Hotel Chişinău


A Chişinău non interessa a nessuno del terremoto in Italia. Forse, alla TV non hanno neppure dato la notizia del disastro e se qualcuno l’ha fatto sono certa che non ha perso piu’ di un minuto del suo tempo. A Chişinău non interessa di quanta gente sia morta sotto le macerie e non interessa che fine faranno le persone sfollate. A Chişinău non interessa niente di tutto questo.

A Chişinău, se si ha il coraggio di uscire dalla citta’ e si gira un po’ per questa terra di confine da sempre divisa, da sempre contesa, da sempre usata come merce di scambio, ci si accorge che il terremoto, qui, lo vivono da sempre.

Chişinău, se la si osserva sulla carta geografica, sembra vicina ma e’ lontanissima dal resto del mondo e chi non l’ha ancora abbandonata per andare in ricerca di un futuro migliore, sopravvive avendo stampato sul suo volto zingaro quel fatalismo tipico di chi, all’Est, ha vissuto nei duri anni del Comunismo.

Volti come il mio…

Questi e non solo questi i pensieri che mi frullano in testa mentre ti siedo di fronte nella hall di questo hotel che ospita giornalisti e fotografi stranieri che, in un momento in cui la Moldavia si trova al centro di un’importante partita a scacchi giocata fra Russia e Nato, sono assai numerosi.

Sono stati tre giorni d’intenso lavoro nei quali ho fatto la mia prima vera immersione nel mondo della cronaca e del giornalismo facendoti da assistente, da interprete, da segretaria, ruoli che, stranamente, non mi sono pesati nonostante il mio carattere spigoloso e poco incline ad eseguire ordini.

Tra poco ti salutero’. Il taxi mi condurra’ alla stazione dalla quale prendero’ il treno che mi riportera’ a casa e di quest’esperienza, oltre alla sensazione di aver vissuto al centro d’avvenimenti importanti osservandoli da una posizione privilegiata, resteranno sedimentate molte piu’ cose di quante avrei immaginato.

Sono in anticipo con i tempi. Accade sempre cosi’. Quando devo prendere un aereo, un treno o una nave, ho sempre il timore d’arrivare tardi, quindi mi sveglio presto e mi capita di restare a lungo in attesa, inutilmente, prima del momento della partenza. E sono istanti come questo in cui i pensieri si mescolano in un composto dal quale e’ difficile, poi, discernere gli ingredienti e separarli.

Tutto cio’ riguarda me, il mio modo di essere, soprattutto in un momento della vita in cui mi sento libera da legami ed in cui, lo so, sono piu’ incline a perdermi in meandri tortuosi che di solito non trovano mai una via d’uscita.

Il dubbio e’ sempre lo stesso. E’ il dilemma ricorrente che sempre nasce quando conosco chi, come te, attrae il mio interesse oltre il limite dell’andarci a letto. Esiste un tempo che dovrei far trascorrere prima di concedermi? Esiste una regola, un qualcosa che ancora non so ma che, in qualche modo, mi indichi la diversita’ fra un improvviso desiderio innescato dall’esplosione di una carica ormonale ed un qualcosa d’indefinibile in cui, pero’, so che esiste anche altro?

Il sesso immediato fatto senza alcun freno puo’ essere un’arma a doppio taglio. E’ uno strumento seduttivo micidiale ed irresistibile ma il rischio e’ anche quello di falsare fin da subito il rapporto, di fargli prendere una strada dalla quale, poi, e’ difficile se non impossibile tornare indietro. Ed una volta mostrata una faccia, quella piu’ superficiale, quella che meno m’appartiene perche’ e’ solo la maschera che ho usato nella recita il cui vero fine era sedurti, diventa quasi impossibile, poi, mostrarti cio’ che sono veramente, farti conoscere la mia vera essenza perche’ il mio timore e’ che se te la mostrassi denudandomi completamente, forse, non percepiresti in essa alcunche’ d’attraente.

Per questo mi chiedo se ho fatto davvero la cosa giusta a lanciare subito i miei vestiti per aria oppure se avrei fatto meglio a condurre un gioco piu’ lento, piu’ raffinato, negandomi e facendomi inseguire. Un gioco che durasse un po’ piu’ del breve lasso di tempo di una serata passata a bere, ridere, scherzare e parlare di noi.

Adesso sei li’, seduto di fronte a me e, come me, non parli. Mi guardi. Forse vorresti dire qualcosa d’importante, non so, qualcosa che restasse inciso sulla lapide di questo nostro breve incontro destinato a soccombere quando saliro’ su quel taxi.

La scorsa notte ho bussato alla tua porta perche’ forse mi sentivo sola o forse, soltanto, non volevo andarmene scordandomi di te senza che tu mi ricordassi. Non ci hai messo molto a capire quello che volevo. E’ stato bello e chissa’ se questo nostro ricordo sara’ qualcosa che riusciremo a condividere oppure se, come capita ad ogni cosa che tocco, sara’ destinato a scomparire, prima o poi.

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