Primo amore


Ti detestavo. Ti detestavo allo stesso modo in cui ti avevo voluto bene. Intensamente. Eri stato il mio primo ragazzo. Il mio primo amore. Mi ero illusa… mi avevi illusa, oppure mi ero lasciata illudere. Sapevo che era tutta colpa mia, maledizione, lo sapevo Si puo’ dire che fossi giovane, ingenua, e tu un bugiardo, il piu’ bugiardo di tutti, uno che riusciva ad incantare le ragazze con i discorsi, ma quella cosa non ero mai riuscita a perdonarmela. Caderci come una cretina… e soffrire.

Ricordo bene quella sera in cui ti vidi con un’altra. Tu sempre il solito, bello, strafottente, sicuro di te e dei tuoi privilegi. Tuo padre occupava una posizione di rilievo nel Partito e poteva permettersi di darti tutto il meglio che in quel momento era consentito: buoni studi, una vita agiata, un po’ di soldi ed un appartamento per portarci le ragazze…

Si’, le ragazze, e quella sera ne esibivi una nuova, come avevi esibito anche me. Era una biondina con un corpo che non passava inosservato, ma insignificante; un’oca giuliva che ti guardava con occhi estasiati. Un tipo talmente diverso da me che mi chiesi come potesse piacerti. In seguito avrei capito che per chi nasce fortunato, la varieta’ e’ qualcosa di pregiato e ricercato. La biondina, pero’, ancora non sapeva la fine che avrebbe fatto, quasi di sicuro simile alla mia, mentre io, scema, ancora m’illudevo…

– Chi e’ quella? – ti chiesi, e tu con l’aria di chi sa prendere in giro rispondesti – E’ mia cugina.

Tua cugina… ti vidi stare con lei tutta la sera e poi, quando ve ne andaste insieme, avesti anche la compiacenza di avvertirmi che quella notte ci avresti dormito con “tua cugina”. Il cinismo era il valore aggiunto alla cattiveria che dava il sapore alle tue avventure. Ti nutrivi di esso e quella sera me ne resi conto. Poi, a casa, mi ubriacai. Non lo avevo mai fatto prima. Mi scolai un’intera bottiglia di whisky fino a star male, fino a vomitare l’anima, e da quella volta di quel liquore non ne ho piu’ potuto sentire neppure l’odore. Un odore di lacrime miste di alcol e di vomito che mi rimase appiccicato addosso per giorni, per settimane, per mesi. E forse non me ne sono mai liberata del tutto. Un odore che risentii pungente nel naso dopo anni, quando ormai il mondo in cui ero cresciuta si era sgretolato insieme a quel muro a Berlino, quando ormai i privilegi si erano dissolti, sciolti nell’acido delle certezze infrante e delle utopie mai realizzate, quando ormai le uniche cose che davvero contavano erano la spregiudicatezza, i soldi e la consapevolezza di poterne guadagnare abbastanza da permettermi tutto cio’ che non avevo mai avuto. Quando ti rividi…

Non eri con tua cugina. La tipa con te era una mediocre ragazza, neanche tanto bella, vestita in modo dimesso, truccata male, con i capelli di un colore improbabile e cotonati come andava di moda per chi, ovviamente, non poteva permettersi di piu’. Stavate entrambi seduti ad un tavolo nel posto piu’ brutto di tutto il ristorante; uno di quei tavoli che di solito venivano dati ormai solo ai figli degli ex burocrati del Partito che ancora, saltuariamente, potevano permettersi di invitare qualche ragazza mediocre a cena: vicino all’entrata, appena sotto alle scale che portavano al salone superiore, quello riservato ai clienti importanti.

Anche tu mi vedesti. I tuoi occhi brillarono di una strana luce quando ti passai accanto lasciandomi dietro la brezza di un profumo da cento dollari, ed il cameriere piegato con fare ossequioso ci accompagnava, me ed il cliente con cui ero, su per le scale, al miglior tavolo. La ragazza con i capelli cotonati non si accorse di niente, anche lei intenta a guardarmi, mentre con quel corto tubino di lame’ che mi fasciava, facevo voltare gli sguardi di tutto il locale.

Il cliente lo conoscevo da tempo. Era un uomo d’affari, generoso e neppure tanto male fisicamente che quando arrivava in citta’ chiedeva che gli riservassi tutto il mio tempo. Di solito ci passavo due o tre giorni in cui mi riempiva di regali e di attenzioni. Per quell’occasione mi aveva comprato quel vestito ed aveva anche pagato per la preparazione: capelli, unghie, pulizia del viso, trucco. Avevo trascorso tutto il pomeriggio dall’estetista, cosi’ da apparire bellissima come lui desiderava. Non ero la sola quella sera insieme ad un uomo che pagava per avere compagnia, ed il mio cliente era particolarmente orgoglioso di avere sia il tavolo migliore che la ragazza piu’ ammirata.

