Basta il pensiero


Si avvicina il Natale…

No no, non e’ una minaccia. E’ un fatto. Il Natale ci cade addosso con tutta la sua pesantezza e ci costringe ad affrontare cio’ che, soprattutto nella “prosperita’” economica nella quale ci si muove quest’anno, vorremmo ad ogni costo rimandare. Fin dal momento in cui vediamo comparire le decorazioni natalizie ed iniziamo a sentire le prime note di “Jingle Bells”, sappiamo che prima o poi dovremo fronteggiare l’assillante dilemma: che cavolo di regalo faremo alle persone care?

Si’ perche’ non si tratta solo di sborsare sempre piu’ quattrini per via dell’aumento sconsiderato dei prezzi, ma ci si deve anche stressare per trovare il regalo giusto senza cadere ne ripetitivo e nello scontato. Ed ogni anno che passa diventa sempre piu’ difficile perche’ “il regalo giusto” credevamo di averlo trovato un anno fa.

Un cugino di mia madre aveva risolto il problema. Ad ogni Natale ci regalava un set di saponette colorate; uno a me ed uno a mia madre. Identici. Cambiava solo la combinazione cromatica. Non ho mai capito se facesse il commerciante di saponette o altro, in quanto pareva che ne avesse una scorta pressoche’ infinita, e per noi era diventato “quello delle saponette”. Ad essere sincera, alla fine neppure lo scartavamo piu’ il suo pacchetto. Lo prendevamo intonso e lo “regalavamo via”. Cioe’, insomma… lo riciclavamo. Ma dovevamo fare molta attenzione a cambiare ogni anno i destinatari per non diventare a nostra volta “quelle delle saponette”.

Comunque quella di riciclare i regali non e’ un’abitudine diffusa solo in Ungheria. Infatti da un sondaggio condotto da Contribuenti.it emerge che ben un italiano su quattro il prossimo Natale riciclera’ i regali: per abitudine, per vendetta perche’ l’anno prima non ha ricevuto un regalo adeguato al suo, per far posto negli armadi o per la pigrizia di non dover andare in giro per i negozi. Ma soprattutto per ristrettezze economiche.

Pensando a questa bizzarra usanza, diffusa un po’ ovunque e che ci accomuna indipendentemente dal fatto che si viva in Italia, in Ungheria, in Russia o in qualsiasi altra parte del mondo, mi viene in mente una divertente novella di Čechov che vorrei fosse il mio regalo di Natale per tutti voi.

In fondo, come si dice: basta il pensiero.

Un’opera d’arte

Tenendo sotto il braccio qualcosa avvolto nel n. 223 della “Gazzetta della Borsa”, Sascia Smirnòv, figlio unico di mamma sua, fece un viso agro ed entrò nel gabinetto del dottor Koscelkòv.

– Ah, caro ragazzo!- l’accolse il dottore. – Be’, come ci sentiamo? Che mi direte di bello?

Sascia batté gli occhi, si pose una mano sul cuore e disse con voce agitata:

– La mammina vi saluta, Ivàn Nikolaievic’, e ha detto di ringraziarvi… Io sono l’unico figlio della mamma e voi m’avete salvato la vita… m’avete guarito da una grave malattia, e… noi tutt’e due non sappiamo come ringraziarvi.

– Basta, ragazzo! – interruppe il dottore, fondendo dal piacere. – Io ho fatto soltanto ciò che ogni altro avrebbe fatto al mio posto.

– Io son l’unico figlio di mamma mia… Noi siam gente povera e, certo, non possiamo ripagare le vostre fatiche, e… ne siamo assai mortificati, dottore, benché, del resto, la mammina ed io… unico figlio suo, vi preghiamo vivamente d’accettare in segno della nostra gratitudine… ecco, questa cosa che… E’ una cosa di gran valore, di bronzo antico… una rara opera d’arte.

– Mal fatto! – il dottore fece una smorfia. – Be’ perché questo?

