Lolita e il Professore


– Lei e’ una ragazza intelligente, deve capire che c’e’ un programma da rispettare. Se non s’impegna a studiare di piu’ mi vedro’ costretto a non ammetterla al corso del prossimo anno.
– Comprendo, Professore, ce la sto mettendo veramente tutta, ma per mantenermi agli studi devo anche lavorare. Che altro potrei fare?
– Ad esempio, potrebbe prendere delle ripetizioni, farsi aiutare da qualcuno…
– Ma le lezioni private costano ed io non sono in grado di poter affrontare altre spese…
– Potrei aiutarla io. Che ne direbbe di venire a casa mia un paio di pomeriggi la settimana?
– Ci devo pensare, Professore… non so se…
– Signorina, sappiamo tutt’e due che quello che le sto proponendo non e’ molto ortodosso, ma resterebbe un segreto fra noi due e sono certo che lei saprebbe mantenerlo.

Per tutto il tempo gli occhi del Professore erano stati puntati su di te. All’uscita dalla scuola, poi, ti aveva presa in disparte ed aveva tentato ancora di convincerti. Tutto cio’, piu’ che un consiglio, ti pareva quasi un ricatto. Eri imbarazzata, ti sentivi a disagio, ma non sapevi cosa rispondere per sbarazzarti di quell’imprevisto corteggiatore perche’ eri consapevole che, se ti fossi dimostrata scostante, la bocciatura sarebbe stata assicurata. E questo non potevi permettertelo.

Le spese per vivere a Budapest e per frequentare il Szent Lázló Gimnázium s’erano fatte pesanti e quello che racimolavi, ballando sui cubi in discoteca, era appena sufficiente a pagarti il vitto e l’alloggio. Se non fossi stata promossa, tutti i mesi trascorsi lontana da casa non sarebbero serviti a niente e l’orgoglio che avevi dimostrato con quella tua fuga da un mondo che ti si era fatto sempre piu’ stretto e che non sentivi piu’ tuo, si sarebbe sgretolato, disciolto, evaporato negli sguardi sarcastici di coloro che, vivendo nella grettezza di una vita di provincia, sarebbero stati lieti e soddisfatti di vederti ritornare all’ovile, rassegnata e sconfitta.

Pensasti alla proposta del Professore e decidesti di accettarla. Dopotutto cosa avrebbe potuto capitarti di male? Al limite avrebbe tentato di portarti a letto. Da come ti guardava, ogni volta, sapevi di piacergli ed anche lui non era un brutto uomo. Era colto, educato. Se ti avesse aiutata a farti recuperare con lo studio che cosa ti sarebbe costato farlo contento? Sarebbe stato un semplice scambio ed anche se non eri espertissima nel sesso, qualche storia con i coetanei l’avevi avuta. E con il Professore, a parte la differenza d’eta’, non sarebbe stato molto diverso.

***

L’abitazione del Professore si trovava al secondo piano di un antico palazzo situato in centro, nei pressi del Magyar Allami Operahaz, il Teatro dell’Opera. La raggiungesti percorrendo a piedi un tratto di Andrássy utca, dopo essere scesa alla fermata di Oktogon. Eri in perfetto orario. Il Professore ti attendeva sulla porta. Indossava un paio di jeans ed una camicia. Un tipo d’abbigliamento che lo faceva sembrare piu’ giovane rispetto a come eri abituata a vederlo durante gli orari di scuola, in cui era sempre ingessato in abiti di foggia tale che neanche tuo nonno si sarebbe messo.

– Dubitavo sarebbe venuta.
– Sarei arrivata prima. Purtroppo ho perso l’autobus per un soffio ed ho dovuto attendere quello successivo.
– Venga, accomodiamoci nel mio studio.

Lo studio del Professore era un’ampia stanza con le pareti ricoperte in boiseries che, in alcuni punti, diventavano una libreria sui cui ripiani erano disposti, ordinati, libri ed oggetti di vario tipo. Provavi quasi soggezione in quel luogo un po’ troppo austero per i tuoi gusti ma, per fortuna, la luce ammorbidita di un abat-jour ingentiliva l’ambiente rendendolo meno severo. Ti sedesti di fronte a lui, alla scrivania.

– Da cosa vogliamo iniziare?
– Non so… dica lei.
– Dove si sente meno preparata?
– Tutto il periodo che va dal XVI secolo, fino all’assorbimento del Regno d’Ungheria da parte dell’Impero d’Austria, non riesco a digerirlo molto bene.
– Si’… ecco, vediamo… quindi si potrebbe iniziare con la dominazione Ottomana.
– Per me va bene, Professore…

Restasti ad ascoltarlo per circa tre ore, prestando attenzione alle sue spiegazioni. Per tutto il tempo ti sentisti sotto il suo sguardo, ma il Professore non si spinse mai oltre al limite di quell’ingenuo e stranamente adolescenziale segno d’ammirazione. Prima dell’ora di cena ti accomiatasti.

