Matti, giullari e buffoni di corte


In passato gli stati mentali alterati avevano implicazioni sociali e culturali che oggi parrebbero prive di senso. Nei tempi antichi, infatti, i matti avevano la facolta’ di esprimersi in liberta’ e potevano dire cose che agli altri non era concesso semplicemente perche’ alle loro folli parole non veniva data alcuna importanza, come se la pazzia facesse loro da scudo.

In molte culture arcaiche si credeva che la follia ed un qualsiasi stato d’alterazione come anche il sonno, fossero in grado di collegare il mondo mortale con quello ultraterreno. Nella Bibbia ma anche nei poemi omerici, esistono a tal proposito numerosi esempi di personaggi che vengono a conoscenza di eventi futuri o ricevono istruzioni da messaggeri divini per l’appunto proprio in sogno.

Anche la pratica dello stato di trance degli sciamani tribali e dei medici-stregoni rappresenta un tipico esempio di questo concetto archetipico, che una volta era assai diffuso nel mondo primitivo le cui evidenti tracce si ritrovano ancora oggi nell’esoterismo.

La follia o l’incoscienza erano quindi considerati un ponte fra l’uomo ed il sovrannaturale. Persino nell’antica Roma venivano sospesi i pubblici comizi qualora uno dei partecipanti fosse stato colto da crisi epilettica, interpretando quell’improvvisa e sconosciuta manifestazione come un segnale d’ammonimento divino e nelle corti rinascimentali il matto, il giullare, il buffone, spesso un gobbo o un nano, pur essendo l’ultimo fra i membri della corte per rango sociale, era anche l’unico al quale fosse garantita la liberta’ di giocare col re, di prenderlo in giro, di dirgli parole che ad altri non sarebbero state consentite.

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