La donna zingara: pregiudizi e stereotipi


L’atteggiamento piu’ comune che si ha, quando si da’ un’opinione, e’ quello di considerare le cose in base alle nostre esperienze personali oppure, quando queste mancano, andando per stereotipi, spesso frutto di opinioni di terzi che niente hanno a che fare con la realta’. E allora giudichiamo qualcosa in base a cio’ che ci hanno raccontato, ci affidiamo ai luoghi comuni oppure alla presunzione che ci fa credere che, una conoscenza sommaria di qualcosa nella quale ci siamo imbattuti soltanto qualche volta, possa essere indicativa per formulare un’opinione corretta. Possiamo addirittura formarci opinioni errate anche quando, di una determinata situazione, ne abbiamo un’esperienza diretta, approfondita e vissuta per un periodo considerevolmente lungo, perche’ puo’ accadere che, in base alle nostre abitudini, ci si trovi a frequentare sempre gli stessi luoghi e ad incontrare sempre un certo tipo di persone, percio’ il nostro giudizio alla fine puo’ risultare parziale o incompleto.

Infatti, se non fosse cosi’, oggi potrei tranquillamente affermare che gli uomini italiani sono di solito brutti, incapaci di far sesso, parlano sempre male delle loro compagne, le tradiscono con facilita’ e senza rimorsi, e sono poco amanti dell’igiene personale. E potrei dirlo a ragion veduta poiche’, vi assicuro che la mia esperienza in tal senso e’ stata assai lunga ed approfondita. Invece credo proprio che sbaglierei a dirlo. Ho conosciuto, infatti, anche molti italiani totalmente diversi, e sono quelli che poi mi fanno comprendere che talvolta le opinioni negative che possiamo formarci su qualcuno, riguardano solo e soltanto determinati individui e non possono essere trasformate in regole universali per la totalita’ di un intero popolo.

Considero quindi ridicoli e privi di particolare intelligenza coloro che parlano degli zingari utilizzando termini troppe volte spregevoli, magari avendo avuto a che fare con noi solo in modo sporadico, marginale, per sentito dire, leggendo notizie su giornali “di parte” o tuttalpiu’ avendone incontrato qualcuno che non ha titolo a rappresentare la totalita’ di un popolo che conta quattordici milioni di individui. Posso pero’ sforzarmi di comprendere che, chi magari ogni giorno si trova a contatto con una realta’, quella dei piu’ poveri che sono stati costretti per ragioni d’indigenza estrema a cercare una via di sopravvivenza fuori dai loro Paesi, abbia dei Rom una certa opinione non proprio buona.

E’ comprensibile, infatti, che chi vede persone indigenti, spesso zingari, vestite di stracci e non sempre profumatissime aggirarsi chiedendo insistentemente l’elemosina oppure borseggiando la gente, si faccia un’idea tutta propria del mio popolo. L’errore se mai sta nel considerare tutti noi esattamente come chi si trova in quelle particolari condizioni di poverta’. Sarebbe infatti lo stesso errore che farei io se avessi conosciuto qualche italiano mafioso e considerassi l’intera l’Italia abitata da mafiosi. Chi e’ italiano e sa di non essere un mafioso farebbe bene dunque ad arrabbiarsi se si sentisse giudicato sulla base di uno stereotipo che non ha attinenza con la realta’.

E’ la conoscenza che, quindi, sta alla base di ogni giudizio, ogni opinione, ogni esternazione che possiamo fare. E per conoscere non basta affidarsi ai luoghi comuni, agli stereotipi, a cio’ che ci viene raccontato da altri oppure basandosi su un modello comportamentale limitato ad un numero esiguo di individui, ma ci si deve impegnare, scendere in campo personalmente e vivere una determinata situazione sulla propria pelle, cercando di capire il problema dal “di dentro”.

Perdonatemi dunque se oggi, dopo aver letto le varie risposte date a QUESTA DOMANDA, mi permettero’ di scrivere qualcosa a proposito delle donne tzigane perche’ nel leggere molte di quelle risposte – ed anche le opinioni diffuse che ho raccolto in oltre dieci anni che ho vissuto in Italia – ho avuto la conferma di cio’ che gli italiani pensano di noi Romni’. No, non mi sono assolutamente offesa per cio’ che ho letto, e sapete perche’ non mi sono offesa? Perche’ so che quelli sono soltanto pregiudizi che riguardano esclusivamente una piccola parte del mio popolo. Quella su cui i media, per motivi che non vorrei star qui a ripetere, intendono fare piu’ clamore. Per questo motivo vorrei dare anche io la mia personale risposta a quella domanda, e la daro’ evitando di usare metodi “furbi” che mi permetterebbero di poter dimostrare che la “sporcizia” e’ comunemente frutto dell’indigenza in cui si vive, quindi dell’impossibilita’ di poter accedere a servizi igienici o anche di una specifica volonta’ individuale, ma non e’ mai una predisposizione genetica che riguarda un’intera etnia perche’, come ho scritto sopra, in tal caso anche per me sarebbe facile poter dire di aver incontrato un consistente numero di uomini italiani che, come scusante della loro scarsa igiene, di sicuro non potevano addurre neppure l’indigenza.