– Allora, la ringrazio, Professore – dicesti porgendogli la mano.
– Se vuole ci possiamo rivedere dopodomani…
– Si’, d’accordo. Alla stessa ora?
– Certo. Se per lei va bene direi che e’ perfetto.

***

Quelle tue visite continuarono per alcune settimane. Ogni volta il Professore, prima della lezione, preparava il te’ facendoti trovare sempre degli ottimi pasticcini Kugler, i tuoi favoriti, che lui acquistava appositamente da Gerbeaud, la storica pasticceria in Vörösmarty téren. Sapevi bene che le attenzioni che ti riservava non erano disinteressate, pero’ tutto cio’ non ti preoccupava. Volevi essere promossa ed avevi accettato d’abbandonare ogni scrupolo qualora lui si fosse dimostrato piu’ pressante nelle sue avances. Anzi, dentro di te sapevi che non ti saresti affatto dispiaciuta se ci avesse provato, ed avevi deciso di attendere che facesse la prima mossa.

Ma lui era sempre cosi’ educato, gentile, premuroso. Sapeva come metterti a tuo agio senza reclamare niente. Si limitava a guardarti, niente di piu’. Ci fu persino un attimo in cui pensasti che quello di portarti a letto non fosse esattamente il suo desiderio e per quel pensiero, fosti piu’ seccata che stupita.

Un giorno, pero’, lui ruppe la consueta riservatezza e ti fece un invito.

– Domani, il professor András Róna-Tas terra’ una conferenza al Centro Culturale Stefáni. E’ uno degli storici piu’ competenti che ci siano in Ungheria. Le piacerebbe venirci?
– Non lo so… non vorrei che ci vedessero insieme. Lei mi ha detto che non sarebbe molto ortodosso…
– Non deve preoccuparsi, non ci metteremo vicini. Inoltre ci sara’ moltissima gente e nessuno fara’ caso a noi. Cosa ne pensa?
– Allora, d’accordo. A che ora?
– La conferenza inizia alle cinque. Incontriamoci un po’ prima, alla fermata del tram in Thököly utca, cosi’ che possa porgerle l’invito per entrare.

Quando uscisti dall’appartamento, il Professore ti saluto’ con l’abituale stretta di mano, ma stavolta indugio’ piu’ del solito a tenertela. Sembrava che non volesse lasciarti e tu rimanesti un istante ferma sulla porta sperando che fosse il momento in cui avrebbe reclamato quello che attendevi. Ma non lo fece.

***

La sala del Centro Culturale Stefáni dove si teneva la conferenza era gremita di gente. Non c’erano piu’ posti liberi a sedere e fosti costretta a restare in piedi, appoggiata con la schiena ad una parete. Cosi’ dovette fare anche il Professore che, dalla parte opposta della sala, ogni tanto ti cercava con gli occhi, rassicurandosi che andasse tutto bene.

La conferenza si dimostro’ una cosa noiosissima. L’argomento era “Le origini e le migrazioni degli Ungheresi” ed era trattato in maniera talmente approfondita che solo chi avesse avuto una preparazione storica ben al di sopra della tua lo avrebbe trovato digeribile, tanto che, dopo quasi due ore di quella tortura che sopportasti piu’ per compiacere il Professore che per altro motivo, decidesti d’uscire dall’edificio per respirare un po’ d’aria. Si era fatto tardi ed il sole era ormai al tramonto.

– Si sta annoiando?

La domanda del Professore ti colse di sorpresa e ti fece sobbalzare. Era uscito anche lui dietro di te, forse preoccupato di non vederti piu’ all’interno della sala. Gli rispondesti in modo sincero.

– Si’… credo di non essere ancora pronta ad affrontare conferenze del genere. Troppo specializzate. Dedicate a chi e’ uno studioso come lei e non certo ad una studentessa poco preparata come me.
– E’ colpa mia, dovevo immaginarlo che non sarebbe stato un argomento di facile comprensione per lei.
– Non ha importanza. Comunque, se vuol assistere, per me non e’ un problema. Posso restare qui fuori ad attendere che la conferenza sia terminata. E’ una serata cosi’ bella…
– No no – disse il Professore – Andiamocene, allora. Abbiamo ancora tempo per non sprecare la giornata.
– E dove andiamo?
– Se non ha impegni e se le va, potremmo andare a casa mia. Ho ancora dei Kugler avanzati. Potremmo prepararci un te’ – disse con un’inflessione nella voce che non gli avevi mai sentito – …e poi ripassare un po’ di Storia – si affretto’ a rassicurarti.
– Va bene, Professore, accetto con piacere.

Dopo poco foste per strada. Ormai si era fatto buio e l’oscurita’ vi sottraeva alla vista della gente. Camminavate affiancati. Percorreste Stefáni utca fino alla fine e vi trovaste presto davanti l’ingresso del Városliget.

– Le spiace se passiamo dal parco? E’ la via piu’ breve per arrivare a Hősök tere e da li’ potremmo prendere il metrò fino a Opera.
– Per me va bene, mi affido a lei.

