Il silenzio delle innocenti


«Mi sono chiamata con sette nomi diversi, ma questo sara’ per sempre: Somaly. Vuol dire liberazione, coraggio, amore».

Somaly Mam e’ una bellissima donna di trentasei, forse trentotto anni; non ha mai saputo quando e’ nata. Il suo sorriso e’ percorso da una tristezza insanabile e negli occhi vi si puo’ scorgere una struggente violenza, come un morbo incancellabile che si e’ appropriato di lei per sempre.

Fino a diciotto anni non aveva mai letto un libro, oggi parla quattro lingue e ne ha scritto uno tutto suo, “Il silenzio dell’innocenza” in cui, in modo agghiacciante, racconta la sua storia e quella di tante come lei che pagano ed hanno pagato la loro bellezza, la purezza e la solitudine vivendo la condizione di schiave bambine nei bordelli cambogiani.

Del suo passato ricorda solo il fango e la miseria. Dei suoi genitori non ha alcuna memoria ma rammenta un vecchio che diceva di essere suo nonno, ma non lo era, che prendendola per mano ancora non adolescente la vende quattro volte: prima a tre uomini con i quali vive due o tre mesi per ciascuno, e poi ad uno dei bordelli piu’ marci della citta’.

Durante gli anni che dall’adolescenza l’hanno portata a diventare donna, ha visto le sue compagne torturate a morte e lei stessa e’ stata picchiata talmente tante volte che non riesce a parlarne senza provare angoscia.

«Per terrorizzarci, usavano elementi naturali, serpenti e animali vari, ma oggi i moderni pedofili si sono evoluti: cavi elettrici, chiodi piantati nella carne, per non parlare delle bambine trovate incatenate nei canali fognari e bruciate vive».

«La cosa peggiore era quello che i macro’ ci costringevano a ingoiare: spesso vermi ancora vivi che trovavamo nel pesce marcio. Ci brulicavano in gola, nello stomaco: ero terrorizzata che me li infilassero nelle orecchie e che quelle bestie schifose si aprissero un varco fino al mio cervello».

«Quando chiudo gli occhi rivedo le torture. Ancora oggi ho nelle narici l’odore delle camere dei postriboli. Allora mi lavo come una pazza, mi copro il corpo di colonia per soffocare gli odori della mia mente. Chi ha avuto piu’ fortuna, le mie amiche morte e liberate o io che sopravvivo con questo frastuono di ricordi?».

Ed insieme alla sua sono mille le storie di queste innocenti silenziose delle quali il mondo pare non sappia niente, come quella di Sri Lalin che a soli undici anni e’ stata venduta da suo padre, di nascosto dalla famiglia, alla padrona di un bordello. «Ho sperato che mia madre mi cercasse, ho pregato tanto. Mi ribellavo, piangevo. Allora mi versavano l’alcol addosso e mi sfioravano con le fiamme di un accendino. Per questo a un certo punto cedi. Pensi che quella e’ l’unica vita che una bambina povera e ignorante come te ha meritato. Ma quella bimba era scomparsa. Gli uomini passavano su un corpo che non era piu’ mio. Finche’ improvvisamente uno di loro, un uomo americano, mi ha salvata».

Sul mercato dei bambini destinati ad essere solo carne per pedofili i numeri sono agghiaccianti: l’Onu dice che i minorenni, molti dei quali non hanno ancora passato il compleanno degli undici anni, che sono venduti nel mondo del sesso sono almeno due milioni.

Marco Scarpati, che ha passato molti anni a sottrarre ai bordelli di Phnom Penh bambine e piccole violentate, e che come Somaly dirige un’organizzazione che si chiama Ecpat, nel suo libro intitolato “II rumore dell’erba che cresce” scrive: «Quei posti luridi sono migliaia: garage sporchi, cantine dove dietro una tenda aspetta una bambina. E i loro carnefici sono piu’ che altro i “civili” europei! Dovrebbero decretarla zona di catastrofe questa, peccato che polizia e politici, coloro che dovrebbero difenderle, siano proprio gli attori corrotti di questo sporco film – e poi ancora – Arrivano da noi con il trucco e il vestito della prostituzione: maschere di dolore che imbrattano infanzie disperate. Sono bambine nel corpo ma il loro cuore e’ invecchiato per sempre. L’ultima che e’ arrivata, So Li, bambina di undici anni, aveva uno squarcio nella vagina: quaranta punti. E nascondeva il suo sangue e si vergognava. Che vuoi fare davanti a quell’orrore se non disperarti?»

