Среда. Вечер, сумерки


Stavamo lasciando il porto. Da lontano si vedevano scorrere le immagini ed ancora si sentivano gli echi di rumori antichi. Donne, bambini, uomini. Risa e lacrime di chi partiva, e di chi restava. Aveva smesso di piovere e l’aria era tornata ad essere limpida, cosi’ tersa e trasparente che, per quanto si desiderasse respirarla a fondo, si provava quasi un sacro rispetto per paura di contaminarla. Il leggero vento dal nord est mi accarezzava la nuca, ma non ero da sola in attesa del crepuscolo. Una voce maschile, mi riporto’ alla realta’, distraendomi.

Resiste bene la “giovane” Sobolev. E’ una delle migliori navi per le crociere fluviali. Costruita in Germania nel 1984, e’ stata totalmente rinnovata pochi anni fa. Per questo ho scelto questa nave. Ogni anno viene revisionata e sottoposta a manutenzione, ed adeguata ai migliori standard di qualita’. Puo’ ospitare duecentottanta passeggeri e considerata la legge dei grandi numeri, si ha l’opportunita’ d’incontrarvi persone interessanti, non crede?

Un uomo, sulla cinquantina, stava rivolgendosi a me. Alzai la testa per guardarlo.

Si’ – gli risposi tornando subito ad abbandonarmi all’incantesimo della giornata che fuggiva ma lui, cercando di ostentare quella tipica sapienza frutto della lettura di troppi depliant turistici, continuo’.

Vede quella citta’ che sta scomparendo all’orizzonte? Fu fondata nel 1010, ma le prime testimonianze scritte risalgono al 1071. Nel 1612 divenne la capitale della Russia, quando Mosca fu occupata dai polacchi. Sa cosa? – disse cambiando inaspettatamente argomento – Qui l’unica cosa deludente e’ il cibo. Ho una fame tremenda. I russi, di cucina, non capiscono molto.

Un giovane uomo, li’ vicino, che pareva anche lui assorto ad ammirare il tramonto, s’intromise nel discorso senza distogliere lo sguardo dall’orizzonte.

Per fortuna hanno appena aperto il ristorante. Mi sa che oggi lo tengono aperto solo per un ora. Dopo ci sara’ la serata danzante.

Il cinquantenne pero’, non degnandolo d’attenzione, continuo’ a rivolgersi a me.

Ho un buco nello stomaco, signorina. Che ne direbbe se cenassimo insieme? E’ meglio che ci sbrighiamo prima che chiudano.

La ringrazio, lei e’ molto gentile – risposi mostrandogli tutta la cortesia possibile – ma credo che oggi saltero’ la cena. Non mangio molto di sera. E poi e’ presto per me e vorrei fermarmi ancora un po’ qui sul ponte.

– Come preferisce, signorina. Anche se credo che non debba preoccupasi per la sua linea – replico’ forse deluso dal mio rifiuto – spero di incontrarla di nuovo dopo cena, allora.

– Certamente – lo rassicurai sapendo di mentire, e mentre si allontanava mi concentrai a leggere i messaggi che mi erano giunti sul cellulare.

Peccato che il cielo sia nuvoloso. Il tramonto non e’ fra i piu’ spettacolari. Ha piuttosto una tonalita’ grigiastra, ma il grigio e’ comunque un colore affascinante… ancor di piu’ se contrastato da un rosso intenso.

Questa volta a parlare fu il giovane uomo. Distolsi gli occhi dal cellulare e lo guardai. Era appoggiato alla ringhiera e stava osservando qualcosa che, lontana, solo lui poteva vedere.

Ho imparato fin troppo bene, e a mie spese, che la vista non e’ un fatto fisico, ma mentale. Come ad esempio i colori… il desiderio e l’attesa hanno lo stesso colore – continuo’, senza voltarsi verso di me, inseguendo quel suo pensiero, forse ispirato dal paesaggio che gli fuggiva davanti.

Poi mi guardo’ e vidi che i suoi occhi erano chiari, come i miei, di quel colore che non potevo vedere ma che solo chi ha sangue slavo puo’ avere.

Il ristorante non chiudera’ fino alle 23:00, e lei lo sapeva – gli dissi regalandogli un sorriso – mi sento pero’ di ringraziarla per avermi tolto di torno il quel “professore” fastidioso ed affamato. Ha menzionato una serata danzante che dovrebbe svolgersi stasera?

– Si’, ho letto da qualche parte che stasera daranno una dimostrazione dei balli popolari russi: Kalinka, Barynya, Khorovod, Trepak, Troika… scommetto che il “professore” l’aspettera’ ansiosamente. Sono convinto che avra’ mille cose da dire su ogni ballo.

– A me piace molto ballare, sin da quando ero piccola e ballavo davanti allo specchio. Quando ballo, non ascolto e non parlo. E’ uno dei rari momenti in cui le parole non servono Come quando si fa l’amore, per esempio. Credo che in tali momenti, siano i movimenti del corpo il vero linguaggio che supera qualsiasi altra forma di comunicazione. E’ una lingua che tutti possiamo comprendere perche’ e’ universale. E’ quella dell’anima, e davanti al linguaggio del corpo le parole non servono.

– Sono d’accordo. Ballare mi fa chiudere gli occhi. Un’amica, una volta mi disse: “Non fidarti mai delle donne che baciano e ballano con gli occhi aperti”. Il dialogo in certi momenti si manifesta all’interno delle palpebre.

– Qual e’ il suo ballo preferito? – chiesi incuriosita.

