Rapsodia Ungherese


Dicono fosse unica. Capelli neri come la notte e pelle chiara come la luna, cosi’ morbida e liscia al tatto da sembrare seta, seno piccolo ma perfetto, sodo e dai capezzoli impudenti, mani delicate dalle lunghe dita, e occhi che quando si accendevano illuminavano d’azzurro tutto intorno. Sapeva cio’ che, del suo corpo piaceva e faceva impazzire gli uomini che incontrava. Il fondoschiena perfetto, le lunghissime gambe, dritte e ben disegnate, levigate e morbide alle carezze, le caviglie sottili, e poi i piedi, egizi, dalle dita affusolate e con le unghie sempre curate. Tatuate fra l’alluce e l’illice qualcuno giura di avervi letto le iniziali del suo vero nome, e c’e’ chi la ricorda con nostalgia e desiderio, ed ancora e’ convinto di essere stato innamorato di lei, anche se non di amore si trattava, ma solo di sesso.

Avevamo cenato nel ristorante e dopo esserci soffermati sul ponte ad osservare le luci di Esztergom, ci ritirammo in cabina. Assaporai una doccia fresca e rilassante poi, avvolta in un asciugamano, mi allungai sul letto accanto a lui, facendomi cullare dal gradevole rollio della nave che scivolava sul Danubio. Saremmo giunti a Bratislava il mattino seguente, ma ancora per quella notte avrei ascoltato la musica che solo le mie orecchie potevano udire. Rapsodie lontane che giungevano da est, e che facevano affiorare i ricordi e le parti piu’ intime di me.

Non era la prima volta che lo incontravo. All’inizio erano appuntamenti brevi, consumati in una camera d’hotel, ma in seguito m’aveva chiamata sempre piu’ spesso, ogni volta per incontri di durata maggiore. Gli appuntamenti erano diventati week end, e piu’ la conoscenza e la confidenza aumentavano, piu’ mi sentivo rilassata quando stavo con lui.

Mentre con la bocca cercava le mie labbra, mi sussurrava parole dolcissime. Poi respiro’ la mia pelle fresca e profumata, ancora leggermente umida, accarezzandomi le gambe, lentamente, e traendo piacere da quel contatto. Mi liberai dell’asciugamano offrendomi alle sue carezze, e quando dalle gambe la sua mano, risalendo il mio corpo arrivo’ al mio seno, lo bloccai e, con un sorriso malizioso, gli chiesi di restare fermo accanto a me, ad osservarmi.

Anche se ero una puttana ci mettevo passione in quello che facevo. Da come rendevo quei momenti unici e speciali dipendeva il mio successo, ma anche mi intrigava farlo con chi, come lui, mi piaceva. A volte la membrana che separava la escort dalla donna era talmente sottile che la cosa mi spaventava e mi affascinava allo stesso tempo. Sapevo che vivere in quel modo esasperato, a volte morboso, dipendeva solo dalla mia smania di assaporare quella strana liberta’ fatta di denaro, avventura e potere. Tutto cio’ era compenetrato in me. Oppure, quello, era semplicemente il mio destino.

Adoravo portare le situazioni al limite, e condurre il gioco fino al punto di non ritorno, laddove i sensi prendono il sopravvento sulla ragione, e la annientano totalmente. E poi mi piaceva da impazzire farmi guardare. Mi misi seduta sul letto, e dal cassetto del comodino presi la boccetta dello smalto rosso.

Mentre lui mi osservava ipnotizzato iniziai a decorarmi le unghie dei piedi. Applicavo lo smalto con gesti lenti ed attenti, come se suonassi uno strumento la cui melodia si fondeva con la rapsodia che avevo nella testa. Ogni tanto sollevavo lo sguardo, e notavo la sua spudorata eccitazione.

Terminato il lavoro di decorazione controllai che il risultato fosse perfetto, poi gli chiesi di soffiare sullo smalto per farlo asciugare piu’ rapidamente e lui, come in estasi, accosto’ la bocca e inizio’ a soffiare dolcemente, unghia dopo unghia, come se soffiasse in un flauto traverso.

