Il seminatore


In questo periodo in cui si discute tanto di “seme dell’odio” e di chi lo genera, facendo una ricerca nel web ho scovato questo libro che parla di ingiustizia, di odio, di vendetta e di zingari. Vi pare dunque possibile che una come me potesse mai farselo sfuggire? Ho deciso quindi di regalarmelo; mi e’ arrivato in tre giorni ed in due l’ho divorato. Adesso avrei desiderio che anche le mie sorelle lo leggessero, ma a parte Karolin ed altre due ragazze che lo parlano un po’, qui l’italiano non e’ che sia molto conosciuto. Pertanto, secondo l’abitudine che abbiamo, nelle serate in cui ci riuniremo davanti ad una buona torta e ad un bicchiere di aszu’, tocchera’ a me raccontare la drammatica storia di Lubo.

“Gli zingari sono sempre stati un problema. Ma siccome Lubo Reinhardt era uno zingaro, a lui interessavano poco i problemi degli altri. Aveva i suoi, di problemi. E gli davano fastidio. A Lubo piaceva suonare la chitarra, stare con gli amici e i parenti, spostarsi spesso col suo carro. Gli piacevano la moglie e i figli. Gli dava gusto anche lavorare, perche’ no, battere il rame col suo martello: vedere le bacinelle o le casseruole prendere piano piano la forma giusta tra le sue mani era un piacere come suonare. Tutti calderai e musicisti, nella sua famiglia, da secoli. Imparavano fin da piccoli, senza sforzo, con divertimento. Solo i maschi pero’. Le femmine no, le femmine dovevano servire gli uomini, allevare i bambini, andare a vendere il rame, procurare e cucinare il cibo, parlare e trattare con i gage’. Gli uomini se potevano evitavano di parlare con i gage’. Non era una razza simpatica. Era dai gage’ che arrivavano i problemi di Lubo e della sua gente. S’impicciavano dei fatti loro, volevano insegnare a vivere”.

E’ in questo modo che inizia “Il seminatore”, il romanzo di Mario Cavatore che narra la storia di un uomo vittima e artefice al tempo stesso del proprio destino. Lubo Reinhardt e’ uno zingaro naturalizzato svizzero. Non ha mai capito bene perche’ suo nonno abbia preso la cittadinanza. Certo ha il vantaggio di non essere espulso, e tutto sommato ha anche imparato a leggere e scrivere, ma deve fare anche il servizio militare obbligatorio, ed e’ proprio mentre porta la divisa che accade il fatto che gli sconvolge la vita: i suoi bambini vengono presi dalla polizia e sua moglie, che tenta invano ad opporsi, viene uccisa. Nel 1939, anno in cui inizia la storia, tutto cio’ in Svizzera avviene nel segno della piu’ completa legalita’. Kinder der Landstrasse, Bambini della Strada, e’ un’organizzazione che si definisce umanitaria, ma usa mezzi tutt’altro che umanitari per debellare il nomadismo, portando via i bambini zingari ai loro genitori con l’intento di salvarli da un’educazione antisociale e antigienica.

Lubo e’ straziato dalla brutale prevaricazione ammantata di legalita’. Freddamente pianifica la sua terribile vendetta, istintiva, viscerale ma a suo modo coerente, rigorosa, epica e che racchiude un involontario significato politico. Molto bello, con un aspetto che puo’ farlo sembrare indiano, Lubo finge di essere quello che non e’: si impadronisce di una nuova identita’ e diventa un Don Giovanni. Il suo piano e’ quello di sedurre ed ingravidare il maggior numero possibile di donne svizzere, mescolando beffardamente il suo sangue zingaro con quello che pretenderebbe la purezza, rispondendo cosi’ alla violenza subita con un gesto uguale e contrario d’immensa portata simbolica: vogliono eliminare gli zingari? La Svizzera gli ha tolto due figli? Ne avra’ in cambio duecento con sangue misto. Ma dal seme di quel sopruso germina altra violenza: una violenza che dura nel tempo, tenace ed oscura, che arriva a sconvolgere il futuro anche di una famiglia di immigrati italiani a Lugano.

E’ un libro che fa riflettere sul male che puo’ nascere dall’ingiustizia, e dalla vendetta generata dal risentimento prodotto da quell’ingiustizia che, a sua volta, ha un’unica origine: la paura. La paura che i gage’ hanno degli zingari, forse perche’ li vedono diversi, con quell’aspetto un po’ selvaggio, forse perche’ credono che vivano al di fuori di ogni comunita’ sociale, senza una dimora fissa… e con tutti quei bambini, poi, che potrebbero anche essere rubati. Ma se fosse tutto il contrario? Se fossero invece i gage’, i non zingari, che avanzando pretesti di legalita’, cercano da sempre di sottrarre i bambini zingari per cancellare la loro identita’, per integrarli in un sistema in cui possano essere controllabili cosi’ che poi, da grandi, non facciano piu’ paura?

Adesso, come al mio solito, esprimero’ una banalita’, lo so, ma la societa’ nella quale viviamo e’ cosi’ piena di contraddizioni che inevitabilmente si creano contrasti insanabili: da una parte c’e’ la volonta’ di uniformare tutti ad un unico modello, quello di chi comanda, di chi stabilisce le leggi, i costumi, lo stile di vita, i valori, mentre dall’altra le persone vengono separate in caste, in chi occupa una posizione di privilegio al di sopra di tutti e di tutto, addirittura al di sopra delle leggi che egli stesso ha stabilito e chi, invece, deve ringraziare persino di essere tollerato. Ma e’ una societa’ giusta quella in cui un essere umano deve dire “grazie” ad un altro?


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