Quando mi recai in bagno, sapevo che sarei passata di nuovo davanti a te, e lo feci con un leggero sadismo, mostrandoti il cigno in cui mi ero trasformata. Ormai ero abituata ad attirare gli sguardi degli uomini. Avevo imparato bene come muovermi, camminare, atteggiare la postura e lo sguardo in modo che fosse difficile non notarmi. Cio’ che non mi attendevo, invece, era di trovarti di fronte quando uscii dal bagno. Mi sbarrasti il passo con aria spavalda.

– Chi e’ quell’uomo? –
mi chiedesti bruscamente – Che cosa ti sei messa a fare?

Il solito atteggiamento di chi era sempre stato abituato a possedere tutto, anche cio’ che non era suo, e che non aveva ancora capito che quei tempi erano finiti. Per un attimo ebbi l’impulso di evitarti, ignorandoti, ma non seppi resistere. Ti guardai con occhi freddi e risposi con aria beffarda.

– E’ mio cugino!

Sentii l’adrenalina fluirmi dentro. Capii che era stato il destino a portarmi in quel luogo quella sera. Ero riuscita a dirti quello che per anni avevo tenuto dentro, compresso, e che avevo condensato in tre parole. Una resa dei conti come nella migliore tradizione dei romanzi, un epilogo che non mi sarei mai attesa di poter vivere. Feci per aggirarti, soddisfatta ed appagata, ma mi bloccasti afferrandomi per un braccio. Avrei voluto affondarti la faccia in tutto quel vomito di quella notte, ma non mi divincolai.

– Lasciami andare – sibilai fulminandoti con lo sguardo – lasciami se non vuoi che chiami aiuto. – Ma non mi ascoltasti, e tenendomi stretta mi strattonasti in disparte.

– Ti sei messa a fare la puttana? – parlavi sottovoce ma avresti voluto gridare – La puttana per loro? Ti fai comprare dai loro soldi? Arrivano qui e ci comprano tutto?

I tuoi occhi fiammeggiavano di rabbia. Non ti rendevi conto che il mondo non era piu’ come lo avevi conosciuto. Tutto era cambiato, e non c’era piu’ nulla da vendere perche’ ormai tutto era gia’ stato venduto. Anche se eri uno stronzo, eri rimasto un idealista dentro… o forse eri solo dilaniato dalla gelosia. Oppure eri semplicemente un idealista stronzo e geloso.

– Ho detto di lasciarmi, mi fai male!

Mi divincolai con forza costringendoti a mollare la presa, e tu rimanesti li’, ad attendere che dicessi qualcosa per rassicurarti, che inventassi anche una bugia piuttosto che confermarti quello che era palese. Invece, continuai a sfidarti; sapevo che in quel momento ero io la piu’ forte e tenevo la tua anima saldamente stretta dentro il mio pugno.

– La ragazza chi e’? E’ tua moglie? – il sorriso sulla mia faccia divenne una smorfia di scherno – Carina… insomma… certo che quei capelli potrebbe tenerli meglio…
– E’ un’amica, e lei certamente non si vende…
– E’ chiaro che non si vende. Chi la comprerebbe mai? Le hai regalato tu quel vestito? Lo hai preso dal guardaroba di tua madre?
– Sei solo una troia… quando ti ho conosciuta credevo fossi una ragazza onesta, ma i soldi hanno corrotto anche te. Mi fai pena.
– Invece a me fai pena tu… mi fate pena voi due, guardatevi… in un sottoscala. Che effetto ti fa osservare il mondo dal basso? Dimmelo! Non e’ una sensazione piacevole, vero? E dimmi… –
incalzai – sei certo di non avere niente di cui vergognarti? Sei certo di essere cosi’ onesto e puro?

La tua espressione muto’. Divenne triste, rassegnata. Non provasti neppure a farfugliare qualcosa. Semplicemente tacesti.

– Devo andare adesso – conclusi assaggiando il sapore di quella vittoria, amaro, ma sentendomi finalmente libera dal disgusto che per troppo tempo mi aveva intrappolata – se mi vengono a cercare e ci vedono cosi’, dovro’ dire che mi stavi importunando e non farai una bella figura. Tornatene da miss capelli di fata che sara’ in ansia per la tua prolungata assenza. La ragazza onesta che conoscevi, se mai lo e’ stata, e’ morta. Dimenticala.

Pero’ non mi dimenticasti. Qualche giorno dopo il telefono squillo’. Quando sentii la tua voce riattaccai. Forse avevi tenuto il mio numero, forse lo avevi rintracciato in qualche modo. Da quel momento non risposi piu’. Per giorni il telefono continuo’ a squillare, invano. Sapevo che eri tu. Poi partii, per sempre, cercando di dimenticare. Ma il primo amore e’ impossibile da dimenticare.


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