Una zingara come me


Ha 32 anni, adora i bambini, ama la sua gente, ha studiato e si e’ laureata. A chi le chiede: “Se avessi dei bambini li manderesti a chiedere l’elemosina?” Lei risponde: “Certo se avessi problemi economici, e se mi trattassero male come oggi vengono trattati gli zingari, allora non mi farei scrupoli”.
E’ Dijana Pavlović, attrice di etnia Rom che dal 1999 vive e lavora a Milano.

«Internet e’ una delle mie passioni, passo molto del mio tempo libero al computer. Cerco informazioni per me, faccio ricerche per il mio lavoro, su teatro e scrittori. Anche sui Rom, internet e’ uno dei pochi luoghi dove trovare notizie, senza doversi perdere nell’informazione pilotata o di parte. Detto cosi’, sembra quasi ingenuo, ma sono convinta che internet e i blog siano ormai l’unica maniera per capire qualcosa e trovare le informazioni che altrimenti non passano ai telegiornali. Dove la trovi altrimenti la lista delle cinquanta persone condannate in via definitiva e sedute in Parlamento. Dove gli ultimi tagli del ministero alla scuola?
Il problema non e’ la troppa informazione, ma di trovare qualcosa che vada fuori dai soliti binari. Tutti vogliono subito una “verita’ pronta”, abbiamo poco tempo e invece il tempo serve se vuoi farti un’opinione. Meglio molta informazione che nessuna!»

Quando ho letto la sua intervista (datata 12 gennaio 2006) non sono rimasta particolarmente sorpresa; donne come lei ne ho conosciute, e per tutte provo una forte affinita’ elettiva, qualcosa che ritengo sia da attribuirsi al legame genetico e culturale, per cui credo che chi possiede quella qualita’ stupenda che e’ la curiosita’, trovera’ interessante conoscere la storia di questa zingara che, per certi versi, per cio’ che si puo’ intuire dalle sue parole un po’ mi assomiglia. D’altronde ho sempre detto che fra la professione di escort e quella di attrice non esiste una sostanziale differenza .

Cosi’ e’ iniziata la lunga chiacchierata con Dijana Pavlović. La prima domanda, rotto il ghiaccio, e’ stata quella di raccontare qualcosa di se’.

«Sono nata nel 1976 a Vrnjačka Banja, un comune di 200.000 abitanti nel centro della Serbia, molto noto per le terme, a 200 km. da Belgrado. I miei genitori sono Rom, ma da generazioni vivevano con la comunita’ serba.
I miei nonni erano molto piu’ legati alla cultura e alla lingua, mio nonno era maniscalco un’occupazione tradizionale tra i Rom. I miei genitori invece si erano affrancati dalla tradizione, erano andati a scuola: mia madre aveva studiato elettrotecnica, mio padre dirigeva un piccolo negozio.
Ho passato la mia prima infanzia con il comunismo, che verso i Rom era molto, come dire, “protettivo”: i principi erano quelli di fratellanza, uguaglianza, liberta’, il razzismo non era tollerato, i libri erano passati dallo stato.
Io ero l’unica Romni’ della scuola. Li’ sono venuta a conoscenza della mia origine, quando a 7 anni una mia compagna di classe mi ha detto: “Oggi tu hai avuto il voto piu’ alto, ma resti una zingara!”. Tornata a casa, ho quasi “torturato” i miei genitori perche’ mi spiegassero perche’ quella bambina mi avesse parlato cosi’ e mia madre mi disse: “C’e’ una cosa peggiore di esser zingari: essere maleducati!”
E’ stata una cosa che ha deciso la mia vita. Da allora mi sono sempre imposta di essere “la piu’ brava” in tutto. Ho poi frequentato il liceo scientifico, e mi sono diplomata che ero gia’ iscritta all’Accademia di Arte Drammatica di Belgrado, unica Rom iscritta. Mi sono laureata.»

Come sei arrivata in Italia?