Sono crimini che, spesso, sono istigati dalla visione di alcuni film porno cinesi, veri e propri snuff movies, abbecedari di torture per gli avidi macro’ e per i loro clienti. Questi macellai di bambine credono che il sesso sia un loro diritto e lo comprano. Nella loro atroce brutalita’ e’ come se volessero distruggere l’innocenza e la felicita’ che non hanno avuto e piu’ piccole sono le donne piu’ questi uomini pagano. Molte non ce la fanno e muoiono sole. Dimenticate. Nessuno parla. La legge del silenzio vince. I figli dei poveri possono sempre scomparire: sono ombre inutili.

«Gli uomini orientali sono efferati e insaziabili nel sesso. – scrive Somaly nel suo libro – Pensano che violentare la purezza di una vergine gli procuri quella pelle chiara di luna che e’ l’ideale delle societa’ orientali. Ma soprattutto che assicuri loro l’immortalita’»

Uscita dai bordelli salvata da Pierre, attivista di Médicins sans frontières che e’ poi diventato suo marito e compagno nel suo grande progetto di vita, Somaly vi e’ ritornata come fomentatrice, come grimaldello per aiutare le piccole prostitute forzate e disperate come lo era lei. Dal 1994 ne ha girati a centinaia. Mentendo ai protettori si e’ spacciata da infermiera, ha portato i preservativi alle ragazze e, soprattutto, ha parlato con loro convincendole che se volevano uscirne una strada c’era. A volte quando aveva i soldi le riscattava, a volte organizzava la loro fuga e le portava in salvo a casa sua. A chi le chiede se ha paura della mafia dei bordelli che la vede come una nemica, lei risponde: «Quando a dodici anni un gruppo di uomini a turno ti tortura su una stuoia, nulla ti spaventa piu’».

Oggi e’ la salvatrice di tante piccole prostitute forzate e disperate come lo era lei; oggi e’ l’anima ed il motore di un’organizzazione che le cura, le consola e che dai bordelli del Sud Est asiatico le riporta alla vita: la Somaly Mam Foundation.

«La guerra e’ fatta di cento piccole battaglie. – ci dice – C’e’ il lavoro nei bordelli, spesso sotto copertura: convincere le ragazze che se vogliono uscirne una strada c’e’. Ci sono le investigazioni contro i protettori e i trafficanti di carne umana, cerchiamo il poliziotto giusto, il giudice non corrotto che possa intervenire. Ci sono i centri di riabilitazione: ne abbiamo tre a Phnom Penh, due in provincia, con gli psicologi, perche’ le ragazze abusate diventano spesso molto violente, e i medici, perché il cento per cento di loro ha malattie veneree. Poi serve istruzione, l’addestramento a un lavoro regolare. Abbiamo aperto una fabbrica di tessuti dove trovano lavoro. Quelle che stanno morendo di Aids spesso tornano da noi, per morire al centro, perche’ non vogliono morire a casa loro, dove ci sono a volte quelli che le hanno vendute. Sulla giustizia non si puo’ contare: i giudici sono piu’ corrotti ancora della polizia. Abbiamo portato in tribunale duemila casi. Ma ne abbiamo vinti solo il cinque per cento. Vergogna e’ una parola generosa. Una bambina di sette anni rapita per strada da cinquantenni ubriachi, che l’hanno violentata e tagliata dappertutto, non ha mai avuto giustizia. “Aveva la gonna troppo corta” hanno detto i violentatori al giudice, che avevano gia’ comprato».

Somaly e’ convinta che le bambine che oggi sono addestrate ad obbedire con l’elettroshock e le frustate, piccoli automi che vagano nei quartieri dei bordelli mimando il sesso e promettendo a turisti pedofili “very good boom-boom”, “very nice yum-yum” possano farcela ad uscire dal loro delirio dell’orrore solo se non saranno dimenticate e respinte dal resto del mondo.


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