invece no, lui continuava a dirmi “Su, dai, non fare l’isterica, era solo una proposta, non volevo offenderti, parliamone.”

Sparisciii!!!

Alzai la voce in un modo innaturale. Ero delusa, ferita, disgustata, umiliata, sconfitta, ed alla mercé delle emozioni che era la cosa che più detestavo. Le emozioni che Irina non avrebbe mai fatto trapelare con nessuno. Chissà cosa avrebbero pensato Stepan e Vlada se m’avessero vista in quel momento, in quel frangente, in quello stato, con la bocca sporca di vomito e gli occhi inzuppati dalle lacrime. Provai un sentimento d’indescrivibile vergogna, vero, reale, tangibile.

Lui fece il gesto di avvicinarsi ancora e temendo che cercasse di toccarmi di nuovo, ebbi una reazione improvvisa, come quella di una gatta terrorizzata: il braccio mi scattò in avanti e con la mano stretta a pugno andai a colpire duramente la bocca di quella faccia che non potevo più guardare. Sentii un dolore lancinante alle nocche. Le vidi macchiate di sangue, e corsi via.


Gli ho chiesto mille, Vlada, e lui ha accettato! – disse in preda ad una strana eccitazione – Avevi ragione, sai? Mi attende in camera. È georgiano ed è qui per affari. Dicono che i georgiani siano molto esigenti…

– I georgiani sono uomini come tutti gli altri. Come vedi, se desiderano qualcosa la pagano. Forse “masliane glaza” si è innamorato dei tuoi occhi, altrimenti non capisco perché ti paghi così tanto… sei così magra!

Irina lo sapeva che Vlada scherzava e non se la prendeva. Quando la rusalka dagli occhi di mare le diceva quelle parole, significava che era felice, e tutte e due scoppiavano a ridere.

– Ci vediamo domani, “rusalka dagli occhi di ghiaccio”, ma non trascinarlo nell’abisso, ché i buoni clienti sono merce preziosa.

NOTE
[1] In russo: sirena. È il personaggio che dà il titolo ad una fiaba di Aleksandr Pushkin.
[2] Fiume della Russia ciscaucasica che sfocia nel Mare d’Azov.
[3] In russo è il termine con cui in gergo vengono chiamati i soldi.
[4] In russo è il termine con cui in gergo viene indicato il cliente di una prostituta.
[5] In russo: occhi unti. Ha il significato di: sguardo languido.
[6] In russo: ragazza. In gergo viene così indicata una prostituta d’alto bordo.
[7] Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto.


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