Mentre mi asciugava le unghie con i suoi respiri gli regalai un attimo la mia mano, solo il tempo di togliere completamente dal fodero di pelle che solo parzialmente lo ricopriva, quel clarinetto che ormai lui non riusciva piu’ a contenere, ed in quel breve istante mi parve di avvertire un brivido che gli percorse la schiena, e che quasi lo stordi’.

Era un gioco che mi piaceva. Volevo torturarlo dolcemente, ma con un pizzico di sadismo fino a fargli perdere la ragione. E solo quando lui non fosse piu’ stato in grado di controllarsi, allora, mi sarei concessa completamente, come la piu’ appassionata e disinibita delle amanti.

Presi quindi il flacone dell’olio per massaggi che sempre portavo con me ed iniziai a versarmelo sulle gambe, sorridendo e godendo di quello straordinario potere che sapevo di avere. Le mie mani scorrevano e spalmavano l’olio stendendolo delicatamente. Prima le cosce, poi le ginocchia, i polpacci, le caviglie… e la pelle diventava lucida e scivolosa.

Poi mi dedicai ai piedi, ungendo prima il tallone e la pianta, poi il dorso e le dita, il cui rosso dello smalto, ricoperto di olio, appariva ancora piu’ vivo e brillante. Eccitato lui seguiva con gli occhi le lente evoluzioni delle mie mani sui miei piedi. Capivo che avrebbe voluto baciarli, leccarli, succhiando ogni dito uno ad uno, ma non poteva farlo. Almeno non fin quando quel mio gioco fosse terminato.

Scivolando mi accarezzavo la pelle che, irrorata d’olio, s’illuminava alla tenue luce della cabina. Le mie dita correvano come sui tasti di un pianoforte invisibile, e si esibivano in un lassan in Mi maggiore che diventava sempre piu’ inebriante. Anche io stavo eccitandomi. Sentivo ormai il cuore in gola che batteva al ritmo di quella rapsodia, e con la lingua mi assaggiavo di tanto in tanto le labbra diventate aride, mentre le perle del mio piacere si mischiavano all’olio all’interno delle mie cosce.

Incontro’ il mio sguardo ed in un impercettibile segno di assenso vi lesse la mia approvazione, quindi accosto’ la bocca ad un piede e, con la lingua, percorse quasi impazzito la pelle cosparsa di olio, ma giunto alla caviglia si fermo’, torno’ a dedicarsi alle dita e prese a succhiarmi l’alluce con la stessa veemenza che di solito io mettevo nel succhiare altro.

Ero liquida, colavo di piacere, gemevo e con le dita pizzicavo le corde di una viola che emetteva suoni sempre piu’ soavi. Poi lui mi si inginocchio’ di fronte, con il clarinetto che pareva pronto per essere suonato, ma furono i miei piedi che cercarono il contatto con quello strumento musicale e, posandovi sopra le dita smaltate di rosso, lo abbracciai nella mia carne. Usai i piedi, abilmente, sprofondandolo nell’abisso del godimento mentre la mia mano, fuori e dentro di me, si muoveva al ritmo della friska che a quel punto inondava la mente di entrambi.

Raggiungemmo il finale in un crescendo, contemporaneamente. Sentii il suo caldo piacere schizzarmi sui piedi, sulle caviglie, sui polpacci, ricoprirmi le dita e le unghie laccate e poi, mentre il mio corpo era ancora in preda ai singulti, sentii lui che, con estrema lentezza, in un dolce massaggio, mi spalmava di quel balsamo.

La notte era lunga, ed avremmo avuto il tempo per esibirci ancora in altre incantevoli rapsodie.

Quando era piccola aveva tanti sogni e ne parlava a Nagyanya, soprattutto nelle fredde notti d’inverno quando, guardando in quegli occhi cosi’ simili ai suoi, seduta vicino al suo letto, avrebbe voluto regalarle un castello principesco immerso nel verde della sua terra. Sogni di bambina… sogni di zingara fuggita da tutto e da tutti, lanciando una sfida a se stessa, agli altri, alle convenzioni, alle ipocrisie, nella ricerca affannosa di un luogo ove potesse essere capita, amata ma piu’ di ogni altra cosa protetta. La vita l’aveva educata a diventare forte, e col tempo aveva usato quelle armi che, senza saperlo, da sempre possedeva. Armi usate per proteggersi ma anche per realizzare quei suoi antichi sogni di bambina.

Annunci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: