Da Sind a Second Life


Sono sincera, uno degli obiettivi che piu’ mi stanno a cuore e’ quello di far conoscere la mia gente, le sue radici, la sua cultura, i suoi pregi ma anche i suoi difetti, ovunque mi rechi e a chiunque mi capiti di incontrare, perche’ sono convinta che i pregiudizi ed il razzismo siano figli della scarsa conoscenza, dell’ignoranza e della paura nei confronti del “diverso”, soprattutto in societa’ poco aperte al multiculturalismo ed assoggettate ad ideologie non certo “rassicuranti” dal punto di vista della convivenza fra i popoli.

Che io mi rivolga principalmente all’Italia, pur essendo ungherese, e’ perche’ innanzi tutto conosco bene la lingua e poi – ho difficolta’ ad ammetterlo ma e’ la verita’ – dentro di me permane un’inestinguibile radice latina che, fin da piccola, mi ha fatto seguire un percorso in cui le due culture, quella italica e quella tzigana, si sono intersecate fino ad unirsi in qualcosa di ibrido che oggi non saprei ben definire, ma che mi sono accorta rappresenta una qualita’ insostituibile per chi, come me, ha scelto di occuparsi di mediazione culturale.

Quello che faccio da quando ho scelto di cambiare totalmente vita, solo le persone con le quali ho un rapporto piu’ diretto lo conoscono, ed ovviamente non staro’ qui a parlarne davanti ad una platea di gente in massima parte mai conosciuta. Non perche’ sia qualcosa di cui debba vergognarmi, anzi tutt’altro, ma perche’ parlarne significherebbe aprire uno spiraglio troppo ampio sulla mia privacy, con il probabile rischio che qualcuno possa anche giungere ad individuare esattamente la mia identita’, mettendo in grave pericolo il progetto al quale mi dedico da alcuni anni.

In ogni caso, non era di me che volevo parlare, ma di come la mediazione culturale, e quindi un impegno che possa portare ad una maggiore conoscenza del mio popolo in modo da contribuire a spazzare via i pregiudizi esistenti, sia in grado di filtrare anche attraverso il web per giungere in quei mondi virtuali che, forse in futuro se gia’ non lo sono, rappresenteranno veri e propri luoghi d’incontro e di confronto equiparabili alle antiche agora’.

E’ normale dunque che in tutto questo io non possa trascurare la grande potenzialita’ che mi offre Internet, dove con un click posso raggiungere da casa mia ogni luogo del pianeta, parlare con centinaia di persone che mai avrei modo d’incontrare altrimenti, confrontarmi con idee e culture differenti, arrivando a far conoscere quello che in qualche modo puo’ essere identificato con l’appartenenza al popolo Rom: l’amore per la nostra liberta’ ed il grande rispetto che si deve avere per quella altrui.

E’ anche per tale motivo – oltre che per altri ugualmente validi – che ho quindi accettato molto volentieri di collaborare alla stesura dell’ultimo numero di EsseElle Movie Magazine, la rivista virtuale che si occupa principalmente del mondo di Second Life, ma che questo mese ha impostato l’intero numero sull’argomento che e’ a me piu’ caro: gli Zingari. E devo dire che cio’ mi rende particolarmente felice perche’ credo sia questa la prima volta in cui, in un mondo virtuale, il tema degli Zingari viene trattato al di la’ dell’aspetto legato al folclore o al semplice gioco di ruolo, oppure a tutto quell’immaginifico che poco ha a che fare con le problematiche legate alla realta’ di oggi. Percio’ ringrazio davvero di cuore chi mi ha dato la possibilita’ di realizzare un momento che spero non sia irripetibile, affinche’ si possa da qui ripartire per una diversa concezione di convivenza fra i popoli in cui il web agisca non solo da stimolo, ma anche da esempio.

Rinnovando quindi l’invito, a chi vorra’ partecipare alla grande festa tzigana che si terra’ in Second Life domani sera domenica 12 Dicembre a partire dalle ore 23:00, a mettersi in contatto con me oppure con Kameo Haller, concludo con l’articolo che ho scritto per questo speciale numero di EsseElle Movie Magazine, nella speranza che nell’interminabile viaggio degli Zingari possiate trovare qualcosa che appartenga un po’ anche a tutti voi.


