L’individuo ed il branco


Non sara’ semplice scrivere questo post. Troppe cose mi frullano nella testa e metterle tutte insieme, per quanto di natura io sia metodica ed ordinata, stavolta mi risultera’ difficile. La mia intenzione all’inizio era quella di scrivere la terza parte, la conclusiva, del racconto “Il segreto della bellezza”, ma e’ accaduto qualcosa d’imprevisto che mi ha tolto la voglia di farlo. Il racconto aveva, infatti, una precisa finalita’, ma l’atmosfera e’ rapidamente cambiata. Le cose non sono mai come sembrano, cosi’ come le persone, io per prima e credo ultimamente d’essere stata un po’ troppo disponibile e fiduciosa nell’aprirmi verso chi, forse, non era ancora in grado di meritarselo.

Per di piu’, sto guarendo da una fastidiosissima congiuntivite che, oltre a crearmi malumore e nervosismo, mi ha in pratica resa inattiva per molti giorni, fra l’altro rovinandomi gran parte del breve viaggio in Italia, e cio’ mi ha costretta per lunghe ore della giornata a starmene da sola a pensare e nei momenti in cui gli occhi mi davano meno fastidio, a guardare alcuni film che non avevo avuto ancora occasione di vedere. Film che mi hanno suscitato riflessioni di vario tipo. Ecco, si’, potrei partire proprio da quelli, dai film che ho visto, a mio parere tre capolavori.

Il primo e’ “Agora”. Non parlero’ della trama ne’ del modo in cui e’ stato realizzato; parlero’ invece di cio’ che ho avvertito sedimentarsi dentro di me mentre lo guardavo, del suo contenuto, del succo, del concentrato finale, quello che sempre cerco ma che solo raramente trovo, e che e’ cio’ che fa la differenza fra un film di qualita’ ed una schifezza. Ebbene, il tema e’ tutto incentrato sulla contrapposizione fra la liberta’ dell’individuo ed il branco che si sente investito del ruolo di riportare l’individualita’ all’interno di uno schema prestabilito la cui messa in discussione rappresenta eresia.

Per la protagonista, una donna libera che pone innanzi a tutto l’unica cosa in cui crede, la Filosofia, liberta’ significa rimettere sempre in discussione ogni cosa, le proprie convinzioni e persino se stessi, mentre quando si accettano regole stabilite ed immutabili e ci si adegua per fede o per qualsiasi altro motivo, allora ci annulliamo, non esiste piu’ liberta’ ed e’ meglio la morte. Non importa quanto le nostre idee possano essere giuste o sbagliate, se saremo coerenti e liberi di pensare, alla fine arriveremo ad una qualche verita’, ma sara’ solo dimostrando grande forza nell’opporsi alla moltitudine di chi vorrebbe piegare anche la nostra volonta’, adeguandola alla dottrina e riducendoci a piu’ miti consigli. E la fine e’ scontata: l’individuo, inevitabilmente, verra’ schiacciato dal peso dell’ignoranza e della superbia di chi crede di possedere la verita’ assoluta che, solo in virtu’ dell’appartenenza ad una setta, ad un branco, con la violenza camuffata da forza della persuasione, riuscira’ a ristabilire l’ordine nel quale chi e’ voce isolata dovra’ inevitabilmente soggiacere oppure scomparire.

Tutto cio’ in nome di una religione, in questo caso il Cristianesimo, ma potrebbe essere in nome di qualsiasi altra cosa: una squadra, un partito, un clan, un’etnia, ed e’ qui che la mia sensibilita’ resta duramente colpita, e’ qui che non riesco piu’ a giustificare chi, in nome di un’idea che puo’ anche essere giusta, arriva a mobilitare il branco al solo scopo di annichilire l’individuo, per dargli una lezione spacciandola persino per qualcosa fatta per il suo bene, giustificando la violenza che non sempre e’ fisica ed additando delle colpe che, se non esistesse ipocrisia, ciascuno potrebbe normalmente riscontrare chiaramente anche dentro di se’.

