Márió, a varázsló – Una favola d’amore e follia


Ci sono alcune domande che in questi giorni, complice anche una discussione su MenteCritica, stanno ronzando nella mia testa. Quante volte, anche davanti all’evidenza dei fatti, abbiamo perso la testa per un amore non ricambiato? E quando si e’ innamorati di qualcuno, quante volte c’inventiamo sguardi e segnali che non esistono, ma ci fanno stare bene? Le delusioni amorose, i sogni infranti, le pene che proviamo per il nostro sentimento non corrisposto, sono davvero attribuibili all’altra persona oppure e’ solo la nostra errata valutazione, la nostra voglia d’illuderci, il nostro assegnare valori e significati immeritati la vera causa della sofferenza?

Ungheria 1990. E’ appena caduto il comunismo. Un tranquillo ed abulico paesino che vive d’agricoltura. Gli uomini al lavoro oppure nullafacenti che passano le giornate a bere alla taverna del paese e le donne dedite ad accudire alla casa. L’atmosfera noiosa e lenta del paesino cambia allorquando giunge Gerardo per aprire una fabbrica di scarpe, intenzionato ad assumere quasi tutte le donne del paese sfruttando l’economica manodopera locale.

L’imprenditore italiano arriva in paese ascoltando Celentano e Toto Cotugno a bordo di un’Alfa Romeo ed attira subito su di se’ l’attenzione della piccola comunita’, conquistando le simpatie di tutti, ma soprattutto delle donne, che vedono in lui la possibilita’ di un lavoro lontano dagli obblighi domestici, per le quali quell’impiego sicuro, che dopo una vita da contadine le fa sentire finalmente persone rispettate, anche se sottopagato e’ il miraggio dell’emancipazione a scapito dei loro mariti.

Veronika, sposata e con figli, carina e formosa, piena d’energia ed intelligente, all’inizio resta del tutto indifferente quando riceve le prime notizie dello stabilimento dall’esuberante Heléna, la sua amica chiacchierona. Lei e’ sempre stata diversa dalle sue compaesane. Sente di desiderare qualcosa in piu’ dalla vita, eppure non sa esattamente cosa. Un giorno pero’, tornando dalla passeggiata in riva al fiume, viene in qualche modo coinvolta e trascinata dall’incanto di una possibile nuova esistenza, ed entra a lavorare nel calzaturificio diventando la piu’ brava, la piu’ affidabile lavoratrice.

Il suo corpo rifiorisce, la sua anima si libera. Soprattutto quando a dirigere la fabbrica arriva il proprietario della catena di calzaturifici, Mario, aristocratico, elegante, misterioso, gentile e premuroso il quale si accorge presto della vena creativa di Veronika e la nomina responsabile del reparto.

Veronika inizia cosi’ a credere d’essere la sua preferita. Le altre operaie la invidiano, ma per la prima volta da quando e’ nata si sente apprezzata. Quella giacca rossa, simbolo del suo incarico, rappresenta la sua corona da reginetta di bellezza, la sua medaglia d’oro, il gradino piu’ alto del podio.

Nella sua vita, pero’, c’e’ sempre maggior discordanza tra suo marito, Gyula, che non le chiede altro che la cena pronta, che non nota i suoi vestiti nuovi ed il suo cambiamento, e Mario, che la gratifica, la apprezza, le parla, e si fida di lei al punto di affidarle persino le chiavi della sua casa perche’ curi le sue piante mentre lui e’ via. E Veronika, progressivamente, fatalmente, s’innamora pazzamente, in modo ossessivo, convinta di essere ricambiata…

Ma Mario non c’e’, e’ in viaggio. Non puo’ accorgersene. Non si accorge di come lei cura il suo studio, di come accudisce le sue piante, e neppure si accorge delle cene a lume di candela che Veronika organizza nella sua casa tra lei ed un immaginario Signor Mario che esiste solo nella sua mente. In breve l’amore diventa psicosi, follia che conduce giu’ nel baratro dell’alienazione mentale e Veronika arriva persino a salutare tutte le sue amiche, convinta che Mario tornera’ per portarla via con se’, in Italia, dove la trattera’ come una principessa e le fara’ vivere una straordinaria storia d’amore.

Ma quando Mario torna non e’ per coronare il sogno d’amore di Veronika. Ha deciso di trasferire la produzione in Ucraina dove i costi della mano d’opera sono minori. Cosi’, dopo un ultimo confronto con Mario al quale Veronika si reca, incurante delle chiacchiere del paese, indossando un vestito molto seducente, durante il quale viene maltrattata di fronte a tutti ed umiliata anche nella sua femminilita’, la fabbrica viene smantellata e con essa se ne vanno le speranze ed i sogni di una donna che, vedendosi privata di tutto, commettera’ un atto tremendo…

Mario il Mago (Márió, a varázsló) e’ un film che parla d’illusioni, d’evanescenza, di miraggi, le cui vittime sono innanzi tutto le donne di cui Veronika e’ il simbolo. Sedotta ed abbandonata due volte: la prima volta dalle speranze illusorie del capitalismo e la seconda volta dall’uomo che fino alla fine rappresentera’ quell’ideale al quale lei attribuira’ una sensibilita’ a lui estranea. Una figura che ai suoi occhi avrebbe dovuto emanciparla da una condizione familiare stagnante e monotona e che invece lei, morbosamente ed ossessivamente, investira’ di un significato destinato ad essere disatteso, e che finira’ per condizionarle la psiche in modo irreversibile.

Il regista ungherese Almási Tamás, puntando tutto sul personaggio di Veronika pone al centro della storia l’interiorita’ di una donna ed affonda i denti nei suoi sentimenti, nei suoi sogni, nelle sue paure e ci racconta il suo dramma, il cambiamento del suo carattere, la sua follia e la straordinaria passione del suo amore.

Un film tutto al femminile, dunque, dove sono le donne le vere protagoniste di questa favola agrodolce poiche’ ne svela l’animo e i desideri piu’ nascosti, le cui chiavi di lettura possono essere molteplici ma che devono essere interpretate tenendo conto del momento storico e del retroterra in cui si svolge. Una storia nella quale ho ritrovato molte di quelle atmosfere che anch’io ho vissuto.

Come femminile e’ la costruzione stessa della sceneggiatura che segue un ritmo ascendente: inizia molto lentamente e ci mette del tempo prima di catturare pienamente l’attenzione, raggiungendo l’apice negli ultimi minuti del film dove la musica e la regia, che diventano dinamiche e frammentate, e l’eccezionale prova della protagonista si accumulano e si fondono, per emozionare e travolgere gli spettatori nella psicosi di questa donna.

Interpretato da una Nyakó Júlia splendida, la cui sensibilita’ riesce ad entrare sotto la pelle, il film, che andrebbe visto in lingua originale sottotitolato poiche’ l’unica carenza evidente e’ nel modo in cui e’ stato doppiato, e’ una storia vera che prende in prestito il titolo da una novella di Thomas Mann e l’ispirazione da un racconto di Halász Margit, ed e’ stato girato ad Abaújvár, un piccolo paese di appena trecento abitanti situato nei pressi del confine con la Slovacchia, non lontano dalla mia Tokaj.

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