– No, per favore, non rifiutate, – continuò a mormorare Sascia, svolgendo l’involto. – Offendereste col vostro rifiuto me e la mammina… E’ una cosa bellissima… di bronzo antico… Essa ci pervenne dal babbo buon’anima e noi la custodivamo come un caro ricordo… Il mio babbo acquistava bronzi antichi e li vendeva agli amatori… Adesso la mammina ed io ci occupiamo della stessa cosa…

Sascia cavò fuori l’oggetto e lo posò solennemente sulla tavola. Era un candelabro poco alto, di vecchio bronzo, d’artistica fattura.

Raffigurava un gruppo: sul piedestallo stavano due figure femminili nel vestito di Eva e in pose per descriver le quali non mi basta né l’ardire, né il temperamento adeguato. Le figure sorridevano civettuole e, in generale, il loro aspetto era tale che, se non avessero avuto l’obbligo di reggere il candeliere, pareva che avrebbero fatto un balzo giù dal piedestallo e combinato nella stanza un baccanale a cui, lettore, sarebbe indecente anche pensare.

Dato uno sguardo al regalo, il dottore si grattò lentamente dietro l’orecchio, fece un raschio e, incerto, si soffiò il naso.

– Sì, è una cosa veramente bellissima, – borbottò, – ma come esprimermi? non è… è troppo poco letteraria… Questa, già, non è scollacciatura, ma il diavolo sa che cosa…

– Cioè, perché poi?

– Lo stesso serpente tentatore non avrebbe potuto immaginare nulla di peggio… Vedete, mettere sulla tavola una simile fantasmagoria vuol dire profanare tutta la casa!

– In che strano modo, dottore, considerate l’arte! – s’offese Sascia. – Ma questa è una cosa artistica, guardatela! C’è lì tanta bellezza ed eleganza, che un senso di reverenza riempie l’anima e le lacrime vengono in gola! Quando vedi una tal bellezza, dimentichi ogni cosa terrena… Guardate quanto movimento, che massa d’aria, d’espressione!

– Tutto ciò lo capisco benissimo, mio caro, – interruppe il dottore, ma io, vedete, sono un uomo di famiglia, qui da me corrono i bimbetti, vengono delle signore.

– Certo, se si guarda dal punto di vista della folla, – disse Sascia, – allora, certo, questa cosa altamente artistica si presenta in un’altra luce… Ma, dottore, siate al disopra della folla, tanto più che col vostro rifiuto amareggereste profondamente me e la mammina. Io son l’unico figlio di mamma mia… voi m’avete salvato la vita… Noi vi diamo la cosa per noi più preziosa, e… e io rimpiango soltanto che voi non abbiate il riscontro per questo candelabro…

– Grazie, colombello, io vi sono molto grato… Salutate la mammina, ma, in fede mia, giudicate voi stesso, qui da me corrono i bimbetti, vengono delle signore… Be’, del resto, rimanga pur qui! Tanto a voi non si fa capir la ragione.

– E non c’è niente da far capire, – si rallegrò Sascia. – Questo candelabro mettetelo qui, ecco, vicino a questo vaso. Che peccato che non ci sia il paio! E’ un tal peccato! Be’, addio, dottore.

Uscito Sascia, il dottore guardò a lungo il candelabro si grattò dietro l’orecchio e rifletté.

«Una cosa superba, non si discute», pensava, «e buttarla via rincresce… Ma lasciarla in casa mia è impossibile… Uhm!… Ecco un problema! A chi regalarla od offrirla?».

Dopo lunga riflessione, si ricordò d’un suo buon conoscente, l’avvocato Uchov, verso il quale era in debito per la trattazione d’una causa.

– Benissimo, – concluse il dottore. – Per lui, come conoscente, è imbarazzante prender da me del denaro e sarà una cosa molto corretta, se gli farò dono dell’oggetto. Porterò dunque a lui questa diavoleria!

A proposito, lui è scapolo e spensierato…

Senza rimandare alle calende greche, il dottore si vestì, prese il candelabro e si recò da Uchov.

