Un regalo indecente


Percorrevamo Krimskaya camminando senza fretta. Di tanto in tanto, con le dita sfioravo il basso muretto oltre il quale scorreva lento il fiume. Un vento leggero mi lambiva la parte alta delle gambe, ed accarezzava la mia nudita’ esposta al suo alito. Mi aveva voluta cosi’ quella sera: depilata, senza mutandine, con le calze autoreggenti ed una gonna molto corta. Ed io lo avevo accontentato, come sempre facevo. Non era facile dirgli di no. E poi, quelle sue proposte un po’ indecenti che riuscivano sempre a rendere reali i miei desideri, non mi dispiacevano.
La’, dove il parco Iskusstv costeggia la Moskva che, dividendosi, entra nel Vodootvodnyy Kanal, ci appoggiammo al parapetto a guardare il cielo senza luna e le luci della citta’ che si riflettevano tremolanti nello specchio nero dell’acqua.

– Apri le gambe – mi ordino’.
– Ma ci vedranno…
– Non importa, non discutere. Aprile e basta.

Ed io lo feci. Quell’improvvisa sensazione di fresco proprio li’, pochi centimetri sopra l’orlo della gonna, mi rese consapevole d’essere pronta a ricevere ogni carezza, e mi sentii sciogliere dentro. Si mise dietro di me e mi avvolse con le braccia in un gesto che, per chi ci avesse osservato distrattamente, sarebbe potuto apparire persino innocente.

– Ti piace essere nuda, vero? – mi sussurro’ all’orecchio.
– Si’, mi fa sentire desiderabile e disinibita…
– Ti senti troia?
– Si’…
– Aprile ancora un po’…
– Che intenzioni hai? Cosa vuoi fare?
– Voglio che ti ecciti. – disse stringendosi piu’ forte contro il mio sedere, premendo il suo membro duro sui miei glutei – Mi senti?
– Certo… come potrei non sentirti?..
– Hai voglia?
– Sono gia’ bagnata…
– Si’, lo sei – disse annusando l’aria che, in modo impercettibile, iniziava ad odorare di me – ma non e’ il momento adesso. Prima andiamo a cena. Ho un regalo per te.

Al ristorante chiese un tavolo d’angolo piuttosto in disparte, e mi fece sedere con le spalle rivolte alla parete cosicche’ fossi il piu’ possibile al riparo dagli sguardi della gente. Prese poi in mano un chicco d’uva, uno di quegli acini grossi di forma ovoidale e la buccia spessa e lucida. Lo stacco’ da un graspo riposto nel portafrutta che adornava il tavolo ed accenno’ a metterlo in bocca, ma non lo fece. Semplicemente, si limito’ ad appoggiarvi le labbra.

– Stasera sei bellissima, lo sai?
– Si’? – dissi lusingata.
– Vorrei che ti accarezzassi con questo… – sussurro’ porgendomi l’acino – la tovaglia e’ lunga e nessuno ti vedra’. E poi, se anche ti vedono, che importanza ha?

Erano quelli i momenti in cui la mia sensualita’ entrava in sintonia con la sua: quando mi faceva capire che il mondo intorno a noi non esisteva, che eravamo soltanto noi due importanti e che ci saremmo potuti fidare l’una dell’altro fino in fondo. Come una squadra. Intimita’, complicita’, sincerita’, lealta’, passione… quale mix poteva essere migliore?
Guardandolo fisso negli occhi mi passai la lingua sulle labbra e, senza fretta, bagnai quel chicco con la saliva. Poi, dopo aver dato una fugace occhiata intorno per controllare che nessuno mi guardasse, muovendomi con lentezza portai la mano in grembo ed iniziai a sfiorarmi una coscia, risalendo piano verso l’inguine.

– Lo stai facendo?
– Ci sto arrivando. Ecco… mi sto accarezzando…
– Com’e’? Raccontami…
– Sto salendo e scendendo piano piano…
– Bene, adesso mettilo dentro. Infilalo lentamente e spingilo.
– Lo sto facendo… – dissi sentendo che il mio corpo iniziava a reagire a quello stimolo.
– Sta arrivando il cameriere, non muoverti. Stai ferma o capira’.

Fece l’ordinazione anche per me, mentre io in silenzio tentavo di restare fredda e distaccata, senza riuscirci. E forse arrossii un po’ di vergogna avendo la sensazione che il cameriere si fosse accorto di qualcosa.