Un lungo viaggio che dura da mille anni


Una delle più antiche leggende racconta che un tempo gli Zingari avevano un re. Era un re onesto e sapiente che governava con saggezza in un paese meraviglioso a nord dell’India chiamato Sind, dove la gente viveva felice e niente mancava. Fin quando le orde dei musulmani invasori li scacciarono da quella terra. E’ da allora che gli Zingari sono costretti a vagare da un posto all’altro del pianeta, senza mai più avere un luogo in cui stare, una casa che possano considerare davvero la loro. Ma questa, come ho detto, non è altro che una leggenda.

Notizie certe circa l’origine degli Zingari si hanno invece comparando i vari dialetti che costituiscono la loro lingua, chiamata Romaní o Romanés, con alcune lingue indiane come il Sanscrito, il Pracrito, il Maharati ed il Panjabi, e ciò ha permesso infatti di stabilirne con evidenza l’origine indiana. Però, la ragione per la quale essi abbandonarono le terre natie dell’India resta tuttora avvolta nel mistero. I pochi studi fatti a riguardo dicono che in origine fossero sedentari e che, in seguito, per l’insorgere di situazioni avverse, furono costretti a migrare e a vivere da nomadi.

Un’altra leggenda, stavolta narrata da Hakīm Abol-Ghāsem Ferdowsī Tūsī, un poeta persiano del X secolo d.C., nel suo poema il Shāhnāmeh, il Libro dei Re, che racconta l’intera Storia della Persia dalla creazione fino al tempo della conquista araba, un re fece arrivare dall’India diecimila Luri, nome attribuito agli Zingari, per intrattenere il suo popolo con la musica. E’ assai probabile, dunque, che il percorso migratorio di questo popolo nomade sia passato dalla Persia all’incirca tra il IX ed il X secolo e che in seguito i vari gruppi penetrarono in Occidente attraverso l’Egitto ed attraverso la cosiddetta via dei pellegrini, cioè Creta ed il Peloponneso.

E’ proprio a quel periodo che risale il termine Zingari o Tzigani. Infatti, l’etimologia di questo nome proviene dal greco medievale athinganoi, cioè “intoccabili”, termine attribuito ad una setta proveniente dalla Frigia, una zona dell’odierna Anatolia, ma che era anche il nome che veniva dato a maghi, indovini ed incantatori di serpenti, vale a dire ad un mondo vicino a quello degli Zingari.

Il primo documento in Europa in cui si fa riferimento agli Zingari è del 1378 e consente di sapere che un re bulgaro avrebbe ceduto ad un monastero dei villaggi popolati da loro. L’arrivo nel continente europeo è dunque situato alla fine del XIV secolo, ed è nel 1427 che gli Zingari vengono segnalati a Parigi guidati da capi che si facevano chiamare duchi. Probabilmente, per essere ben accolti, raccontavano di essere pellegrini provenienti dal Piccolo Egitto – regione del Peloponneso – da cui ha origine il nome di Gitani, cioè Egiziani, attribuito in seguito all’equivoco sorto circa la loro provenienza.

I duchi dicevano di essere costretti a vagare per il mondo per la durata di sette anni, come penitenza, affermando di essere stati perseguitati dai Saraceni e da loro essere stati costretti ad abiurare la fede cristiana. Così i re del tempo – sempre secondo i loro racconti – li avevano obbligati a recarsi dal Papa che aveva imposto loro tale penitenza, ma che anche li aveva forniti di credenziali perché fossero bene accolti ovunque si recassero.

Ovviamente, oggi si hanno molti dubbi sulla veridicità di quelle asserzioni e forse sono esse stesse all’origine del pregiudizio che ancor oggi li indica come un popolo incline all’inganno, ma a parte queste cose che gli Zingari raccontavano per essere meglio trattati, si sa con certezza che, almeno in principio, l’accoglienza fu buona per il carattere misterioso che la loro origine lasciava nella società medievale; una società assai sensibile a tutto ciò che si presentava come magico e dispensatore di fortuna.