Vorrei quindi tentare di sganciare, per una volta e se ne sono capace, l’idea della donna zingara da quello stereotipo carico di pregiudizi venutosi a creare in Italia – e non solo in Italia – in questi ultimi anni a causa di motivi che niente hanno a che fare con l’etnia, la genetica o la cultura, bensi’ sono diretta conseguenza del degrado progressivo delle condizioni sociali ed economiche in cui una parte del mio popolo, la meno fortunata, si e’ venuta a trovare a seguito della caduta dei sistemi socialisti nell’Est Europa e dei conflitti interetnici nei Balcani.

Cosi’ vorrei ricordare come le Romni’ sono state raffigurate durante i secoli, in modo da poter meglio comprendere quanto l’immagine di adesso, quella che emerge dalle considerazioni che ho letto nelle risposte a quella domanda, risenta di un martellante condizionamento mediatico il cui fine pare quello di alimentare un sentimento xenofobo basato soprattutto sul disgusto “fisico” per un intero popolo ad iniziare proprio dalle donne.

Qualcuno ricorda quali sono le zingare che per secoli hanno stimolato la fantasia di artisti, scrittori, poeti, musicisti, pittori, e che ancora sopravvivono come archetipi nella coscienza di tutti? Possiamo forse dimenticare il fascino dell’impetuosa Carmen, danzatrice sensuale, seducente, amante passionale, ammaliatrice ed anche traditrice? Oppure la giovane zingara col turbante e dai penetranti occhi azzurri raffigurata da Boccaccio Boccaccino, o quella dallo sguardo furbo ed indagatore nella “Buona Ventura” di Caravaggio, o ancora la zingara nuda nella “Tempesta” di Giorgione che, seduta sulla riva di un fiume, allatta il suo bambino?

Ed anche per Manet, Renoir, Rousseau, Toulouse-Lautrec, Matisse, Picasso, Modigliani, Kubin, Müller e moltissimi altri la zingara e’ stata un tema ricorrente nell’arte figurativa, soprattutto quando si trattava di raffigurare una mistura di attraente bellezza, seduzione, fascino esotico, fierezza e forza che – almeno nell’immaginario collettivo – sembra contraddistinguere ogni donna appartenente al mio popolo. Di sicuro le zingare raffigurate e descritte da questi artisti non puzzavano, non disgustavano, non inducevano la gente a discostarsi, anzi avevano una grande capacita’ di attrarre. Ed e’ questa l’immagine della donna zingara che, nel corso dei secoli, ha stimolato maggiormente la fantasia dei gadje’, nella letteratura, nell’arte, nella musica e nel cinema, perche’ di sicuro e’ innegabile che siamo belle con i nostri occhi profondi ed i lunghi capelli corvini, e trasmettiamo nel nostro andare in giro vestite di mille colori un senso di liberta’ e d’indipendenza per il quale e’ impossibile, per chi e’ costretto ad una vita monotona e grigia, non provare un briciolo d’invidia. E poi quest’alone di mistero che ci circonda da sempre perche’ fin da piccole impariamo i segreti della lettura della mano, della divinazione, delle arti magiche, i metodi naturali per la guarigione dagli acciacchi tramite la conoscenza di erbe che solo noi, vagabonde senza sosta per il mondo, possiamo conoscere.

Ma adesso lasciatemi dire una cosa: anche questi non sono altro che stereotipi. Ed e’ proprio a causa di questa infinita’ di luoghi comuni che ci riguardano che e’ difficile vederci nella nostra effettiva realta’, come davvero siamo nella nostra vita quotidiana, insieme alla nostra famiglia, nel cerchio ristretto dei nostri affetti, ed e’ un vero peccato. Forse la colpa e’ anche nostra, ma e’ proprio nella famiglia che siamo davvero “noi stesse”, che manifestiamo il nostro vero carattere, il nostro essere incredibilmente determinate e coraggiose, e per esprimere un vero giudizio su di noi dovreste prima riuscire a vederci al di la’ di ogni mistificazione, di ogni pregiudizio, di ogni stereotipo. Allora vi accorgereste che siamo molto diverse da cio’ che immaginate. Sia in un senso che nell’altro.