– Salve, amico! – diss’egli, avendo trovato l’avvocato in casa. – Eccomi da te… Son venuto a ringraziarti, caro, per le tue fatiche…

Denaro non ne vuoi prendere allora accetta almeno questa cosetta…

ecco qui, mio caro… La cosetta è una magnificenza!

Veduta la cosetta, l’avvocato fu colto da un entusiasmo indescrivibile.

– Questa sì è una trovata! – si mise a rider forte. – Ah, che il diavolo lo scortichi quell’artista, solo i diavoli possono avere una trovata simile! Stupendo! Delizioso! Dove ti sei procurato un tal gioiello?

Dato sfogo al suo entusiasmo, l’avvocato volse un’occhiata timorosa all’uscio e disse:

– Tu però, caro, portati via il tuo regalo. Io non lo accetto.

– Perché? – si spaventò il dottore.

– Ma perché… Qui da me viene mia madre, i clienti.. e anche davanti alla servitù ci ho scrupolo.

– Ni-ni-ni.. Non oserai rifiutare! – agitò le mani il dottore. – E’ una porcheria, da parte tua! E’ una cosa artistica… quanto movimento… quanta espressione… Non voglio nemmen parlare!

M’offenderai!

– Almeno fosse verniciato, o vi si appiccicassero delle foglioline di fico…

Ma il dottore si mise ad agitar le mani anche più di prima, corse fuori dall’appartamento di Uchov e, contento d’aver saputo disfarsi del regalo, andò a casa…

Uscito lui, l’avvocato osservò il candelabro, lo toccò con le dita da tutte le parti e, al pari del dottore, a lungo si lambiccò il cervello intorno al problema: che far del regalo?

«E un oggetto bellissimo», ragionava, «gettarlo via rincresce, e tenerlo in casa è sconveniente. La miglior cosa è regalarlo a qualcuno… Ecco che cosa, stasera porterò questo candelabro al comico Sciaskin. A quella canaglia piacciono simili cosette, e, a proposito, oggi è la sua beneficiata… ».

Detto, fatto. A sera il candelabro, involtato con cura. fu recato al comico Sciaskin. Tutta la serata il camerino del comico fu preso d’assalto da uomini che venivano ad ammirare il regalo; per tutto il tempo il camerino fu pieno di un entusiastico brusio e di risate simili a nitriti cavallini. Se qualcuna delle attrici s’avvicinava alla porta e domandava: «Si può?», subito s’udiva la voce rauca del comico:

– No, no, “màtuska”! Non sono vestito!

Dopo lo spettacolo il comico si stringeva nelle spalle, allargava le braccia e diceva:

– Be’, dove caccerò questa schifezza? Io, già, abito in casa privata!

Da me vengono le artiste! Questa non è una fotografia, non puoi nasconderla in un cassetto!

– E voi, signore, vendetela, – gli consigliò il parrucchiere, svestendo il comico.-Qui nel sobborgo vive una vecchia che acquista bronzi antichi… Andateci e chiedete della Smirnòv… Tutti la conoscono.

Il comico gli diede retta… Di lì a un paio di giorni il dottor Koscelkòv era seduto nel suo gabinetto e, puntatosi un dito in fronte, stava pensando agli acidi biliari. A un tratto s’aprì l’uscio e nel gabinetto entrò di volo Sascia Smirnòv. Egli sorrideva, raggiante, e tutta la sua figura spirava felicità… Nelle mani teneva qualcosa, avvolto in un giornale.

– Dottore!- cominciò ansando. – Figuratevi la mia gioia! Per vostra fortuna c’è riuscito d’acquistare il riscontro per il vostro candelabro!… La mammina è così felice… Io son l’unico figlio di mamma mia… voi m’avete salvato la vita…

E Sascia, tremando per un sentimento di gratitudine posò davanti al dottore il candelabro. Il dottore spalancò la bocca, voleva già dir qualche cosa, ma non disse nulla: gli si era paralizzata la lingua.

Anton Pavlovič Čechov</span


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