Il parco, a quell’ora della sera, era quasi deserto e vi si respirava un’atmosfera misteriosa. In Olof Palme Sétány transitavano pochissime auto ed il marciapiede era illuminato da lampioni posti ad una certa distanza l’uno dall’altro e cio’ lasciava ampie zone immerse nella penombra.

– Non sono mai venuta nel parco a quest’ora. E’ cosi’ silenzioso che m’incute quasi paura.
– Ha paura anche se ci sono io che la proteggo? Oppure ha paura di me?
– No… cioe’… non volevo dire questo. Con lei sto bene – gli dicesti prendendolo sotto braccio e sorridendogli.

Quella risposta e quel gesto sembrarono rassicurarlo e subito dopo t’invito’ a lasciare il viale principale chiedendoti di seguirlo lungo un sentiero che si dirigeva lontano dal quello che doveva essere il vostro itinerario.

– Dove stiamo andando? – gli chiedesti.
– Voglio mostrarle una cosa, venga…

Dopo poco vi ritrovaste in un ampio spiazzo fra gli alberi.

– Qui ci troviamo perfettamente al centro del grande rettangolo che il parco disegna. Proseguendo in quella direzione c’e’ Vajdahunyad Vára, il Castello, mentre andando di la’ si arriva a Petőfi Csarnok, l’Auditorium. La leggenda popolare vuole che qui, quando questo luogo si chiamava ancora Ökör-dűlő, Beatrice d’Aragona, sposa del Re Mátyás Hunyadi, ci venisse con i suoi amanti mentre il consorte era sui campi di battaglia a combattere gli eserciti nemici.
– Una donna fedele… – ironizzasti.
– Poiche’ non riusciva a dare un erede al regno, sperava in tal modo, forse, di avere piu’ probabilita’… chissa’…
– E lei ha mai fatto l’amore qui, Professore? – dicesti scoprendo in te una spudoratezza che non avevi mai immaginato di avere.
– Io? No mai… finora – rispose rivelando le sue intenzioni.
– Finora… – concludesti assecondando il suo gioco.

Eri turbata ed intrigata da quella situazione e non opponesti resistenza quando lui ti bacio’. Con la schiena premuta contro la corteccia di un albero pregustasti le carezze di quelle mani che ti frugavano fra le cosce, eccitandoti.

Le lingue si cercavano, titillandosi l’un l’altra, e tu restavi col fiato sospeso mentre il respiro ti si faceva irregolare e capivi che il tuo corpo iniziava a sciogliersi. Sentisti che ti sbottonava la camicetta e poi il calore della sua mano che s’impossessava del tuo seno. Sapevi di essere in balia del desiderio ed eri consapevole che stavolta non avresti rifiutato di dare a quell’uomo cio’ che, durante tutti quei pomeriggi passati insieme, avresti voluto donargli.

Vi adagiaste sul prato e lui ti sollevo’ la gonna infilandoti una mano sotto l’elastico delle mutandine, iniziando a carezzarti con dolcezza. Il suo tocco era delicato e sentivi che, per l’eccitazione, iniziavi a bagnarti di quella rugiada dall’odore dolciastro, particolare, che e’ unico e contraddistingue ogni donna.

Eri imbarazzata per quel segno esplicito che rivelava la tua eccitazione e tenevi la testa girata da un lato per non incrociare i suoi occhi. Poi, lui stese la mano sull’elastico delle mutande come per abbassarle ma non lo fece. Ti chiese invece di toglierle, e tu gli obbedisti. Senza parlare sollevasti il bacino e, facendotele scivolare sopra le autoreggenti, le sfilasti oltre le caviglie. Poi, senza che te lo chiedesse, divaricasti le gambe in un esplicito gesto d’invito. Lui s’inginocchio’ ed immerse il volto fra le tue cosce, respirando a lungo l’odore di quel fiore prima di inumidirlo con la lingua, fino a che le sue labbra si mescolarono al tuo nettare.

Continuo’ a baciarti senza decidersi ad andare oltre, rendendo piu’ forte il desiderio che avevi d’essere penetrata e, mentre lo faceva, ti accarezzava il seno sfiorando i capezzoli con i polpastrelli delle dita. Eri in estasi e sapevi che non avresti resistito a lungo. Quando raggiungesti l’apice, istintivamente, cercasti di chiudere le cosce, ma lui te l’impedi’ servendosi della forza delle braccia. Fino a quando, sommersa da ondate di piacere, inarcandoti gli facesti assaporare il tuo orgasmo.

Alla fine restasti li’, aggomitolata in posizione fetale, a goderti gli ultimi sussulti di piacere che ti scuotevano il corpo.

***

Arrivo’ l’estate e con essa giunse a termine anche l’anno scolastico. Fosti promossa a pieni voti e premiata per l’impegno che avevi profuso in quei lunghi pomeriggi trascorsi a casa del Professore che, da quella sera nel parco, non smise mai di considerarti la sua allieva migliore.


« Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente Lo la mattina, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita. » (Vladimir Vladimirovič Nabokov – Lolita)

OKNotizie Vota questo post su OKNotizie!

Annunci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: