Il sogno e la virtualita’


L’ultimo film che ho visto – non ne vedo poi cosi’ tanti – e’ stato “Inception”. Al di la’ del giudizio globale che si puo’ dare su questo autentico cammeo in cui ogni dettaglio, dalla fotografia alla la musica, dalla scelta degli attori agli effetti speciali, e’ azzeccato in modo magistrale, la trama racconta di un ladro – Dom Cobb, interpretato da uno stupendo Di Caprio – specializzato nell’estrarre i segreti dalla mente delle persone introducendosi nei loro sogni. Al termine, dopo un finale stupendo che apre le porte a diverse interpretazioni e riflessioni, e soprattutto riesce a impiantare nella mente dello spettatore un’idea dalla quale e’ impossibile liberarsi, non ho potuto non pensare ad alcune assonanze che il sogno ha con la virtualita’ e con la potenza dell’immaginazione che porta piu’ di qualcuno a vivere ormai nel web, nei social network, nelle chatroom, nei forum, nei blog e nei mondi virtuali in genere, esistenze parallele che sempre meno combaciano con la vita reale.

Questi luoghi virtuali, come gli immensi spazi mentali del sogno magnificamente realizzati nel film, sono sempre piu’ simili a teatri, alcuni con scenografie straordinarie e accattivanti, dove la gente, recitando parti la cui regia e’ affidata al proprio inconscio oppure ad una fantasia esuberante, di solito si presenta in modo completamente diverso da cio’ che in realta’ e’. Uomini che si fingono donne sono ormai all’ordine del giorno, ma non mancano vecchi che si fingono ragazzini, brutti che si fingono belli, poveri che si fingono ricchi e persino ignoranti che, grazie a Google e a Wikipedia, riescono tranquillamente a fingersi intelligenti e colti.

E cosi’ c’e’ chi, mascherandolo talvolta da gioco innocente, realizza il proprio sogno facendosi credere diverso da cio’ che e’ senza che debba fare alcuno sforzo per esserlo davvero nella realta’, comodamente seduto con un monitor davanti agli occhi ed il mouse in una mano. E’ triste, lo so, com’e’ triste scoprire, alla fine del film di Nolan, che tutto quanto e’ stato probabilmente un sogno nel sogno, ma e’ sempre piu’ la gente che si affida a questa consapevole “incoscienza” per mostrare di se’ un’immagine edulcorata. Un’immagine che alla fine non serve tanto a stabilire delle sane e proficue relazioni con gli altri in cui ci sia condivisione e scambio, quanto ad accettare meno dolorosamente la propria miseria esistenziale.

Dopotutto chi mai verra’ a conoscere la verita’? Nessuno in internet ha il diritto, ma neppure il modo, di esigere la prova certa di quanto viene asserito. Pare, infatti, che in quest’epoca dominata da avatar, nickname e personalita’ alternative, l’abito riesca a fare il monaco contraddicendo l’antico proverbio. Davvero basta dire, raccontare, inventare storie per sentirsi adeguati, accettati, compiaciuti e forse essere per la prima volta protagonisti di qualcosa. Ma quanto di quello che sto dicendo descrive di un comportamento equilibrato? E’ vera soddisfazione quella che si prova quando riceviamo approvazione per qualcosa che non abbiamo fatto oppure complimenti per cio’ che non siamo ne’ saremo mai?

Se ad esempio mostrassi la foto di una fotomodella spacciandola per mia, come potrei trarre giovamento se qualcuno mi dicesse che sono bellissima basandosi su quella foto? Quella non sarei io ed io saprei la verita’, a me stessa non potrei mentire; quindi come potrei provare soddisfazione appropriandomi di un complimento non rivolto a me, ma indirizzato a chi io non avrei mai modo di essere: un’ombra impalpabile, un fantasma che non avrebbe possibilita’ di esistere se non con l’inganno e la menzogna? Non e’ che, alla fine di tutto, invece di soddisfazione, ne ricaverei solo frustrazione?

La consapevolezza di non poter mai esistere nella forma di cio’ che si finge di essere, alla fine crea dentro un senso d’angoscia che, per poter essere placato, ha bisogno di un’immersione sempre piu’ in profondita’ in quel mondo di finzione su cui si regge tutta quanta la menzogna. Un mondo che, un po’ alla volta, assumera’ i contorni e la consistenza del vero, sostituendo del tutto la realta’, intrappolando totalmente la mente, arrivando progressivamente ad uno sdoppiamento della personalita’ con conseguente schizofrenia.

In “Inception”, il protagonista e’ infatti intrappolato in un sogno, anzi dentro un sogno nel sogno, ma crede di vivere una vita reale. Il sogno diventa per lui la realta’ di riferimento, mentre la realta’ vera e’ dimenticata, sepolta sotto infiniti strati di sogni nei quali non gli e’ piu’ possibile capire se e’ sveglio o se sta dormendo. Ed e’ per tale motivo che si affida ad un “totem”, un piccolo oggetto che gli permette di capire se cio’ che sta vivendo e’ la realta’ oppure il sogno.

