La casa delle bambole dormienti – Parte 3


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Ripensò a quanto aveva atteso il momento, a quanto s’era trattenuto per non morire sprofondato nella vergogna. L’età, anche se Madame l’aveva tranquillizzato, contava poco e lui lo sapeva: non era l’età che faceva di quella ragazza un’adulta.

Ma non aveva resistito, le era salito sopra, le era entrato fra le labbra ed aveva goduto di quella bocca color sangue. Gli occhi di Delgadina si erano riempiti di lacrime e le sue piccole mani avevano afferrato il lenzuolo mentre lui la soffocava col suo peso, ma tanto era intenso il piacere che provava che non era riuscito a fermarsi. Alla fine era venuto, in silenzio, ed in quel momento aveva pensato: “Eccomi, sto venendo. Sto venendoti dentro, bambina”. Poi, uscito da quella bocca, aveva sparso il suo seme su quel volto di bambola e su quei capelli neri come la notte.

Stremato si era quindi rovesciato sul letto. Aveva mandato Delgadina in bagno a lavarsi ed era rimasto lì disteso a pensare. Sopra di lui il soffitto dipinto con piccole nuvole così come lo erano le lenzuola che ricoprivano il letto. Tutto pareva il cielo di un paradiso in miniatura, ma era fasullo come ogni cosa in quella casa. Finto come quella bambola malinconica.

Gli venne in mente sua moglie. Pensò alle sue cosce flaccide ed a quelle perfette di Delgadina, al suo seno cadente ed a quello turgido di Delgadina. Ripensò anche all’odore acre del suo sesso che non gli era mai piaciuto e si annusò le dita: odoravano di verginità. Se le mise in bocca. Le assaggiò: sapevano di vaniglia.

Quando la vide nuovamente coricata al suo fianco le chiese: “C’è qualcosa che vorresti fare?” Lei lo guardò curiosa, forse stupita, come se nessuno mai le avesse rivolto quella domanda poi, con voce simile al suono di un flauto, rispose: “Ho voglia di fare l’amore…

Madame l’aveva davvero istruita bene. Qualsiasi donna avrebbe percepito che non c’era sincerità in quelle parole, ma l’orgoglio maschile troppe volte offusca i sensi e tappa gli occhi impedendo all’uomo di accorgersi delle menzogne. Davanti a sé il Professore vedeva solo una bambina smaniosa di far sesso con lui e non seppe riconoscere anni ed anni d’addestramento, di prove, di frasi come quella ripetute all’infinito. Di carezze come ricompense e schiaffi come punizioni. E ci cascò, perché le donne, anche quelle che restano per sempre delle bambine, quando imparano a fingere da piccole riescono a farlo molto bene e scordano presto quale sia il sapore della verità.

Così, compiacendosi per la propria bravura, il Professore sorrise dentro di sé e le si mise di nuovo sopra. Si arrestò solo per un istante prima di penetrarla. Il tempo di pensare a sua figlia che proprio quell’anno sarebbe andata in terza media. Poi le fu dentro.

Sentiva la mente che urlava: “Me la sto scopando e me lo ha chiesto lei, Delgadina…” Questo nome iniziò a fluirgli come nettare fresco lungo le labbra. Lo ripeté dapprima sussurrandolo poi, con voce sempre più alta, gridandolo mentre entrava ed usciva da quell’esile corpo. Lo ripeté cento volte e la ragazza gemeva e sospirava piacere sussultando sotto i suoi colpi.

Madame aveva davvero fatto un bel lavoro. Delgadina era davvero un gioiello prezioso. Non una puttana qualsiasi. Era un fiore da recidere, una distesa di neve immacolata da calpestare. Ed era sua. Completamente sua…

O forse no…

Sentì un brivido scorrergli dentro e provò angoscia. Capì che avrebbe potuto anche innamorarsi di quella bambola. Gli uomini, anche se perdono presto interesse per quello che riescono a raggiungere facilmente, bramano in modo ossessivo le cose impossibili, quelle che non possono avere. Ma tutto ciò era un’illusione. Solo un’illusione. Non esisteva. Si sarebbe disciolto una volta che lui fosse uscito da quella stanza.

