Sárgabarack lekvár


L’odore delle albicocche mi arrivava forte insieme a quello della legna che bruciava. Lei sedeva nella penombra, lo sguardo rivolto verso mille pensieri mai confessati, lo strofinaccio appoggiato sulle ginocchia, e snocciolava con lentezza i frutti, scegliendo con cura i piu’ maturi, mettendo da parte gli altri. Lo faceva stropicciandosi di tanto in tanto gli occhi con la nocca delle dita. Erano quelli gli ultimi giorni dei miei primi sedici anni.

Il fuoco scoppiettava come a voler polemizzare con i ceppi appena aggiunti nella stufa ed io, padrona di un coraggio effimero come la fiamma che mi si rifletteva sul viso, glielo dissi.

– Nagyanya, credo che me ne andro’…

Lei continuava il suo lavoro come se neanche avessi aperto bocca, ma una impercettibile esitazione nei suoi gesti mi diceva che aveva capito. Quei suoi silenzi li conoscevo bene, come conoscevo i suoi sospiri e la sua voce, bassa, che dopo qualche minuto inizio’ ad accarezzarmi.

– Lo hai detto a tua madre?
– No… non mi crederebbe…
– Tu le vuoi bene, vero?
– Si’, nagyanya – fu la mia risposta condita dalle lacrime – ma non posso piu’ restare… oggi, lui, ha cercato di nuovo di…

Le ultime parole mi uscirono soffocate dalla rabbia. Lei, con calma, appoggio’ il coltello, raduno’ le albicocche in una pentola e, con le mani a cucchiaio, raccolse i noccioli da buttar via.

– Hai ragione, devi andartene, ma ricorda che io saro’ sempre qui ad attendere il tuo ritorno.

Me lo disse nella sua lingua, antica, per dare un peso maggiore alle parole, e questo mi fece capire la fatica che le costarono. Poi, si alzo’ leggera, mise la pentola sul fuoco, aggiunse lo zucchero preparato gia’ da prima e rimesto’ il tutto.

– Adesso vieni accanto a me. Prima la marmellata, poi t’insegno come fare una buona Máglyarakás.

E quel che venuto dopo e’ stata solo la mia vita.


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