E’ un concetto, questo dell’esistenza inconsapevole, ripreso piu’ volte dalla cinematografia, da “Il tredicesimo piano” a “Matrix”, ma c’e’ chi questo concetto lo comprende, ne tiene conto e quindi si comporta di conseguenza aggrappandosi al proprio “totem” che spesso e’ la propria ragione e chi, invece, cade in pieno nella trappola mentale e s’immerge nel brodo delle illusioni immedesimandosi sempre di piu’ col personaggio che recita, perdendo di vista non solo la realta’, ma smarrendo ogni punto di riferimento come in un “limbo” in cui l’’immagine edulcorata restera’ per sempre segregata, prigioniera senza speranza.

Dal momento che sono convinta che questa patologia – perche’ di patologia si tratta e meriterebbe che le persone soggette a tale disturbo fossero aiutate da un bravo psicologo – sia in parte “contagiosa” o quanto meno crei i presupposti per comportamenti insani, se posso cerco di starne lontana. Non che mi ritenga superiore o comunque voglia cinicamente mortificare chi dovrebbe essere solo aiutato, ma poiche’ non mi ci vedo nelle vesti della crocerossina, se proprio desidero trascorrere un po’ del mio (scarso) tempo libero navigando nel mare del web, incontrando qua e la’ persone che come me sono incuriosite da tale mondo, preferisco approfondire la conoscenza solo con chi mi da’ l’impressione di essere sano ed affidabile; quindi “vero”.

Che cosa significhi “vero” in un contesto di virtualita’ l’ho scritto in piu’ di un’occasione, ma ancora una volta tentero’ di spiegarlo con un semplice esempio: se qualcuno affermasse di poter correre i cento metri in otto secondi, dovrebbe essere anche in grado di dimostrarmelo, altrimenti sarebbe meglio che tacesse. Non dico che la prova sia d’obbligo e che debba esserci sempre ed in ogni caso la dimostrazione – so benissimo che non avrei il diritto di pretendere alcunche’ -, ma neppure chi si arrampica sugli specchi puo’ esigere che io creda a cio’ che racconta e non mi ponga domande sui suoi comportamenti. Soprattutto non puo’ esigere che io mostri ulteriore interesse per certi deliri e che ancora presti il mio tempo per qualcosa in cui sarebbe piu’ adeguata una terapeuta coscienziosa.

Purtroppo, ho un carattere particolare che puo’ apparire cinico, freddo, disinteressato, ma il confine fra l’interesse ed il totale disinteresse che posso provare per qualcuno e’ molto labile. Nel momento in cui mi rendo conto che c’e’ chi tenta di prendersi gioco di me, anche se lo fa in buona fede, non rendendose conto come nel caso di chi sta vivendo il proprio sogno, qualcosa dentro di me si spezza. E’ un processo istantaneo, come un flash e non offro alcuna possibilita’ d’appello. In molti casi mi si rimprovera un’eccessiva rigidita’, una mentalita’ quasi “talebana” ed e’ per questo motivo che sono imbattibile nel diventare antipatica ed insopportabile in modo quasi inaspettato.

Con me le cose funzionano cosi’, mi dispiace; non sopporto chi racconta “palle”. Per me l’abito non fa il monaco, anzi chi si affida troppo al travestimento, facendo esclusivamente conto sulle innumerevoli possibilita’ d’inganno offerte dal web, alla fine diventa scontato e banale, e’ inevitabile, e distrugge in un colpo solo quel minimo di considerazione che posso aver avuto in un primo momento. Anche se e’ mia ferma convinzione che a queste persone, in fondo, di me non interessi un granche’, come non interessa di nessuno, in quanto per loro gli altri non esistono; sono solo ombre disegnate dalla loro psiche, sagome di cartone senza un’identita’ ne’ un’anima, una platea di fantasmi in un teatro inesistente nel quale viene recitato un dramma infinito di onanismo mentale.

Qualcuno potra’ obiettare che anche di me si conosce molto poco. Che anch’io potrei essere tutt’altro da cio’ che, anche non dicendo, faccio pensare. E’ vero, e di questo ciascuno puo’ trarne le conclusioni che crede. Dipende infatti dalla sensibilita’ individuale capire se, dall’altra parte dello schermo, c’e’ chi come Dom Cobb vive all’interno dei propri sogni, oppure c’e’ qualcuno che esprime la propria realta’ senza menzogna. In ogni caso posso assicurare che, qualora un giorno affermassi di essere capace di correre i cento metri in otto secondi, sarebbe solo perche’ avrei la certezza di poterlo dimostrare.

“I sogni sembrano reali finche’ siamo in essi. Spesso e’ solo al risveglio che ci rendiamo conto che qualcosa non quadrava.”

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