Международный Женский День


L’8 marzo e’ la Giornata internazionale della donna. Nemzetközi nőnap in lingua magiara. Ma se quasi dappertutto e’ considerata una semplice ricorrenza, in Russia ed in ogni altra Repubblica ex sovietica, esclusa la sola Georgia mi pare, oggi e’ invece festa nazionale.

Sebbene per i russi la primavera inizi ai primi di marzo, a Mosca, generalmente, in questo periodo c’e’ ancora la neve e niente fa pensare al gradevole tepore al quale sono abituati i popoli mediterranei. Eppure, nonostante il clima rigido, l’8 marzo in Russia ha un fascino tutto particolare. In nessun altro posto al mondo potete vedere cosi’ tanti uomini sbucare da ogni angolo con in mano un piccolo regalo o un mazzo di fiori per le loro donne, siano esse madri, sorelle, figlie, mogli, nonne, fidanzate, colleghe; ed i fiori e i regali vengono offerti loro come segno di sincera gratitudine per tutto cio’ che esse rappresentano.

Tutto cio’ ha origine nel secolo scorso a San Pietroburgo, quando nel 1917, l’8 marzo appunto (era il 23 febbraio secondo il calendario giuliano allora in vigore in Russia), le donne guidarono una grande manifestazione di protesta per rivendicare la fine della guerra. Una manifestazione cui ne seguirono altre che portarono poi alle rivolte ed al crollo dello Zar. E’ per questo motivo che l’8 marzo e’ rimasto nella Storia: perche’ indica l’inizio della Rivoluzione di febbraio. Nel 1921 tale data fu fissata dal Partito come Giornata internazionale dell’operaia, ed in seguito fu citata da Lenin in un suo articolo come Giornata internazionale della donna, in quanto parte attiva importante nelle lotte sociali e nel rovesciamento dello zarismo. E’ dunque cosi’ che e nato l’8 marzo e non, come afferma la versione occidentale frutto degli anni della guerra fredda, a causa della morte di centinaia di operaie in un rogo di una fabbrica a New York. Episodio che avvenne, certo, ma non l’8 marzo, bensi’ il 25 marzo del 1911.

Anche se oggi appartiene a tutti, l’8 marzo e’ principalmente una festa della Russia sovietica dedicata all’emancipazione della donna ed al riconoscimento di una sua pari dignita’ rispetto a quella dell’uomo. Ed e’ Anna Louise Strong, scrittrice e giornalista americana animata dagli stessi principi dei suoi connazionali John Reed e Edgar Snow che con bellissime parole, nel suo libro “L’era di Stalin”, ci offre uno spaccato di una realta’ che oggi, a molti potrebbe apparire persino utopistica, ma che rende chiara l’idea del perche’ sono da sempre convinta che una societa’ collettivista in cui non esistono differenze fra uomo e donna, tanto piu’ si addice alla condizione femminile, tanto piu’ sara’ osteggiata da chi, chiuso nel suo gretto egoismo e nell’ignoranza, ritiene che le donne debbano essere solo merce di scambio, uteri per procreare, oppure oggetti dedicati alla sola soddisfazione sessuale dell’uomo.

In tutte le parti dell’Unione Sovietica il mutamento della condizione della donna fu uno dei cambiamenti piu’ importanti della vita sociale. La rivoluzione diede alla donna l’eguaglianza legale e politica: a questa l’industrializzazione forni’ la base economica nell’eguaglianza del salario. Ma in ogni villaggio erano ancora vive le abitudini durate per secoli, e le donne dovettero lottare contro il loro potere. Di un villaggio siberiano, ad esempio, si seppe che, dopo che le fattorie collettive ebbero dato alle donne un salario indipendente, le spose “scioperarono” contro il venerando costume patriarcale di picchiare le mogli e lo spezzarono in una settimana.