Pero’ se proprio vogliamo limitarci a parlare solo di quella piccola parte di zingare che ancora vivono secondo il classico schema “folkloristico”, cioe’ da nomadi – e non parlo ovviamente di chi e’ costretta a fuggire dalla poverta’, ma di chi per scelta ritiene che la propria natura sia quella di vivere portando avanti le tradizioni, gli usi e i costumi dei nostri antenati – allora e’ bene sapere che in tal caso e’ proprio la donna che provvede alle necessita’ piu’ elementari della famiglia, al cibo quotidiano e al vestiario. Lo fa con il “manghèl”, vale a dire con il chiedere l’elemosina, che non e’ considerato umiliante, ma un vero e proprio lavoro neanche poco faticoso; una vera e propria arte che s’impara fin da piccola ed in cui si mette alla prova, giorno per giorno, la forza di persuasione e l’abilita’ nell’affrontare il mondo.

La famiglia, qualora non lo si fosse ancora capito, costituisce la base della societa’ zingara. Questa importanza della famiglia l’avevano intuita, a modo loro, anche i nazisti che in alcuni famigerati “zigeunerlager” decisero di non separare le famiglie le quali vissero unite fino alla fine, tuttavia senza per questo poter sfuggire al loro crudele destino. Ed anche in quelle terribili circostanze, fu la donna zingara che si dimostro’ coraggiosa ed incrollabile come poche altre.

E’ pero’ con la nascita dei figli che la donna rafforza la sua posizione all’interno della famiglia. E’ lei che si occupa personalmente dell’educazione dei bambini dai quali non si separa mai finche’ sono piccoli, insegnando loro la lingua degli antenati e, con incredibile permissivita’, senza contraddirli e senza punirli, li fa crescere in fretta perche’ la cosa piu’ importante e’ renderli al piu’ presto possibile indipendenti e responsabili delle loro azioni. E’ quindi una donna, la zingara, che partecipa alle decisioni piu’ importanti che riguardano la famiglia, al contrario di chi immagina che sia l’uomo zingaro il padrone assoluto, ed e’ sempre lei, la donna, che da anziana diventa la consigliera piu’ preziosa ed ascoltata.

E’ vero, questa zingara e’ sottomessa al marito, ma lo e’ in modo naturale, spontaneo e consapevole. Non c’e’ mai costrizione ed anche la “fuga”, il rito che stabilisce di fatto il matrimonio e di solito corrisponde al primo rapporto sessuale, non si tratta di un “rapimento” come molti gadje’ immaginano, ma viene stabilita di comune accordo fra la ragazza ed il ragazzo. E’ un legame saldissimo che, sebbene contratto spesso in eta’ giovanissima riesce a superare anche le piu’ gravi difficolta’ della vita. I divorzi fra gli zingari sono, infatti, molto rari e la fedelta’ fra i coniugi e’ (quasi) assoluta.

Persino Mérimée, seppur con la sua novella “Carmen” abbia voluto dare un’immagine forse un po’ troppo “colorita” e stereotipata della donna zingara, afferma che le zingare “…mostrano una dedizione straordinaria verso i loro mariti. Non c’e’ pericolo ne’ miseria che esse non sfidino per soccorrere alle loro necessita’”.

Ma tutto cio’ riguarda una realta’ che, inevitabilmente, sara’ presto destinata a cambiare, anzi che gia’ sta cambiando sotto gli occhi di tutti, almeno nei Paesi dove il mio popolo si e’ integrato e l’emancipazione, conseguenza dell’istruzione alla quale possiamo accedere, ci impone una trasformazione forzata. Molte di noi hanno infatti smesso di vestire in modo vistoso e colorato, guidano l’auto, sono diventate indipendenti. Si parla fra noi dei nostri problemi e non sono rare le occasioni in cui facciamo sentire la nostra voce anche oltre quello che normalmente le tradizioni imporrebbero. Il nostro spirito ribelle, quello si’ culturale, si esprime adesso in questa nuova forma di contestazione di un sistema che ormai puo’ essere ritenuto arcaico e senza piu’ alcuna possibilita’ di sopravvivenza in un mondo che sta cambiando sempre piu’ velocemente. Iniziamo cosi’ ad organizzarci in associazioni ed in comunita’ che come modello non hanno piu’ quello classico che gli stereotipi ci attribuiscono, ed in cui a volte puo’ essere persino assente la figura maschile ritenuta fino a ieri indiscutibile ed intoccabile. Cosi’ si creano famiglie di sole donne, perche’ anche all’interno del nostro mondo inizia a prendere corpo la coscienza di un diverso modo di concepire l’esistenza.


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