«Nel frattempo, c’era stato il collasso del comunismo e il difficile passaggio alla democrazia, con la conseguente crisi economica, battaglie politiche, proteste degli studenti. Io vivevo da sola a Belgrado e la vita era sempre piu’ difficile.
Durante un festival internazionale, ho conosciuto Claudio, il mio futuro marito, un italiano.
Era un periodo molto confuso, e nel 1999 sono venuta in Italia. Mi sono sposata qua.
Arrivata in Italia, parlavo serbo e inglese. Cosi’ l’italiano l’ho studiato qua.
Dopo 3 mesi che ero in Italia, sono iniziati i bombardamenti in Serbia. E’ stato il periodo piu’ brutto della mia vita: mio padre era al fronte e io sempre al telefono per avere notizie. Con difficolta’ ho iniziato anche a lavorare in teatro.»

Come stanno i tuoi?

«Tutti salvi, per fortuna. Ma il paese e’ distrutto, manca il lavoro. Inoltre, il razzismo che prima era sconosciuto, e’ esploso con violenza, soprattutto in Vojvodina, dove studia mio fratello. Lui e’ molto piu’ scuro di me, e mi raccomando sempre che stia attento.»

Come sono stati i primi tempi in Italia?

«Problemi: forse il fatto di essere serba in Italia, proprio mentre la Serbia era accusata di crimini internazionali e io passavo il mio tempo al telefono con la preoccupazione per i miei sotto le bombe…
Sposando un attore, frequentando quell’ambiente, non ho mai avuto problemi di razzismo. Qualche difficolta’ e’ subentrata dopo, continua anche adesso, quando dico che sono Rom.
Le mie radici avevo cominciato a riscoprirle in Serbia, come reazione ai miei che se ne erano dimenticati, rivendicavo l’orgoglio di essere Rom, le cose belle della mia origine.»

Regalane qualcuna ai lettori.

  • Il temperamento, l’anima, la personalita’: improvvisare l’allegria anche nei momenti piu’ tristi, questo mi aiuta molto nel lavoro (e anche nella vita);
  • vivere una situazione schizofrenica in un ambiente estraneo: integrazione totale e crisi di identita’;
  • vivere le passioni: gli occidentali tendono a contenersi e a mantenere un atteggiamento di facciata. Ma anche il senso del sopravvivere, sono convinta che questo fa parte del patrimonio genetico di tutti, ma in occidente la gente e’, come dire, “iperprotetta” e non ha piu’ questo senso di sopravvivenza;
  • infine, mi piace il mio aspetto fisico, gli occhi…

«Mantengo l’adattabilita’ classica del Rom, ma sono molto rigida nei miei principi. So di non confondere il recitare con la vita reale: a teatro usi una tecnica, hai un copione. Quando hai davanti una persona, non puoi nasconderti.»

Reciterai a Milano, con un pezzo impegnativo sulla Porrajmos.

