Nővérek


Ragazze! Dopodomani dovremo andar via da qui e sparpagliarci in mille direzioni! Questi tre anni della nostra vita rimarranno qui, moriranno: non li recupereremo mai piu’. Ma riuscite a pensarci, ragazze?… Qui siamo state giovani.


L’ampia camicia da notte ricamata le scivolo’ al di sopra del gomito. Riusciva a vedere soltanto il bianco perlaceo del suo braccio e il barlume di alcuni oggetti chiari sparsi nei posti ultra abituali della stanza. “Accadeva nelle notti d’inverno quando la brace della stufa a carbone illuminava i sopramobili di porcellana e le camicette gettate sopra le sedie, colorandoli di rosa, la serranda era chiusa, ciascuna delle ragazze aveva le coperte tirate fin sulle orecchie, e Klári con la sua lunga sciarpa grigia di cotone avvolta al collo ci preparava il the. Ssst! Anche in questo c’era l’eccitazione del proibito, il prendersi gioco delle regole, e cosa che ci piaceva un mondo, il tutto avveniva in modo assolutamente infantile. E Mária bisbigliava a mezza voce alcuni versi in inglese dal Ragazzo del roseto…”


“Com’era carino e simpatico tutto questo” penso’ commuovendosi fino alle lacrime e le vennero alla mente un’infinita’ di cose: “Dove sei stato per cosi’ lungo tempo, ragazzo del roseto? Stavo nella stalla, mamma, tu anima triste! M’aspetti ancora per la sera, ma io non faccio ritorno!…” oppure i discorsi sconnessi e affannati, i pianti profondi e intensi che in modo inconsapevole, involontario ed immotivato singhiozzavano li’ durante le grandiose sere di primavera, quando la luna piena brillava sopra il giardino spoglio e profumavano ancora infreddoliti i germogli sugli alberi, e sbocciavano i fiori di lilla’ e dei tigli.


– Ve lo ricordate, ragazze? Una volta ce ne stavamo proprio qui, sara’ stato aprile dell’anno scorso, e Mária venne in mezzo a noi che era pallida da morire, se ne stava immobile sotto il fascio di luce della luna, e tremava. “Ero in sala pianoforte – ci disse – seduta alla finestra e stavo pensando in modo molto intenso, ad occhi chiusi, a qualcosa. Ad un certo punto ho sentito uno sparo, era molto vicino, e giu’ nella piazzetta, proprio sotto di me, un po’ più dalla parte interna, un uomo e’ caduto riverso su una panchina.


Ho visto… il sangue che gli sgorgava dalla tempia… Aveva indosso un vestito elegante, le braccia gli penzolavano per terra. Sbucando dalla strada un poliziotto si e’ precipitato sul posto, si e’ chinato sull’uomo e l’ha osservato, e ha preso a soffiare a lungo nel fischietto per chiamare il collega…” Vi ricordate? Mária ci disse che proprio in quell’attimo stava pensando a qualcosa, era un pensiero meraviglioso, forte, stupendo, e che una cosa cosi’ non la si poteva dimenticare…


– Dio mio! Certo, ora la pensiamo cosi’. Ma quante cose ci dovranno ancora accadere!


– Non so, Klári, credo che queste cose rimangano comunque importanti: le piu’ importanti. Proprio perche’ ancora noi ne siamo fuori…


– Ehi, tutta la nostra vita qua “dentro” non era che un gioco!… come tutto il resto. Ora ve lo posso dire: in segreto tutto questo molte volte lo sentivo. Giocavamo con le cose, con le esperienze, coi sospiri, con la tristezza: minuscole storielle inventate da noi. Se qualcosa di vero c’era dietro di esse, forse era di quel tipo di cui non ne avremmo mai parlato. Io per qualche attimo, da dentro, talvolta ne ridevo. Bambinate…


– Ma dai, piantala! Non mi stare a fare la persona di buon senso, Klári! Tanto ne avremo tempo per tutta la vita! Piuttosto, magari ci riuscisse un giorno di piangere ancora cosi’ tutte insieme! Dopodomani, alla fine delle lezioni, la campanella suonera’ per noi ancora una volta, per l’ultima volta… drin!… e allora comincera’ la realta’.

(Margit Kaffka – Mária évei)

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Margit Kaffka (1880-1918), nata a Nagykároly (Carei, oggi in Romania), e’ la piu’ importante scrittrice ungherese del primo Novecento, vissuta a cavallo fra il XIX e il XX secolo. A dispetto delle sue origini sociali “tradizionaliste” (era figlia di un procuratore generale del regno d’Ungheria e di una nobildonna discendente da un’antica famiglia nobiliare magiara), Margit Kaffka fu fortemente anticonformista rispetto ai tempi e antesignana del movimento di emancipazione della donna in Ungheria, a cui prese parte attivamente, combattendo anche con la penna le battaglie femministe, come testimoniano i suoi romanzi, i suoi racconti e le sue liriche. Dopo aver lasciato la città di Miskolc, annoiata dalla vita provinciale, che le stava troppo stretta, nel 1907 si trasferì a Budapest, dove, dopo il fallimento del primo matrimonio, si risposò nel 1914 con Ervin Bauer, noto biologo e giornalista, un uomo di scienza dalle grandi capacità intellettuali (fratello del più noto, anche a livello internazionale, Béla Balázs, fondatore dell’estetica del cinema), che ne seppe apprezzare e condividere le inclinazioni letterarie e che la scrittrice amo’ intensamente fino alla propria precoce morte. Margit Kaffka frequento’ gli ambienti intellettuali più avanzati e progressisti della Budapest d’inizio Novecento, un’epoca d’oro per la cultura e, in particolare, per la letteratura ungherese e fu di casa nella cerchia degli scrittori di rilievo ruotanti intorno all’importante rivista letteraria Nyugat (Occidente), fondata nel 1908, rompighiaccio e punto di passaggio fondamentale dalla vecchia, stantia e conservatrice letteratura ungherese di fine Ottocento verso la moderna cultura occidentale europea. Il suo piu’ grande estimatore fu il notissimo poeta e pubblicista Endre Ady, al quale fu legata da un’affettuosa amicizia. Oltre all’attivita’ di scrittrice, Margit Kaffka, non smise mai di svolgere quella di insegnante, realizzando anche importanti testi scolastici e di pedagogia, rivendicando sempre il diritto delle donne a svolgere, con il lavoro, un ruolo nella societa’ civile.


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