– Cosa stai pensando? – mi chiese dopo che il cameriere si fu allontanato.
– Penseranno che sono una ninfomane… una troia – sussurrai.
– Non e’ quello che hai detto prima? Che ti senti troia? Che t’importa di quello che pensano gli altri? Conta solo cio’ che pensi tu di te stessa. Il tuo corpo appartiene solo a te, e ci fai quello che vuoi.
– Un po’ appartiene anche a te… – Dissi con un po’ di malizia, facendomi sfuggire un leggero sarcasmo che, sapevo bene, lui non gradiva ma che talvolta mi usciva quando volevo ristabilire quel debole equilibrio che troppo spesso pendeva dalla sua sola parte.
– Adesso metti dentro anche questo – disse porgendomi un secondo acino, continuando con quel suo gioco che, lo sentivo, iniziava a coinvolgermi. Presi anche quel chicco. Lo succhiai leggermente per lubrificarlo e di nuovo finsi di mettere le mani in grembo. Appoggiandolo al mio sesso, lo feci scivolare dentro senza fatica.

– Brava. Ora accavalla le gambe. Ti piace?
– Si’… e’ bellissimo… – risposi con voce roca – non l’avrei mai detto…
– Adesso mangiamo. In modo naturale, se ci riesci – disse con aria divertita, conoscendo bene l’effetto che provocavano dentro di me quei chicchi d’uva.

Cercai di arrivare al termine della cena restando impassibile. Non riuscii a mangiare molto, la mia testa era altrove. Era una situazione inusuale e la sensazione che provavo era sublime. Non solo per il piacere fisico, in quel momento mi sentivo oscena, senza pudore, languida, sensuale, folle, porca… e lui, conoscendomi, lo sapeva che tutto cio’ mi mandava in estasi.

– Fammeli vedere, adesso. Tirali fuori – disse, pulendosi la bocca col tovagliolo, quando ebbe terminato il suo piatto.

Spingendo, li estrassi piano, mordendomi le labbra e li posai sul tavolo, sulla tovaglia bianca. Erano lucidi, ricoperti della mia rugiada trasparente e vischiosa. Lui, con naturalezza, li prese e li mise in bocca. Prima li succhio’ assaporandoli e poi, come se fossero stati i frutti piu’ deliziosi di questo mondo, li mangio’.

– Era questo il regalo di cui mi parlavi? – chiesi a quel punto.
– No. Tutto questo, finora, era il regalo per me. Il tuo e’ un altro. Eccolo. – disse porgendomi un pacchetto.

Lo aprii, curiosa, e dentro vi trovai una scatolina che conteneva due sfere in lattice, simili alle palline da ping pong ma piu’ pesanti ed unite da un cordino di seta.

– Sono le palline Ben Wa, dette impropriamente palline cinesi ma non sono originarie della Cina – si affretto’ a spiegarmi vedendo la mia faccia un po’ stupita di fronte a quell’insolito giocattolo – Sono conosciute anche come le palline della geisha. In Giappone le chiamano rin no tama, campanelline tintinnanti, perche’ sono cave e contengono un piccolo peso che, muovendosi al loro interno, le fa vibrare. Adesso provale e dimmi se ti piacciono piu’ dell’uva…

Le portai in grembo e seguendo lo stesso rituale degli acini, muovendomi piano, allargando le gambe, una alla volta le inserii spingendomele dentro con le dita. Ebbi un brivido inatteso e non seppi soffocare un gemito di piacere. Lo guardai con occhi imploranti, pregandolo di portarmi via da li’, a casa oppure giusto fuori dal locale, in un luogo appartato dove avrei potuto avere cio’ che in quel momento volevo di piu’ ma lui, facendo finta di nulla, continuo’ a parlare. Calmo.

– Adesso credo che tu debba alzarti, andare in bagno e finire da sola. Io ti attendero’ qui. Non c’e’ fretta. Prenditi tutto il tempo che vuoi. Usa i muscoli per tenerle in posizione, perche’ non devono caderti mentre cammini.

Mi diressi verso il bagno camminando lentamente per paura che le palline uscissero e cadessero sul pavimento. La sensazione che mi procurava quell’oggetto estraneo che vibrava dentro di me era qualcosa di mai provato, ed ogni movimento, anche il piu’ piccolo, aggiungeva un ulteriore stimolo a quella vibrazione facendo entrare in risonanza tutto il mio corpo. So che avrei dovuto sentirmi in imbarazzo, non solo per l’andatura impacciata che avevo ma per quell’odore inconfondibile di desiderio che emanavo, pero’ in fondo che m’importava? Non dovevo preoccuparmi del giudizio della gente. Come diceva lui, ero libera. Libera di sentirmi troia. Libera di fare col mio corpo tutto cio’ che volevo. Libera…
E nel bagno di quel ristorante, in piedi, guardandomi allo specchio, infine venni.


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