Nello spazio di qualche decennio, però, la curiosità si trasformò in ostilità, forse per le abitudini di vita assai diverse da quelle delle popolazioni sedentarie ed anche per il consolidarsi in Europa degli stati nazionali. Se per lungo tempo si erano qualificati come Egiziani, infatti, la mancanza di un collegamento storico ad una patria precisa o ad un’origine sicura non consentiva di riconoscere gli Zingari come gruppo etnico ben individuato. Oltre a ciò, le possibilità d’insediamento sempre più scarse, per cui l’unica possibilità di sopravvivenza consisteva nel vivere ai margini delle società, ed il mescolarsi di bande di ex mercenari sbandati e di mendicanti identificati tutti come zingari, contribuì a peggiorarne l’immagine.

Ma esistevano anche ragioni economiche e religiose. L’opposizione agli Zingari si delineò particolarmente dura da parte delle corporazioni artigianali dell’epoca che tendevano ad escludere i concorrenti, soprattutto nell’ambito della lavorazione dei metalli. Inoltre, gli Zingari venivano facilmente identificati con i Turchi in quanto provenivano dalle terre degli infedeli, quindi erano considerati nemici della Chiesa che, proprio in quel periodo, iniziò a condannare le pratiche legate al soprannaturale, come la cartomanzia e la lettura della mano, tutte attività che questo popolo è sempre stato solito esercitare. Ed infine, i pregiudizi già esistenti furono rafforzati anche dal convincimento diffuso che la pelle scura fosse segno d’inferiorità, di malvagità e del diavolo che, infatti, veniva dipinto di nero.

Questo clima di sospetti e pregiudizi si avverte soprattutto nella fioritura di leggende e proverbi tendenti a mettere gli Zingari in cattiva luce a tal punto da far riferimento alla Bibbia per considerarli discendenti di Cam, quindi maledetti. Un’altra diffusa leggenda racconta che furono degli zingari, dato che chiunque altro si era rifiutato, a fabbricare i chiodi che servirono per la crocifissione oppure, secondo una diversa versione, che avrebbero rubato il quarto chiodo rendendo così più dolorosa l’agonia di Gesù.

Da questi pregiudizi, il passaggio a forme sempre più marcate di discriminazione è stato inevitabile, fino a giungere a vere e proprie persecuzioni. Per secoli, in Serbia ed in Romania, gli Zingari sono stati tenuti in schiavitù e la caccia allo zingaro si è affinata nel tempo con crudeltà e con barbari trattamenti di ogni tipo. Deportazioni, torture, uccisioni sono state praticate un po’ ovunque, fino a giungere al nazismo che agli Zingari riservò un trattamento non dissimile da quello degli Ebrei: inviati nei campi di concentramento, sottoposti ad esperimenti di sterilizzazione, usati come cavie umane, con ogni sorta d’incredibili sevizie. Oltre mezzo milione di Zingari furono sterminati durante il regime nazista in un Olocausto a cui viene dato il nome di Porrajmos, del quale pochi oggi sono al corrente e che quasi nessuno ricorda.

Attualmente, gli Zingari sono presenti ovunque, con forte concentrazione nei Balcani, in Spagna, in Medio Oriente e nel nord Africa. Nelle Americhe ed in Australia sono giunti al seguito di deportati e di coloni che partivano da Gibilterra, e stabilendo successivamente dei flussi migratori con quelle regioni.

Ed è attraversando interi continenti, mescolandosi con le più diverse etnie, che ogni gruppo ha assunto nel tempo caratteristiche somatiche che non sono più quelle dell’antica popolazione partita dall’India oltre mille anni fa. Se i gruppi che hanno transitato attraverso l’Europa meridionale ed il nord Africa hanno mantenuto caratteri tipici come la pelle, i capelli e gli occhi scuri, in Russia e nel nord Europa non è difficile trovare Zingari con la pelle chiara, i capelli biondi e gli occhi azzurri. In India, però, è ancora possibile trovare chi conserva tracce esteriori esattamente come quelle degli antichi abitanti di Sind. Sono i Banjara, una popolazione seminomade che gli studiosi identificano come gli unici Zingari rimasti in patria.

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