Il ruggito della leonessa


Sul treno per Budapest c’era pochissima gente. Non sono in molti, infatti, quelli che per il fine settimana partono da Tokaj e si recano nella capitale. Di solito avviene il contrario ed e’ la gente di citta’ che, soprattutto approfittando delle splendide giornate primaverili, si muove verso il lago o la campagna. Avevo scelto uno scompartimento completamente vuoto. Volevo restarmene un po’ per conto mio, senza che ci fosse qualcuno che, come a volte capita, mi attaccasse un discorso per tutto il viaggio. Me ne stavo li’ dunque per i fatti miei, tranquilla ed intenta a leggere il mio solito libro, quando due uomini saliti alla stazione Miskolc sono venuti a sedersi proprio di fronte a me ed hanno iniziato a parlare fra loro in un idioma che conosco fin troppo bene.

Non e’ frequente che s’incontrino degli italiani su quel treno. In questa stagione finora non mi era mai capitato, ma forse e’ un periodo questo in cui sono particolarmente sfortunata e quella non era di certo una giornata baciata dalla sorte. Di questo me ne sarei accorta presto. Era evidente che nonostante il treno fosse semivuoto e ci fossero moltissimi posti liberi, quei due avevano scelto il mio scompartimento proprio perche’ c’ero io, e perche’ ero da sola.

Di tanto in tanto mi sbirciavano e si scambiavano fra loro dei sorrisini d’intesa che mi facevano sentire particolarmente a disagio. Non ho capito che cosa si attendessero e per chi m’avessero presa, ma il loro atteggiamento era quello tipico di chi in Ungheria ci viene per affari, ma anche per altri motivi. In ogni caso so bene come funzionano certe cose: basta dare un briciolo di confidenza e si rischia di trovarsi di fronte a situazioni che, onestamente, in quel momento non avevo proprio alcuna voglia di affrontare. Quindi, riposto il libro che stavo leggendo sperando che non avessero notato il titolo in italiano, ho cambiato lettura ed ho iniziato a recitare la parte della viaggiatrice ignorante d’italiano e disinteressata ai loro discorsi. Discorsi che chi ha un minimo di fantasia puo’ facilmente immaginare.

Quando viaggio non vado di certo in giro abbigliata in modo appariscente. Diversamente da come mi vesto quando sono a casa, dove mi piace che si noti la mia etnia e quindi indosso gonne ampie e camicette gitane, in viaggio scelgo abiti semplici, comodi, e che non diano troppo nell’occhio. Come ero appunto vestita: una t-shirt bianca, un paio di normalissimi jeans, stivaletti ed un giubbotto sempre in tessuto jeans. Assenza completa di trucco, ed anche i capelli che normalmente porto sciolti, li avevo raccolti in uno chignon. Pensavo di mostrarmi come una normalissima ragazza neppure tanto attraente, ma a quanto pare sbagliavo, e per evitare i loro sguardi insistenti mi sono riparata ulteriormente dietro a dei pesanti occhiali da sole.

Certo, lo so, avrei potuto benissimo alzarmi, prendere la mia roba e cambiare lo scompartimento, pero’ mi seccava mostrarmi intimidita dalle loro avances, e confidavo che di fronte al mio gelido disinteresse alla fine i due si sarebbero stancati e si sarebbero messi tranquilli. Ed infatti cosi’ e’ stato. Dopo qualche goffo tentativo per ottenere una mia risposta chiedendomi le cose piu’ diverse, prima in un improbabile magiaro poi in un approssimativo inglese, vedendomi distaccata con lo sguardo imperscrutabile continuamente fisso sul mio libro i due hanno presto desistito dai loro propositi iniziali ed hanno incominciato a chiacchierare delle loro cose, ignari del fatto che capivo tutto quello che dicevano. Erano entrambi del nord dell’Italia ed uno aveva una particolarissima quanto antipatica erre moscia.

Fra una telefonata e l’altra, immancabilmente ad alta voce ed incuranti dell’educazione, hanno parlato un po’ dei loro affari, dei loro amici, delle loro beghe familiari. Poi ad un certo punto il loro discorso e’ caduto su un argomento che mi ha messa alquanto di cattivo umore.

“Gli zingavi non vispettano le regole della societa’ mai, in nessun caso” ha iniziato a dire quello con l’erre moscia. “Sono dei violenti con le donne, i bambini e gli animali. Picchiano, uccidono e violentano.”
“ E’ vero! Vivono, cagano, rubano e violentano!” ha risposto l’altro facendo l’eco. “Poi hanno sempre diritto ad avere luce, gas, acqua e alloggi gratis. E noi paghiamo per tutti, ma loro girano in Mercedes e BMW. Sono un popolo di ladri. Vivono di furti, di rapine, di truffe, controllano il traffico di stupefacenti e mandano i bambini ad elemosinare.”

Posso capire che i due non sapessero di essere ascoltati da chi conosceva la loro lingua, pero’ mi chiedevo come potessero essere cosi’ stupidi da andare in giro parlando in quel modo, non rendendosi conto che in Ungheria, dove gli tzigani rappresentano quasi il sette per cento dell’intera popolazione, non e’ raro trovarsi su un treno di fronte a qualcuno che vive di furti, di rapine, di truffe, gestisce il traffico della droga e manda i bambini ad elemosinare.

