Qualcosa di me


Atzinganoi e’ un termine greco che significa “intoccabili”. Da esso derivano le parole “tzigani” e “zingari” diffuse per indicare un insieme di diverse etnie, principalmente Rom ma anche Sinti e Kale’, originariamente ritenute nomadi e accomunate da un medesimo idioma linguistico: il Romanes. Sono certa che a questo punto qualcuno pensera’: “Oh no… un altro post sugli zingari!” Si’ lo so, rischio di diventare pesante e comprendo che l’argomento possa ad alcuni non interessare, ma devo mantenere una promessa che ho fatto.

Commentando un post nel blog di Modesty che con questo argomento non c’entrava assolutamente niente e “deragliando”, come al mio solito e per colpa della mia ben nota prolissita’, completamente fuori tema mi sono trovata a far riferimento agli tzigani affermando che per il mio popolo e’ sconveniente, se non addirittura poco dignitoso, manifestare il proprio dolore pubblicamente. La giusta obiezione di Modesty e’ stata che, al contrario, lei e’ normalmente abituata a vedere le facce sofferenti delle donne zingare che piangono perche’ non hanno di che sfamare i propri figli e che chiedono l’elemosina manifestando apertamente un disagio ed una sofferenza che, almeno a prima vista, contraddirebbe la mia affermazione.

Se fosse vero cio’ che Modesty pensa, dovrei dunque ammettere adesso che, per il fatto stesso di vivere d’accattonaggio stimolando le emozioni della gente per ottenere compassione, manifestando cioe’ dolore e sofferenza, gli zingari mancherebbero di orgoglio, di amor proprio e di dignita’. Ma le cose non stanno esattamente cosi’ e tentero’ di spiegare perche’.

Innanzi tutto, collegare tutti quanti gli zingari all’accattonaggio e’ sbagliato. E’ uno dei tanti frutti nati dalla mancanza d’informazioni che i gage’, i non Rom, hanno riguardo al mio popolo, cioe’ l’ennesimo degli innumerevoli pregiudizi diffusi su di noi, insieme a molti altri come la convinzione che siamo tutti nomadi e che abitiamo nelle baracche e nelle roulotte, che non abbiamo l’abitudine a lavarci, che rubiamo i bambini, che non abbiamo mai lavorato e tutte quelle leggende metropolitane non certo edificanti che girano sul nostro conto e che ci etichettano in stereotipi, come se fossimo tutti uguali, con le stesse caratteristiche e con lo stesso stile di vita indipendentemente dal luogo in cui viviamo e da quale sia stata la storia del nostro gruppo.

In realta’ la situazione e’ assai diversa. Certi aspetti che ci etichettano come miserabili, accattoni, indigenti, senza voglia di lavorare nonche’ poco inclini all’igiene personale, non appartengono alla cultura Rom. Se abbiamo la fortuna di trovarci in una situazione di “normalita’”, la nostra vita non e’ molto diversa da quella dei gage’, ma esistono luoghi comuni che appartengono ad un meccanismo perverso che e’ venuto a crearsi a seguito della caduta dei sistemi comunisti dell’Est Europa e dei conflitti balcanici da cui moltissimi Rom sono stati costretti a fuggire, rifugiandosi come profughi in paesi che, dopo, non sono stati in grado di integrare queste persone che, avendo perso tutto, finanche i documenti, improvvisamente si sono ritrovate apolidi, perennemente straniere, senza un luogo in cui vivere ed in mezzo a gente che ha sempre stentato ad accettarle.

La crisi economica che e’ sovvenuta negli ultimi tempi, poi, ha ulteriormente peggiorato le cose, alimentando le spinte xenofobe nelle popolazioni ospitanti e diffondendo quei pregiudizi con i quali tutti noi, oggi, profughi e non, nomadi e stanziali, giovani e meno giovani, sia che viviamo in Ungheria o in Italia o in qualsiasi altro luogo, siamo chiamati a confrontarci. Convinzioni, come quella di Modesty, ad esempio, spesso dettate dalla buona fede ma errate, che avrei piacere di sfatare, magari fornendo una diversa chiave di lettura che tenga conto di cio’ che e’ vero da cio’ che non lo e’.