«E’ un’idea che si è formata man mano, sino a coinvolgermi totalmente.
Nel 2000 ho fatto un progetto assieme a mio marito Claudio Migliavacca: abbiamo portato in Italia una raccolta di poesie popolari e d’autore dei Rom serbi, che ho tradotto in italiano. Le abbiamo presentate nello spettacolo teatrale “Sentiero color cenere” (che poi sarebbe il colore dei Rom di Serbia). Li’ e’ cominciata anche la collaborazione col gruppo musicale dei Rhapsodija Trio.
Lo spettacolo trattava i temi fondamentali della cultura rom: i bambini, il rapporto con dio e la morte, i cavalli, il viaggio, la criminalita’ (perché no?), la magia…
Una volta, abbiamo invitato Maurizio Pagani e Giorgio Bezzecchi dell’Opera Nomadi di Milano, e poi ci siamo persi di vista. Ci siamo reincontrati nuovamente alla registrazione di una trasmissione televisiva. Li’, ha preso vita l’idea di “Porrajmos, voci di uno sterminio dimenticato”.
Lo scopo e’ raccontare la verita’, farsi sentire, perche’ ancora nessuno ne sa niente, o addirittura c’e’ chi nega che sia successo. Mio marito e io abbiamo voluto correre il rischio di raccontare.
Sono due storie: quella di Barbara Richter, una bambina rom della Repubblica Ceca portata ad Auschwitz. Maurizio Pagani aveva trovato questa storia su Lacio Drom e mi aveva proposto di leggerla per vedere se andava bene.
La storia di Barbara Richter, viaggia accanto a quella di Mile, un bambino rom yugoslavo, sepolto come molti in quell’epoca, in una fossa comune. Mile l’ho incontrato e tradotto in italiano da un racconto di Miroslav Antić, che in quel periodo viveva accanto alla Mahala.
La sfida era: come affrontare un testo cosi’ difficile e pesante? Cercando di restituire anche il sentire di un bambino rom ad Auschwitz: si fissavano su alcuni giochi per evadere con la fantasia. E’ stata la strada per parlare della mia cultura, della poesia: Barbara che con un mucchio di fango costruisce un pupazzo, e il pupazzo diventera’ uno zingaro, che sara’ un grande musicista conosciuto in tutto il mondo. Il musicista immaginario che l’aiutera’ nei momenti piu’ brutti, un pupazzo di fango nella tasca della sua divisa e le raccontera’ di centauri e cavalli…
Ultima cosa: e’ una lettura spettacolo, dove oltre che le due storie c’e’ anche la parte legata alla Storia, si percorre il momento storico, anno per anno, (un po’ come un documentario). Le due recite sono accompagnate da diapositive e musiche dal vivo. E non dimenticate che Giorgio Bezzecchi leggera’ le poesie in lingua romanès.
Dura un’ora, all’origine molto di piu’, ma è stato necessario procedere a molti tagli, anche dolorosi.
L’idea era di arrivare dai campi di sterminio ai campi nomadi di oggi. Vedremo se ce l’abbiamo fatta.»

La II guerra mondiale ha toccato anche la tua famiglia?

«Sai che tra di noi, soprattutto tra i piu’ anziani, c’e’ ancora reticenza e vergogna a parlarne. Mio nonno non ha mai voluto farlo.
So che dove vivevano allora i miei, i tedeschi giravano la notte a fucilare i Rom. C’era un dottore di un paese vicino al mio. Ancora oggi ogni anno tutti i Rom gli portano i fiori sulla tomba, perche’ in periodo di guerra, proprio all’ingresso della Mahala, lui scrisse un cartello in tedesco: “ATTENZIONE, C’E’ LA PESTE”, salvando la vita agli abitanti.»

Sei anche mediatrice culturale.

«E’ capitato durante le prove di teatro. C’era l’opportunita’ di lavorare nella scuola.
Sto con i bambini in classe, anche se il ruolo non mi e’ ancora del tutto chiaro. Devo coinvolgere tutti, sia nello studio che nella ricreazione. Mi piacerebbe fare un laboratorio teatrale, ma e’ prematuro, incombono le esigenze primarie: studiare e la frequenza.»

Ti e’ mai capitato di trasmettere quel tuo sentimento di quando eri bambina: dimostrare sempre che eri piu’ capace e piu’ determinata?

«Vedi, gia’ allora me lo ero imposto, e non lo rinnego. Ma questa scelta mi ha comportato anche un prezzo alto da pagare, e oggi non mi sento di dare la stessa responsabilita’ ai bambini che si trovano in quella situazione.
La situazione in Italia e’ terribile per loro e c’e’ bisogno di investire, sui bambini e sull’istruzione. Una via bisogna trovarla: Rom, Italiani, chi puo’.»

Per finire, lo spettacolo sulla Porrajmos sara’ presentato anche in altre citta’ oltre Milano?

«Questo, bisognera’ chiederlo a Pagani. Io voglio “portarlo” al 24 gennaio come si deve. E non e’ facile, perche’ l’ho vissuta molto questa recita, come una parte di me, che va oltre il momento storico.»

Annunci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: