Primavera


Nelle sere infinite della mia giovinezza perduta ho cucito a piccoli punti il mio corredo, l’ho ricamato e l’ho riposto con cura in una scatola ben sapendo che non l’avrei mai usato. Ho aspettato l’amore per tutta la vita ed anche se il mio corpo l’hanno avuto in molti, a tutti ho sempre nascosto la mia anima, i miei segreti ed i miei veri sogni. Oggi raccolgo i capelli, li lego in una lunga treccia ed aiuto le mie sorelle giocando con i loro bimbi, rubandone il calore ed i sorrisi, aspettando un uomo che sappia un giorno donarmi un fiore…

E’ aprile e giungi nella mia vita all’improvviso, come un temporale inatteso. Osservi il mio piccolo seno che tengo ormai nascosto, mi fissi negli occhi color del fiordaliso, poi annusi il mio profumo che sa di ciclamino e vedi il bisogno che ho di amare, prima ancora delle mie labbra morse dall’imbarazzo. Mi chiedi: “E’ per di qua che si arriva in paese?” Ed io annuisco. Guardo il tuo zaino consunto, le scarpe impolverate che hanno percorso le strade del mondo ed i tuoi occhi stranieri ridenti e spensierati. “E’ proprio oltre la collina…” Rispondo. Poi le parole mi escono di bocca senza che abbiano il mio permesso: “Vuole entrare a bere qualcosa?”.
E’ appena sbocciata la primavera ed il sole entra di sbieco dalla grande finestra della cucina, illuminando la mia treccia e la polvere che ricopre i tuoi vestiti. La mia mano trema mentre ti verso da bere.

Il giorno dopo ritorni con un piccolo mazzo di fiori in mano. “C’e’ un posto sul bordo del fiume dove crescono le viole selvatiche…” Mi dici con un sorriso. “Delle viole selvatiche” penso “e sono per me…” Mi sfiori il viso con i loro petali, cosi’ lentamente che il tempo si ferma ed profumo di quei fiori mi inebria. “Sei la piu’ bella che abbia mai incontrato”. E sei sincero. Il cuore mi scoppia dentro. Mi prendi il volto fra le mani e mi asciughi una lacrima. Non ho difese contro il tuo tocco gentile. Ho aspettato tanto…

Lascio che mi sbottoni la camicetta, che mi sfiori i seni. Getto la testa indietro, ed e’ cosi’ che ti accorgi della mia grossa treccia… la faccio ogni mattina e la sciolgo ogni sera. A nessuno in paese mi sono mai mostrata senza. Mi fai girare, ti porgo le spalle. Me la sciogli con dita gentili, in un silenzio irreale, e insieme ad essa sciogli anche la mia ultima resistenza. Fai scorrere i miei capelli fra le dita, lunghi, attraversati da morbide onde. “Un torrente in piena in una notte senza luna” mi dici, e li accarezzi per interminabili minuti. Li prendi tutti in una mano, soppesandoli, li dividi in piccole ciocche, poi li spargi sulle mie spalle. Sei stupito. Arrivano alla vita. Sono la mia piu’ grande bellezza, il mio dono piu’ prezioso.
La testa mi si riempie di brividi, e l’aria si satura dei miei sospiri. Ti avvicini ancor di piu’. Mi baci sul collo con labbra umide e tenere, premendomi il pube gonfio sulla schiena per farmi sentire la tua eccitazione. Mi fai restare girata. Temi le mie labbra rosse come le rose, lo so, ma godi del mio corpo e dei miei capelli. Mi sfili la camicetta. Posi le mani sul mio sedere. Una goccia d’acqua solitaria scende giu’ dal rubinetto, un asse del pavimento scricchiola; i miei sensi sono cosi’ acuti che mi pare persino di sentire il rumore della polvere che cade…

In piedi, vicino al mio letto, ho le ginocchia premute contro l’asse di legno mentre mi sollevi piano le gonne pesanti. Sto per dirti qualcosa, ma mi baci di nuovo sul collo e taccio. Stringi le mie natiche fra le mani mentre il respiro ti diventa affannoso. “Sei vellutata come una viola selvatica” mi dici. Ed io fingo di non capire. Mi abbassi piano le mutandine e le lasci li’, a sfiorarmi le cosce. Mi vergogno perche’ vorrei essere piu’ bella. Ma lo sono gia’ troppo per te… sono una viola selvatica, e tu stai facendo cadere i miei petali.
Ti allontani di qualche passo, tenendomi le gonne alzate con una mano. Resti per lunghi secondi a scrutarmi il sedere, immaginandolo pieno del tuo sesso. Ti ecciti. Tremo ormai, immobile in attesa dei tuoi movimenti: un fascio di nervi fra le tue mani. Con un piede spingi il mio, facendomi aprire le gambe. Ho il sesso esposto al tuo sguardo e all’aria fresca di un pomeriggio d’aprile. Me lo accarezzi. Le gambe mi tremano. Non ho difese contro il tuo desiderio incontenibile. Sto donandoti il mio corpo in cambio di un mazzo di viole selvatiche. Mi spingi sul letto. Affondo il viso nelle lenzuola che profumano di pulito. Le ho lasciate ad asciugare al sole e sanno di erba e di vento…