In ogni modo devo ammettere che certi pregiudizi sono difficili a scomparire. Anche nel mio paese, nonostante le politiche d’integrazione attuate dal governo fin dal 1993, tuttora fra i Rom permangono dei grossi problemi che non sono facili da risolvere. Basta recarsi nell’ottavo distretto, uno dei quartieri piu’ poveri e degradati di Budapest, nei pressi di Józsefváros, per avere un’idea chiara di quanta sia la strada che ancora deve essere percorsa. Io stessa mi trovo a combattere ogni giorno contro quelle tradizioni arcaiche e talvolta disumane radicate nella mia gente, ma il percorso non e’ semplice, e troppe volte e’ costellato di incomprensione, di insuccessi, e di frustrazione. Solo chi e’ nato e vissuto in un certo contesto puo’ capirlo, e solo se ha la pazienza e la voglia di impegnarsi, puo’ scardinare quelle serrature che tengono prigioniere certe mentalita’, illuminandole.

La mia gente mal accetta quando le regole vengono imposte dai gage’, e solo chi ottiene la fiducia del clan ha la capacita’ di farsi ascoltare. E farsi concedere la fiducia non e’ semplice, e’ un lavoro lungo, faticoso, che si costruisce poco a poco. Solo chi da anni si impegna direttamente sul campo ed affronta il tutto come una missione, sa dunque come muoversi all’interno di un mondo, quello degli zingari, che non e’ esente da pecche, da comportamenti che possono rasentare l’incomprensibile, dove niente e’ perfetto e tanto lavoro deve essere fatto. Ma anche se tutti questi problemi esistono, e’ pur sempre vero che la condizione sociale e culturale dei Rom in Ungheria e’ completamente diversa da quella che e’ la realta’ del nomadismo in Italia. Sono tanti, infatti, gli zingari ungheresi che hanno avuto la fortuna di studiare ed emanciparsi. Io stessa ne sono un esempio. Per questo non accetto le generalizzazioni che minano alla base tutto il lavoro al quale mi dedico con estenuante fatica, e che inizia soprattutto dal rispetto, dalla tolleranza e dalla comprensione.

Nel sentire quei discorsi ad un certo punto sono stata tentata di togliermi la maschera e di gridare forte cio’ che pensavo del razzismo, pero’ mi sono trattenuta. Ho pensato che una reazione di quel tipo non sarebbe servita a niente se non un inutile litigio con due sconosciuti in uno scompartimento di un treno. Cosi’ ho stretto i denti tentando di continuare a leggere, ma ormai ero completamente distolta dal libro e dentro di me sentivo crescere sempre di piu’ quel vago mal di stomaco che, lo sapevo, si sarebbe presto trasformato in nausea.

“Sono spovchi, puzzano e non si lavano” ha continuato quello con l’erre moscia. “Salgono sugli autobus e non pagano il biglietto. Sono maleducati, avvoganti e a lovo tutto e’ pevmesso pevche’ c’e’ chi li tolleva in tutto e pev tutto. Altvo che aiutavli, andvebbero vinchiusi nei campi di concenvamento, Vom di mevda!”

In quell’istante ho capito che tutte le buone intenzioni alla fine finiscono nel nulla. Quando la nausea diventa insopportabile e le parole entrano dentro come lame roventi nel burro si fa presto a dire “chi se ne frega”, ma e’ l’istinto che prende il sopravvento e ci sono solo due alternative: frustrarsi o reagire. Ed e’ a quel punto che c’e’ stato un attimo, un secondo immobile, in cui li ho guardati consapevole di avere in mano un libro bello pesante e con la copertina brossurata. Ho chiuso gli occhi. In quel momento l’unica alternativa mi e’ sembrata quella di alzare quel libro e sbatterlo sulla faccia dello stronzo con l’erre moscia. Gli avrei voluto stampare un bell’occhio nero. Invece, con calma, l’ho riposto dentro la sacca da viaggio, e con voce tranquilla ho iniziato.

“Rom. Si dice Rrom… la ‘r’ va raddoppiata, resa forte, graffiante… Rrom. Significa uomini liberi e non li si puo’ rinchiudere in un campo di concentramento. Qualcuno lo ha gia’ fatto settant’anni fa…”

I due mi hanno guardata con aria stupita. Ormai concentrati sui loro discorsi, si erano quasi scordati della mia presenza ed in quell’istante hanno capito di aver parlato troppo e male.

“In magiaro e’ Romák” ho continuato mentre raccoglievo il mio bagaglio quasi mi stessi preparando a scendere dal treno. “Si deve aprire bene la ‘a’, allungarla come nella parola ‘largo’: Rromák… ricordarsi anche della ‘r’. Non e’ difficile…”

Ho abbozzato un mezzo sorriso, falsissimo ed eloquente, da cui si capiva alla perfezione cio’ che pensavo di loro. Poi mi sono alzata, ho tolto gli occhiali liberando gli occhi ed ho sciolto i capelli.

“Romní, ecco cosa sono… ma anche tzigana, gitana o zingara va bene lo stesso. I gage’ mi hanno chiamata in cento modi diversi, persino sporca, ladra, bugiarda… ma sono e restero’ sempre una donna libera. Perche’ questo significa Romní” ho concluso con gli occhi che balenavano disprezzo. “Rromní… la ‘r’ deve essere graffiante, come il ruggito di una leonessa.”

Non so cosa abbiano pensato di me. Forse che ero una matta fuggita da qualche manicomio. Non mi sono trattenuta abbastanza a lungo per ascoltare quello che avevano da dire. Sono uscita in fretta ed ho proseguito il viaggio fino a Budapest seduta in un’altra carrozza, leggendo serenamente il mio solito libro.


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