La confraternita dell’odio ed il fascismo che non c’e’


Gaetano Quagliarello ha scritto: Questo e’ lo sbocco di una campagna d’odio che si e’ protratta per mesi e mesi. Se ci sono giornali-partito che mandano in stampa numeri monografici infarciti di menzogne; se ci sono trasmissioni televisive che mettono in scena processi mediatici in prima serata; se c’e’ addirittura chi come Di Pietro in un momento del genere giunge ad additare Berlusconi come l’istigatore, c’e’ poco da stupirsi e anzi c’e’ da ringraziare che non sia accaduto di peggio. Per mesi abbiamo segnalato inascoltati a quale deriva si stesse andando incontro: nessuno ha voluto prendere le distanze da tutto questo, e addirittura si sono immaginate ‘union sacrée’ in nome dell’antiberlusconismo. Le responsabilita’ sono chiare, e non basteranno ipocrite parole di solidarieta’ a posteriori a farle venire meno. Il corpo elettorale, al momento opportuno, sapra’ giudicare.

Fabrizio Cicchitto ha detto: A condurre questa campagna e’ un network composto dal gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso, dal quel mattinale delle Procure che e’ il Fatto, da una trasmissione di Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio, oltre che da alcuni pubblici ministeri, che hanno nelle mani alcuni processi, tra i piu’ delicati sul terreno del rapporto mafia politica e che vanno in tv a demonizzare Berlusconi.

Luciano Canfora ha detto: Ricordo che nei primi anni ‘90 Berlusconi e Fini tracciarono un bilancio positivo del fascismo fino alle leggi razziali del ‘38. E’ una frase buffa, perche’ il fascismo sin dal ‘19 proclamo’ di essere razzista. Un dato che non puo’ essere camuffato.

Silvio Berlusconi ha detto: Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino.

Marcello Veneziani ha scritto: D’ora in poi chiunque definisce regime fascista il governo Berlusconi si assume la responsabilita’ politica e civile di mandante morale delle aggressioni subite da Berlusconi e di ogni altro eventuale attentato.

Furio Colombo ha scritto: La descrizione di Veneziani e’ piuttosto sorprendente. Destra o non destra, il vanto dell’autore e’ di essere persona libera da precetti e regole di partito. In generale credo che sia vero. Ma qui siamo di fronte a una brusca sterzata logica. Basta applicare la regola Veneziani a qualunque altro argomento politico o extra politico e chiunque diventa responsabile di cio’ che critica, respinge e condanna. E’ vero, circolano idee logicamente improbabili, anche di fonti autorevoli, tipo “un legame d’amore fra due persone dello stesso sesso e’ una minaccia per la famiglia tradizionale”. Ma non e’ una ragione per estendere argomentazioni ovviamente prive di fondamento logico ma anche estranee al percorso della democrazia. Ma se Veneziani avesse ragione, gia’ adesso si potrebbero incriminare come mandanti del gesto di Milano innumerevoli uomini e donne di cultura, almeno un premio Nobel, alcuni scrittori tra i piu’ tradotti nel mondo, quasi tutti i comici italiani, l’intero staff del settimanale finanziario inglese The Economist. Ma il vero problema che Veneziani ci propone e’: non possiamo dare del fascista a Berlusconi per rispetto del fascismo o per rispetto di Berlusconi? La domanda e’ importante in un saggio o in una tavola rotonda. Nella vera vita fascisti con tutti gli ornamenti del caso sono gia’ attivi nella parte del mondo che ha scelto Berlusconi come leader. E Berlusconi ha gia’ detto che il fascismo trattava bene i suoi avversari e invece di farli licenziare (come fa Berlusconi) li mandava in villeggiatura (i falsari della Storia dicono “confino politico”). Viviamo in un tetro momento della storia italiana gremita di fascismo di ritorno. Non risulta che Berlusconi abbia mai fatto un minimo gesto di repulsa specialmente sotto elezioni. Allora? Allora se proprio Veneziani ci tiene a non parlare di fascismo potrebbe usare, con buone risorse di cronaca e di storia, il riferimento ai nomi di Francisco Franco, di Salazar, di Fulgencio Batista, di Papa Doc, di Baby Doc, di Peron (nel nostro caso senza Evita). Il gioco potrebbe continuare, ma e’ importante restare al punto. Qualunque paese in cui dare la tua opinione su un governo vuol dire essere mandante di un azione contro quel governo, non e’ un paese libero.