Non e’ forse proprio uno dei fondamenti del Cristianesimo quello per cui nessuno puo’ considerarsi senza peccato cosi’ da poter scagliare la prima pietra? Eppure il mondo e’ sempre stato pieno di gente pronta a scagliar pietre da ogni parte, a manifestare odio, a martirizzare chi e’ in contrasto con le regole del branco, perche’ la liberta’ e l’indipendenza di pensiero sono insopportabili, perche’ troppe persone non sono in grado, per ignoranza o per malafede, di combattere le idee ad allora si affidano alla violenza per distruggere chi quelle idee le esprime ed in tal modo, con l’azione collettiva, possono sentirsi meno responsabili dei misfatti compiuti. Ed e’ cosi’ che gli “stupidi” idealisti, quelli che non accettano d’imparare la lezione, i Don Chisciotte che si ostinano a scagliarsi contro i mulini a vento, sono destinati a perire sotto la gragnola di pietre che poi, alla fine, tutti negheranno di aver lanciato.

Ed il concetto della negazione e’ appunto quello che piu’ emerge nel secondo film, “The Reader”; la negazione dei misfatti compiuti da un popolo che ha preferito rimuovere dalla coscienza le proprie colpe imputandole solo ad alcuni individui. In questo caso l’individuo rappresenta il capro espiatorio per cio’ che accadeva in Germania durante il nazismo. Qualcosa che tutti sapevano ma che poi, alla fine della guerra, tutti hanno fatto finta di non sapere. Anche in questo film il concetto di individuo contrapposto al branco emerge con prepotenza. Un individuo che, per la vergogna del proprio analfabetismo, accetta di essere considerato unico colpevole per qualcosa di cui non e’ unico colpevole e che, stravolgendo ogni valore morale, neppure si vergogna di aver causato la morte di trecento persone.

E qui le domande possono essere diverse: puo’ l’appartenenza ad un gruppo, sia esso nazionale, lavorativo, finanche un reparto di un esercito, non far percepire l’orrore di far morire trecento persone? Ma, soprattutto, puo’ chi non ha minori colpe giudicare e condannare un individuo solo per liberare la propria coscienza? Sono domande alle quali non e’ facile rispondere perche’, come si sa, ciascuno tende sempre a minimizzare le proprie colpe e ad ingigantire quelle degli altri, ma c’e’ qualcosa di piu’ in “The Reader”: esiste una differenza fra chi agisce in buona fede e chi, invece, agisce mosso da pulsioni che niente hanno a che vedere con la giustizia, come l’odio, la vendetta, l’invidia, la superbia, la vigliaccheria… e forse anche la volonta’ maligna di soffocare personalita’ ritenute troppo ingombranti che possono mettere in ombra le mediocri esistenze di chi sceglie di adeguarsi.

E’ di questo che tratta il terzo film, “La Papessa”, in cui una donna, solo per il fatto di essere donna con capacita’ e sentimenti superiori a quelle di qualsiasi uomo, in un’epoca in cui alle donne erano riservati solo il silenzio e l’obbedienza, e’ stata cancellata dalla Storia. In questo caso il branco e’ rappresentato dell’appartenenza al genere maschile, e l’individuo e’ il genere femminile. La disparita’ di mezzi alla fine vedra’ soggiacere, com’e’ logico, quest’ultimo ed anche stavolta l’epilogo lascera’ l’amaro in bocca. Perche’ sara’ sempre cosi’: gli individui, coloro che manifestano liberta’ ed indipendenza di pensiero saranno schiacciati, ostracizzati, imprigionati, rimossi dalla memoria, lapidati, puniti con l’olio di ricino dalla moltitudine dei mediocri, in quanto in un mondo di mediocri e d’ignoranti, manifestare una forte personalita’ dotata di vivacita’ intellettuale e’ considerata una grave colpa.

Sono tre film che consiglio davvero a tutti, sia a chi ritiene che sia giusto dar lezioni a chi non si adegua, sia a chi pensa che nessuno abbia titolo per dar lezioni. In fondo tutto cio’ che questi tre film raccontano e’ solo la contrapposizione eterna fra due diversi modi di concepire l’esistenza: quella di chi, libero, rischia del proprio, combatte a viso aperto da solo contro tutti ed e’ pronto a soccombere per le sue idee, e chi si affida al branco, si ripara dietro ai suoi simboli, un’etichetta, una croce, una bandiera, il colore di una camicia, adeguandosi alle sue regole che non possono essere mai messe in discussione, ma che danno protezione e mettono a posto la coscienza, perche’ dopo aver lanciato il sasso si puo’ tranquillamente nascondere la mano.


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