Giaccio riversa sul letto, gli occhi chiusi, la bocca semiaperta. Le gonne alzate a scoprire le gambe e le natiche. Immobile nell’attesa. Ti sdrai sopra di me. Il tuo sesso trova la strada fra le mie cosce. Lo sento caldo e morbido. Non ho paura. Ti bagni le dita di saliva e mi accarezzi dove so che vuoi entrare. “Ti voglio…” Mi sussurri facendomi capire che non ti attendi una risposta da me. Poi premi il sesso su quell’apertura troppo piccola. Con un grido mi ritraggo e stringo forte i muscoli. Tu mi schiaffeggi violentemente la natica ed una scheggia di piacere mi pervade, rapida e prepotente. Mai nulla prima di adesso ha infranto la mia mente con tale violenza. La mia pelle arrossata ancora brucia, ma non riesco a desiderare altro che la tua mano. Ho voglia che si abbatta su di me, e che mi scuota la carne, piu’ di prima, con forza, con piu’ forza di prima e che spazzi via infine questa mia aria da finta ingenua. La voce mi esce roca: “Fallo ancora…” Supplico. Mi dai uno schiaffo di nuovo. “Ancora…” Lo fai. “Ancora…” Non riesco a dire altro.
Il suono degli schiaffi riempie la stanza, secco e regolare. Il dolore si fonde con il piacere. Le lacrime mi scendono sul viso, lente, ma continuo a chiederne ancora: la pelle si segna di rosso, brucia, ma non mi sono mai sentita cosi’ eccitata e viva. Inarco la schiena. Il mio sedere svetta sul letto come una piccola collina. Il mio sesso e’ aperto di fronte a te. La mia mente impazzita. Mi schiaffeggi le labbra morbide e umide. Lo fai tante volte che perdo il conto. Sempre piu’ forte. Vuoi farmi male, vuoi sentirmi dire “basta”, ma il mio piacere e’ sempre di poco superiore al dolore e continuo a dire: “Ancora…”
Mi picchi fino a che ne sei stufo, fino a quando non riesci piu’ a trattenerti ed anche io, con il mio orgoglio e la mia dignita’ che vanno in frantumi, ti imploro di prendermi. Ti appoggi alle mie carni rosee ed entri. Non hai difficolta’. Inarco la schiena per venirti incontro. Scivoli in me con un’unica spinta, ed un gemito di piacere mi rotola fuori dalle labbra.

Il sole sta tramontando, e dipinge ombre sui miei vestiti tzigani e sul mio corpo seminudo. Il letto su cui ho tanto sognato mi accoglie adesso mentre mi tendo dal piacere; la camera in cui ho giocato da bambina mi vede oggi fremere ed ondeggiare sotto i tuoi colpi. Non parli, continui a muoverti in me. Allungo una mano fra me ed il letto per arrivare a toccarmi il sesso grondante. Lo accarezzo dolcemente, piu’ del solito perche’ gli schiaffi lo hanno reso sensibile anche al soffio del vento d’aprile. Pazzo di piacere, sentendomi ormai prossima all’orgasmo, spingi ancora piu’ forte, piu’ veloce… ed insieme a me vieni… riempiendomi di te. Poi, lentamente esci. Ne sento la mancanza e l’inevitabile senso di vuoto.
Mentre mi rivesto silenziosa, concentrata su quei momenti di dolore e di piacere, ti siedi accanto a me. Mi accarezzi i capelli con dolcezza ed io sento di amarti piu’ di ogni altra cosa al mondo. Sono felice. Felice. E’ primavera, la stagione in cui sboccia la nuova vita, e come ogni volta mi assale una malinconica speranza…

Dove il fiume fa una piccola ansa c’e’ un prato ricoperto di viole… selvatiche e indomabili come me. Mi sdraio, proprio sulla riva, gli occhi socchiusi ed il corpo abbandonato. I miei capelli, sciolti, si muovono sinuosi percorsi dal vento, simili ad un torrente in piena in un notte senza luna. Piccoli fiori e fili d’erba vi si impigliano come stelle, ma io non me ne curo.
Il sole filtra a sprazzi fra le foglie degli alberi sopra di me, ed i suoi bagliori giocano con i riflessi dell’acqua. Il fiume e’ lo scrigno dei miei segreti. E’ lui che raccoglie pietoso le mie lacrime, che nutre i suoi pesci con la mia solitudine, che rinsalda i suoi argini con il mio disperato bisogno d’amore. Non lo guardo. Odoro i suoi profumi, ascolto i suoi rumori, e con la mano accarezzo le sue pietre sommerse aspettando un uomo che sappia un giorno donarmi un fiore.


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