“Il flamenco ed il tango, direi. Il flamenco perche’ e’ un ballo che manifesta liberta’ ed indipendenza. Si balla perfettamente anche da soli ed e’ infatti la danza dei Gitani, un popolo con il quale condivido tanti aspetti. Sa che non nasce come ballo ma come espressione del canto che lo circonda? Il tango, invece, mi piace per la complicita’ che crea e per la passione che lo caratterizza. Si’, passione e’ forse l’unica parola che gli rende giustizia.

– Interessante, e lei saprebbe intuire quali sarebbero i miei balli preferiti? – domandai compiaciuta della piega che aveva preso la conversazione e che mi dava la possibilita’ di indirizzare l’argomento su cio’ che, come sempre, m’interessava di piu’: me stessa.

Esito’ un attimo prima di rispondermi, trovandosi in leggera difficolta’ per aver intuito, forse, quel fastidioso difetto che avevo di mettermi sempre al centro dell’attenzione.

– Credo il flamenco, senz’altro, per le ragioni gia’ descritte. E poi… forse per l’accento, forse per l’immagine che mi sono fatto di lei, la Csárdás. Per la bellezza e l’umile semplicita’ al tempo stesso. Una danza che parte lenta e si evolve diventando sempre piu’ veloce, caratterizzata da numerose giravolte e salti. Un alternarsi di momenti allegri e tristi, incalzanti e malinconici. La Ciarda, si’. Il seducente percorso della donna che, sorridendo, non si nega agli uomini.

– Ha una buona intuizione – gli sorrisi sempre piu’ compiaciuta ed interessata – ha tralasciato pero’ il ballo orientale, ma comunque complimenti. L’oriente mi affascina da sempre e la danza orientale e’ una delle mie preferite. Peccato che i francesi l’abbiano chiamata in modo errato “danza del ventre”, dandole un significato erotico. Non e’ assolutamente una danza erotica. Il lato seduttivo e’ una conseguenza, non certo l’elemento principale. Nasce infatti come ballo delle donne dedicato alle donne.

– Si’, adesso che l’ha menzionata, la vedo benissimo nel ruolo di ballerina di questa danza sensuale. Ogni volta che l’ho vista ballare, ho notato che colora l’ambiente di tonalita’ grigiastre, mentre la figura centrale, la ballerina, si accende di un rosso intenso: l’essenza pura del colore. E’ strano… non saprei spiegarlo meglio.

– La capisco, ma solo in parte. Purtroppo sono daltonica e per me i colori rappresentano da sempre un affascinante mistero.

– Se posso dirlo senza offenderla, secondo me la percezione dei colori di daltonici e’ un dono, piu’ che un difetto. Essere liberi dalle convinzioni che ci sono state imposte, dalle regole scritte della cosiddetta cultura, dai dogmi e dai pragmatismi, significa esaltare l’individualita’. Se Dio esistesse, esisterebbe sicuramente in ognuno di noi, ed ognuno di noi avrebbe lo stesso diritto di affermare che le fragole sono rosse, oppure verdi, oppure blu o di qualsiasi altro colore. La percezione dei colori, come d’altronde delle idee, degli ideali, dei sogni, e’ puramente individuale, e cio’ rende questo mondo splendidamente variopinto. Se non fosse cosi’, l’arcobaleno non avrebbe il suo fascino.

– Mi duole pensare che non potro’ mai ammirarlo, l’arcobaleno. Com’e’ il tramonto stasera?

– “Il silenzio limpido lungo le colline che sfiorano il cielo.
Gli uccelli tacciono.
Il fiume, sempre piu’ lento e ululante, si imperla di rassicurazioni
Gocce di pioggia impalpabili sembrano non bagnare …
Il sole e’ un fuoco, una stella del vespro, un torrente d’ambrosia.
Muore solo per oggi, per rinascere come la Fenice.
Dietro di se’, lascia tracce di un rosso immortale.”

– Le cose che veramente contano nella vita, quelle che ci lasciano un’impronta dentro, quelle piu’ preziose, non si possono comprare con i soldi, e sono gratuite a tutti. L’amore, l’amicizia, gli ideali, ma anche questo tramonto, a prima vista cosi banale, e’ assai speciale, non crede?

– E’ un discorso interessante, dovremmo approfondirlo… – disse annuendo timidamente con la testa.

– Certo, ma non adesso. Adesso godiamoci il tramonto.

– Si’, godiamoci il tramonto.

M’immersi nei pensieri e per un attimo mi sembro’ di percepire anche i suoi, come se tutti i problemi del mondo fossero scomparsi lontano, dietro quel cielo grigio dove la palla gigante s’immergeva in una terra dipinta da ricordi indelebili e da emozioni incise profondamente nella mia anima: la mia Russia.

Chiusi gli occhi e restai cosi’, con la voglia di tenerli chiusi per conservare all’interno delle palpebre quelle immagini che scorrevano fin troppo in fretta, assaporando il dolce brivido che mi ricopriva tutto il corpo. Un brivido forse per il freddo, o forse per l’eccitazione di quell’istante: la voglia di soddisfare un desiderio e, allo stesso tempo, il desiderio che quella soddisfazione non giungesse mai.

Vidi che mi osservava mentre gli ultimi raggi di sole mi accarezzavano il volto e le mie labbra assaporavano il vento che, come dita invisibili, intrufolandosi, restava impigliato nelle pieghe dei miei capelli, facendoli danzare. Poi, guardando lontano, disse con voce tenue: “Ed ecco che il sole, sconfitto da una bellezza invincibile, imbarazzato abbandona il cielo”.

Questo racconto e’ dedicato a chi mi ha dato la possibilita’ di poterlo scrivere.


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