Borostyán gyöngy


“Perla d’ambra” mi ha chiamata, e mi ha incantata con i dolci versi di Kosztolányi Dezsõ. Poi mi ha attribuito gli aggettivi piu’ preziosi e mi ha detto che sono rara, unica, inestimabile come una stella cadente in una notte d’inverno, piu’ luminosa di Venere. Non osavo credere alle mie orecchie quando ascoltavo quelle parole. Dette da un uomo, poi!

Non puo’ vedermi, ne’ potra’ mai, ma in fondo gli occhi sono solo spettatori passivi, abbandonati nel turbine delle impressioni che trascinano nella volutta’, rapiti dalla bellezza e stupiti dalla sensualita’, oppure che indugiano volontariamente su quelli che sembrano i punti fondamentali di una situazione intrigante, distogliendo pero’ la mente da cio’ che invece e’ davvero importante.

Non sapra’ mai dunque che aspetto abbia, come sia il mio volto, ed il colore dei miei capelli e dei miei occhi gli saranno per sempre negati, ma e’ cosi’ che e’ riuscito a scivolarmi dentro, soltanto cosi’, navigando sulle morbide onde della poesia ha potuto incontrarmi, inseguendo il suono della mia voce e le sillabe che ho lasciato cadere lungo la rotta che giunge al mio cuore affinche’ solo chi guardasse senza vedere le raccogliesse.

E’ qualcosa d’incredibile che pensavo esistesse solo nelle mie fantasie, nei miei sogni. Un uomo che mi valuta sulla base dell’intelletto e sorvola su quello che solitamente prevale: il criterio dei sensi. Se oggi ho bisogno di credere che i miracoli possono ancora avvenire, che anche uomini cosi’ esistono, o che ne esiste almeno uno, allora dopo tanti anni so di averlo incontrato io questo insolito esemplare, e non e’ una fantasia della mia mente.

Non e’ un caso, infatti, che nei giorni scorsi avessi trovato in condizioni misteriose delle minuscole perle d’ambra. Ne ho inspiegabilmente trovate qua e la’ oltre cento. Erano sparse dappertutto. Nel fondo delle mie borsette, nel mio zainetto, nelle tasche, dentro ai cassetti. Un vero mistero. Non so da dove provenissero, ma il loro ritrovamento si e’ interrotto dal momento in cui l’ho incontrato…

Tutta questa storia e’ un vero miracolo, o forse e’ una fiaba. Mi sento come fossi Tünde, la regina delle fate che vive nel romantico favoloso paese creato dalla fantasia di Vörösmarty Mihály, e sapete qual e’ la cosa strana? E’ che fin da piccola mi hanno sempre chiamata Tündér, ma ancor piu’ incredibile e’ che il suo nome sia Csongor.

Imperscrutabili sono gli astri e gli dei, forze ignote e misteriose che ci guidano nel viaggio. Come quelle perline d’ambra. Adesso sono piu’ che mai convinta della loro capacita’ di portare fortuna e so che, d’ora in poi, le custodiro’ come un tesoro in uno scrigno chiuso da sette lucchetti.

A játszótársam, mondd, akarsz-e lenni,
akarsz-e mindíg, mindíg játszani,
akarsz-e együtt a sötétbe menni,
gyerekszívvel fontosnak látszani,
nagykomolyan az asztalfõre ülni,
borból-vízbõl mértékkel tölteni,
gyöngyöt dobálni, semminek örülni,
sóhajtva rossz ruhákat ölteni?
Akarsz-e játszani, mindent, mi élet,
havas telet és hosszú-hosszú õszt,
lehet-e némán teát inni véled,
rubinteát és sárga páragõzt?
Akarsz-e teljes, tiszta szívvel élni,
hallgatni hosszan, néha-néha félni,
hogy a körúton járkál a november,
ez az utcaseprõ, szegény, beteg ember,
ki fütyörész az ablakunk alatt?
Akarsz-e játszani kígyót, madarat,
hosszú utazást, vonatot, hajót,
karácsonyt, álmot, mindenféle jót?
Akarsz-e játszani boldog szeretõt,
színlelni sírást, cifra temetõt?
Akarsz-e élni, élni mindörökkön,
játékban élni, mely valóra vált?
Virágok közt feküdni lenn a földön,
s akarsz, akarsz-e játszani halált?

Kosztolányi Dezsõ


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