La casa delle bambole dormienti – Parte 2


Non busso’, ma apri’ piano la porta cercando di non far rumore ed aveva il cuore che gli batteva forte. Lei, distesa sul letto, indossava solo le mutandine e come aveva detto Madame, dormiva o sembrava che dormisse.

Il Professore appoggio’ la giacca sul bracciolo della poltrona di fronte al letto poi, in silenzio, si mise ad osservarla. La ragazza aveva la pelle cosi’ bianca che sembrava di fine porcellana ed il seno ancora acerbo, piccolo e dalla forma appuntita. Il suo volto, totalmente privo di trucco, pareva proprio quello di una bambola: diafano con le guance rosate e le labbra rosse. E poi i capelli finissimi e neri come la notte.

Le scelse un nome. Penso’ che Delgadina potesse essere quello giusto, come la giovane prostituta del romanzo di García Márquez. Per un attimo si senti anche lui simile al protagonista di quel romanzo e penso’ che, forse, avrebbe potuto restar li’ per tutto il tempo a guardarla, limitandosi a rimirare quel corpo, dormirci accanto senza toccarlo provando cosi’ il piacere inverosimile di contemplare un fiore senza l’urgenza del desiderio e l’intralcio del pudore.

Ma puo’ un fiore essere toccato senza che gli venga fatto del male? Ed un fiore quando e’ colto e’ reciso per sempre, questo il professore lo sapeva e sapeva anche che lui non era un personaggio di Márquez. Lui non avrebbe avuto la forza di resistere a lungo alla tentazione di sfiorare quei petali freschi ed intatti.

– Ciao…

Una voce, musicale come la nota emessa da un flauto, lo fece sussultare mentre era assorto nei pensieri. Una voce di rusalka. Sapeva gia’ che non sarebbe stato facile scordarla, quella voce. Sapeva gia’ che dentro di essa si sarebbe perduto, precipitando in un vortice come un naufrago impazzito circondato solo dal mare dei suoi sensi di colpa.

Delgadina si mise seduta sul letto. Era ancora piu’ bella di quanto avesse potuto pensare, piu’ pura di quanto avesse potuto immaginare, piu’ misteriosa di quanto avrebbe potuto sperare e lo guardava, intensamente, con due occhi chiari come la Luna. Si’, c’era la Luna in quegli occhi, lui la vedeva e ci vedeva mille altre cose ancora.

I capelli lunghissimi, appena mossi, le accarezzavano il piccolo seno. Il Professore penso’ a lei come al personaggio di una fiaba: “capelli neri come l’ebano, labbra rosse come il sangue e pelle bianca come la neve”. Immagino’ come dovette sentirsi il Principe al risveglio di Biancaneve. E Biancaneve sarebbe stata sua per tre ore.

– Ciao… – disse l’uomo.

– Sedetevi accanto a me, vi prego – lo invito’ la bambola con voce suadente.

Quei modi gentili, quelle maniere di altri tempi, antichi e persi nella memoria, quello sguardo ignaro, quel sorriso ingenuo. Madame aveva lavorato bene, penso’, ed ebbe la percezione chiara d’essere arrivato al traguardo della sua lunga ricerca. L’aveva trovata. Finalmente era li’ davanti a lui e capi’ che, dopo di lei, non ce ne sarebbero state altre.

Ecco cio’ che voleva dire Madame quando l’aveva presentata come unica e speciale. In lei vi si poteva scorgere una purezza mai perduta, un’innocenza mai scheggiata. Una fanciulla eterna che negli occhi avrebbe sempre avuto la curiosita’ dei primi sguardi e nelle mani il brivido della prima volta.

Sembrava un frutto profumato che nessuno aveva mai morso. Una distesa di neve fresca dove nessuno aveva mai camminato… ma era solo una piccola troia che aveva preso vita in un mondo creato apposta per lui e per quelli che come lui, silenziosi, a decine sarebbero entrati ed usciti da quella casa, da quella stanza ed anche da quel corpo.

Penso’ a come l’avevano istruita, a come l’avevano plasmata fino a farla diventare cosi’ perfetta, assoluta, definitiva. Penso’ alle mani che l’avevano toccata, agli attrezzi che l’avevano penetrata, alle lingue morbide che l’avevano accarezzata, ovunque. Penso’ a come le avevano insegnato a baciare, a succhiare, a leccare, a toccarsi, a gemere, a sopportare il dolore, a provare piacere e a donarlo… a raggiungere l’orgasmo e a come tenere gli occhi aperti in quel momento sublime. Penso’ a come era stata coccolata, violentata, vestita, spogliata, lavata, sporcata, picchiata, accarezzata…

Penso a tutte queste cose, il Professore, e per un attimo si senti come sull’orlo di un precipizio. In quell’istante penso’ che avrebbe potuto scegliere se salvarsi l’anima, uscendo silenzioso da quella porta ed abbandonando quella casa per non farvi piu’ ritorno oppure se rimanere li’ e piegarsi al desiderio, farsi catturare dalla tentazione, toccarla, farsi toccare e perdersi alla fine in quegli occhi di Luna, dimenticandosi d’essere un uomo.

– Toccami – disse infine arrendendosi.

E lei lo tocco’. Con lo sguardo abbassato gli slaccio’ i pantaloni, gli tiro’ fuori il membro turgido e lo tocco’, timida.

– Mandami in estasi con le tue mani, Delgadina.

E lei lo accarezzo’, sospirando come se non avesse desiderato altro e mentre lo faceva si mordeva le labbra, morbide come boccioli freschi di rugiada, struggendosi di piacere.

L’uomo si distese sul letto e chiuse gli occhi concentrandosi su quelle mani morbide che lo sfioravano, delicate ed abili. Gli venne voglia di mettere un dito in quella bocca e lo infilo’ fra quelle labbra rosse. Lei lo succhio avidamente, bagnandolo tutto con la sua saliva, poi se lo tolse di bocca e lo accompagno’ lentamente dentro le sue mutandine. Nessun pelo, solo sesso morbido e liscio come il velluto.

Il Professore la tocco’ ovunque. Prima fu solo una leggera carezza, poi molto di piu’, sempre piu’ a fondo, annusando di tanto in tanto le proprie dita, leccandole, per mezz’ora, un’ora ed anche piu’, saziandosi di quel sapore di fanciulla senza mai staccare i suoi occhi da quelli di lei.

(Continua…)

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