“La prima donna eletta dal Soviet del nostro villaggio si prese gli scherni di tutti gli uomini – mi raccontava una presidente contadina. – Ma all’elezione successiva eleggemmo sei donne e adesso tocca a noi ridere”. In Siberia, nel 1928, incontrai venti di queste donne presidenti di Soviet sul treno per Mosca, dove andavano a partecipare a un congresso femminile: la maggior parte di esse viaggiava in treno per la prima volta, e una sola era gia’ stata fuori dalla Siberia nella vita. Erano state invitate a Mosca a “consigliare il Governo” sulle esigenze delle donne: i loro direttivi le avevano elette, e adesso andavano.

La lotta piu’ dura per la liberta’ della donna fu quella che si svolse nell’Asia centrale. Qui, le donne erano semplici oggetti di proprieta’: vendute giovanissime per il matrimonio, non apparivano piu’ in pubblico, da quel momento, senza l’orribile paranja, un lungo velo nero tessuto di crine di cavallo, che copriva tutto il volto ostacolando la vista e la respirazione. Per tradizione i mariti avevano il diritto di uccidere la moglie che si fosse tolta il velo e i mullah – i preti musulmani – sostenevano questa tradizione con l’aiuto della religione. Donne russe portarono un primo messaggio di liberta’ in queste tenebre: nei nidi d’infanzia le donne indigene impararono a togliersi il velo in presenza l’una dell’altra e a discutere i diritti delle donne e i mali del velo. Il partito comunista fece pressione sui suoi membri perche’ permettessero alle loro mogli di togliere il velo.

Quando visitai Tashkent per la prima volta, nel 1928, una Conferenza di donne comuniste annuncio’: “Nei villaggi arretrati delle campagne la nostre compagne vengono violentate, torturate e uccise. Ma questo sara’ un anno storico per i nostri paesi: l’anno in cui la faranno finita con l’orribile velo”. Questa risoluzione veniva lanciata proprio mentre alcuni eventi tragici ne sottolineavano la portata. Il corpo di una ragazza, studentessa a Tashkent, che aveva voluto dedicare le sue vacanze al lavoro di agitazione per i diritti delle donne nel suo villaggio natio, fu rimandato a pezzi alla scuola, su un vecchio carro recante la scritta: “Questo e’ per la vostra liberta’ delle donne”. Un’altra donna, che aveva rifiutato le attenzioni di un proprietario terriero e sposato un contadino comunista, fu assalita da una banda di diciotto uomini sobillati dal signorotto: la violentarono, mentre era all’ottavo mese di gravidanza, e gettarono il suo corpo nel fiume.

Vi furono poesie, scritte dalle donne, che esprimevano la loro battaglia. Per Zulfia Kahan, una combattente per la liberta’ delle donne che fu arsa viva da un mullah, le donne del suo villaggio composero un canto di dolore:

O donna, la tua lotta per la liberta’ non sara’
dimenticata in questo mondo.
Il tuo fuoco: non pensino che ti abbia consumata!
La fiamma in cui ti hanno arsa
e’ una fiaccola nelle nostre mani.

Buchara, la “città santa”, era la citta’ di questa ortodossia d’oppressione. Qui, nella “città santa” fu organizzata una drammatica azione collettiva di getto del velo. Verso l’8 marzo, giornata internazionale della donna, corse voce che “qualcosa di spettacolare sarebbe accaduto”: in quel giorno, comizi di massa di donne furono tenuti in diversi luoghi della citta’ e le oratrici chiesero all’uditorio che “si levassero il velo tutte insieme”. Allora le donne passarono davanti al palco: giunte davanti al podio, gettarono il velo e poi, tutte insieme, andarono a sfilare per le strade. Erano state erette delle tribune per i dirigenti e i membri del Governo, che salutavano la sfilata. Alcune donne uscirono dalle loro case, si unirono alla sfilata e gettarono il velo davanti alle tribune. Cosi’ fu rotta la tradizione del velo nella citta’ santa di Buchara.


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