E’ vero che gli zingari sono nomadi e vivono nelle baracche e nelle roulotte? E’ vero sicuramente per i piu’ poveri. Nelle baracche vivono di solito i poveri di tutto il mondo, zingari e non, e molto spesso nei campi nomadi e’ facile trovino rifugio moltissime persone che non appartengono alla comunita’ degli zingari. Pero’ la verita’ e’ che la maggior parte del popolo Rom in Europa oggi e’ stanziale, non e’ piu’ nomade, e vive in case che non sono diverse da quelle dei gage’.

E’ vero che gli zingari hanno l’abitudine di non lavarsi? E’ vero per chi non ha accesso ai servizi igienici, come chi di solito viene ghettizzato nei campi nomadi, ai confini del tessuto urbano dove non esiste un modo facile per approvvigionarsi d’acqua, ma la nostra cultura tiene in grande considerazione la pulizia e se possiamo, ci laviamo addirittura piu’ dei gage’.

E’ vero che gli zingari rubano i bambini? E’ falso. Si tratta solo di una leggenda nata dal fatto che, spesso, possono nascere bambini con la pelle molto chiara e con i capelli biondi. D’altra parte, tra noi, i bambini non mancano e non abbiamo bisogno di rubarli. Infatti, non e’ mai stato accertato un solo caso di furto di bambini commesso da uno zingaro. A volte, pero’, e’ stato invece vero il contrario; cioe’ esistono casi documentati di sottrazione alle famiglie zingare dei loro bambini.

E’ vero che gli zingari non hanno mai lavorato? E’ completamente falso. I Rom nomadi una volta lavoravano spostandosi da un villaggio all’altro; erano artigiani, saltimbanchi, ammaestratori di animali. Con la fine di questi mestieri, molti sono rimasti disoccupati e stanno vivendo adesso cio’ che tutti i disoccupati nel mondo vivono con l’aggravante pero’ di essere zingari, quindi ulteriormente discriminati. Ma oltre a questo la globalizzazione, la grave crisi economica e la nascita della nuova economia di mercato, hanno penalizzato moltissimi lavoratori dell’Est Europa che lavoravano nelle fabbriche di regime e che, perdendo il lavoro, sono stati costretti ad emigrare andando spesso a rinfoltire quella schiera di indigenti che vengono oggi etichettati come zingari, anche se non tutti lo sono.

E soprattutto – e qui vengo al punto essenziale di questo post -, e’ vero che gli zingari mancano di orgoglio, amor proprio e dignita’ perche’ per sopravvivere si affidano all’accattonaggio suscitando sentimenti di pena? Qui non solo mi viene da dire che non tutti i Rom vivono di accattonaggio – come ho spiegato solo i piu’ poveri, coloro che non hanno altri mezzi di sostentamento lo fanno -, ma e’ anche giusto comprendere fino in fondo cosa significano per noi orgoglio, amor proprio e dignita’.

Per chi appartiene al mio popolo, il proprio gruppo e la societa’ dei gage’ sono due entita’ separate, completamente diverse, e mentre e’ permesso chiedere elemosina e fingere per ottenere la pieta’ di un gage’, la stessa cosa non e’ consentita all’interno della comunita’ Rom. Anzi, il bene piu’ prezioso al quale nessun Rom e nessuna Romni’ rinuncerebbero mai e’ proprio la buona reputazione all’interno del proprio gruppo.

Esistono diversi modi per ottenere il massimo riconoscimento da parte della comunita’, ma in linea di massima bisogna prestare attenzione a mantenere sempre un atteggiamento ineccepibile, osservare le norme di buon comportamento, partecipare alle feste, ai funerali, essere sempre cordiali, solidali con gli altri membri del gruppo e dare loro aiuto nei momenti di difficolta’ o di malattia. Perdere il prestigio per un Rom e una Romni’ e’ infatti la peggior cosa che possa accadere, che coinvolge l’intera comunita’ e che, come crede chi e’ superstizioso, prima o poi portera’ sfortuna.

Sono piccole cose quelle che ogni tanto mi viene voglia di raccontare. Non so quanto tutto cio’ possa servire ad avvicinare due diverse culture, troppo spesso in antitesi fra loro per i valori e per gli stili di vita. Chi ha radicate dentro certe convinzioni, infatti, difficilmente riuscira’ a liberarsene, ma io ci provo lo stesso. So che la goccia alla fine scava la roccia e la pazienza e’ una qualita’ che non mi manca. Non sia mai che chi mi legge e che magari ha finora avuto degli zingari una visione del tutto diversa da quella che mi appartiene, la prossima volta che osservera’ il volto e gli occhi di una bimba zingara non possa intravedere in lei qualcosa di me.


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