Sapeva che Delgadina era un sogno. Non sarebbe mai stata completamente sua. Sapeva che era così, non avrebbe potuto averla per sempre ed allora la odiò, divenne pazzo, furioso, e la sbatté così forte da farle male, tanto che i gemiti ed i sospiri di piacere si trasformarono in lamenti di dolore.

Gli ultimi colpi furono violentissimi e dati con rabbia. Venne gridando quel nome, conficcando le sue dita in quei piccoli seni, strizzandoli con avidità e colmandosi l’anima di quegli occhi in cui vide spegnersi la Luna e nei quali, da quel momento, avrebbe potuto scorgervi ormai solo il buio della notte. Poi si accasciò su quelle lenzuola dipinte di nuvole, mentre l’aria intorno si fece intrisa da quell’inconfondibile odore di sesso violato, di fiore reciso, di neve calpestata.

Si alzò dal letto mosso da un senso di disagio. Delgadina singhiozzava ma, stranamente, gli sorrideva. Teneva le gambe semichiuse e le mutandine appese, leggere, ad una caviglia. Restò in piedi ad osservarla, immobile, come aveva fatto quando era entrato in quella stanza poi, senza dire una parola, si rivestì in fretta, appoggiò i soldi sul letto ed uscì.

Il gatto, appollaiato sopra la credenza, osservò il Professore che si allontanava, veloce, senza voltarsi indietro. Ne aveva visti tanti come lui e tanti ne avrebbe visti ancora. Uomini che salivano le scale, entravano in quella stanza, si spogliavano, toccavano, baciavano, leccavano, aprivano, infilavano, sudavano, godevano… alcuni, qualche volta, anche piangevano e poi se ne andavano.

Come catturato da un richiamo che nessuno poteva percepire, l’animale sollevò le orecchie e, scendendo dal mobile, si diresse con passi felpati su per le scale, entrò nella stanza con il soffitto dipinto di cielo e, balzando sul letto, si adagiò miagolando fra le braccia della ragazza.

Ciao… – disse lei con voce melodiosa, accarezzandolo – Sono stata brava, sai? Madame sarà contenta…

Il gatto assaporò le carezze facendo le fusa poi le scese lentamente lungo il corpo, sfiorandole la pelle nuda con il pelo. Con la coda le accarezzò il piccolo seno facendole inturgidire i capezzoli. Scese ancora e raggiunse le sue cosce appena dischiuse. C’infilò il muso. Trovò il suo sesso ancora umido e sporco del piacere dell’uomo. Lo annusò. Conosceva bene quell’odore. Era inconfondibile ed iniziò a leccarlo.

La ragazza ridacchiò facendosi ripulire e quando la lingua del gatto raggiunse la clitoride, lasciò che andasse avanti. Il suo piccolo bottone, sotto quella lingua ruvida, divenne turgido e lei gemette di piacere. Si fece leccare, così, abbandonandosi e contorcendosi fino a quando arrivò l’orgasmo. Fu un orgasmo vero, intenso, che le scosse il corpo di brividi dalla testa ai piedi. Fu come una nevicata fresca che cancellò ogni impronta. E la Luna si accese di nuovo nei suoi occhi.

Dal piano di sotto Madame la sentì gemere sempre più forte ed arrivare all’apice del piacere poi, quando tutto fu finito, mise su la musica di Tchaikovsky e sulle note di “La bella addormentata” accennò un pas de Bourrèe. La sua bambola era tornata ad essere un fiore mai reciso, un frutto fragrante mai assaggiato, una distesa di neve candida, intatta, dove nessuno aveva mai camminato.


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