George Orwell ha scritto: Il programma dei Due Minuti d’Odio cambiava ogni giorno, ma Goldstein ne era sempre l’interprete principale. Era il traditore per antonomasia, il primo ad aver contaminato la purezza del Partito. Tutti i crimini commessi successivamente contro il Partito, tutti i tradimenti, gli atti di sabotaggio, le eresie, le deviazioni, erano un’emanazione diretta del suo credo. Egli era tuttora vivo in qualche parte del mondo, a tramare le sue cospirazioni. Forse si trovava in qualche Paese al di la’ del mare, al soldo e sotto la protezione dei suoi padroni stranieri. Forse, cosi’ correva talvolta voce, se ne stava nascosto nella stessa Oceania.
Winston avverti’ una stretta al diaframma. Non riusciva a guardare la faccia di Goldstein senza provare un miscuglio di emozioni che gli dava sofferenza. Goldstein aveva uno scarno volto da ebreo, incorniciato da un’ampia e crespa aureola di capelli bianchi e da una barbetta caprina: un volto intelligente e pero’ in qualche modo spregevole, al quale il naso lungo e sottile, su cui poggiava un paio di occhiali, conferiva una certa aria di demenza senile. Sembrava la faccia di una pecora, e anche la voce somigliava a un belato. Ora Goldstein stava rivolgendo il solito attacco velenoso alle dottrine del Partito, un attacco cosi’ eccessivo e iniquo che non avrebbe tratto in inganno neanche un bambino e pur tuttavia plausibile quanto bastava a trasmettere l’allarmante sensazione che potesse far presa su persone sufficientemente credule e ingenue. Insultava il Grande Fratello, denunciava la dittatura del Partito, esigeva la rottura immediata della pace con l’Eurasia, chiedeva a gran voce liberta’ di espressione, liberta’ di stampa, liberta’ di associazione, liberta’ di pensiero, con toni isterici urlava che la Rivoluzione era stata tradita, parlando concitatamente ed esprimendosi in uno stile polisillabico che suonava come una parodia del modo di parlare tipico dei membri del Partito e nel quale non mancava, addirittura, qualche parola in neolingua. A dire il vero, ne conteneva piu’ di quante un membro del Partito ne avrebbe usate normalmente. Nel frattempo sul teleschermo alle sue spalle, per sciogliere ogni dubbio sui fini reconditi del suo capzioso sproloquio, marciavano le sterminate colonne dell’esercito eurasiatico: una fila dopo l’altra di uomini massicci, con inespressive facce asiatiche, che passavano a ondate sulla superficie dello schermo e poi sparivano, solo per essere subito sostituiti da altri uomini perfettamente uguali a loro. Il passo battuto dagli stivali dei soldati, monotono e ritmato, faceva da sfondo sonoro alla voce belante di Goldstein. […]
E pero’ era strano che, sebbene Goldstein fosse il bersaglio dell’odio e del disprezzo collettivo, sebbene ogni giorno e per migliaia di volte, dall’alto di un podio o da un teleschermo, in libri o giornali, le sue teorie venissero confutate, fatte a pezzi, ridicolizzate ed esposte al pubblico ludibrio per quella spazzatura che erano, malgrado tutto cio’, la sua influenza non sembrava subire colpi. Vi erano sempre dei gonzi nuovi in attesa di essere sedotti da lui, ne’ passava giorno senza che la Psicopolizia smascherasse spie e sabotatori che agivano sotto le sue direttive. Era il comandante in capo di un enorme esercito ombra, di una rete sotterranea di cospiratori votati al sovvertimento dello Stato. Pare che si chiamasse la Confraternita.


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