Archive for luglio 2008

La parte piu’ privata

31 luglio 2008

Il virtuale ha definitivamente modificato la scala dei valori che vengono attribuiti a cio’ che riteniamo sia il nostro privato.

Fuori dal virtuale la gente non ha grossi problemi a dire il nome, l’eta’, oppure a parlare di dove trascorre le vacanze. La riservatezza c’e’, caso mai, nel raccontare la propria intimita’ e gli aspetti piu’ personali della propria vita familiare, sentimentale, sessuale.

Appena si entra nel virtuale, pero’, tutto si capovolge.

Allora si descrivono nei minimi particolari i vizi, le scopate, le beghe familiari, i problemi psicologici, i dubbi, le speranze, i sogni, e tutta una serie di notizie che, nel reale, chiunque eviterebbe di esporre.

D’altro canto cose normalissime come il nome, l’eta’, e dove si va in vacanza, restano spesso un mistero, e se viene mostrato il proprio corpo, magari senza veli, il volto diventa la parte piu’ privata, riservata solo a pochi intimi.

PS: Questo post programmato per la pubblicazione prima della mia partenza. Buona giornata 🙂

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Deformazione professionale

29 luglio 2008


Моя Россия – La mia Russia

27 luglio 2008

Quando questo post verra’ pubblicato saro’ gia’ partita.

Per le vacanze ho scelto qualcosa di diverso. Niente luoghi esotici o mari tropicali. Solo un breve viaggio all’interno della mia Russia, utilizzando un mezzo di trasporto particolare.

Tanto riposo, qualche libro e, ovviamente, il godere della vicinanza delle persone che amo.

Potete comprendere benissimo che non avro’ ne’ voglia, ne’ modo di collegarmi. Tantomeno, potro’ gestire il blog. Pero’ Google ha messo a punto un sistema molto carino, “ad orologeria”, che prevede la pubblicazione di un post in un determinato giorno, ad una determinata ora. Se state leggendo significa che il sistema funziona. E’ quindi probabile che, nei prossimi giorni, possa arrivarvi qualcos’altro, scritto e programmato prima della mia partenza. 🙂

L’unica cosa che potro’ fare, da dove mi trovero’, sara’ la moderazione degli eventuali commenti utilizzando il telefono cellulare.

Arrivederci a presto… se si puo’ dire arrivederci in un contesto in cui il senso della vista perde di significato.

Un appello

26 luglio 2008
L’amica Eleonora Gitto, in QUESTO POST nel suo blog, invita tutti/e a firmare la petizione online per salvare il canyon selvaggio di Positano, oasi naturalistica di grande pregio, unica nel suo genere sulla quale incombe il pericolo di una sporca speculazione. Il Vallone Porto di Positano, sulla costiera amalfitana, e’ patrimonio dell’Umanita’ intera, quindi anche di ognuno/a di noi.

Magari una mano (piccola), per questa sua iniziativa, posso dargliela anche io.

Pomeriggio ungherese

23 luglio 2008


Chissa’ come ricorderesti oggi il giorno in cui per la prima volta sentisti il battito di mille farfalle, Tündér?

Falánk Faló era il posto giusto dove bere la migliore Dreher per pochi forint a boccale. C’era l’atmosfera giusta per chi desiderava stare in compagnia, ridendo e scherzando oppure, piu’ intimamente, voleva solo guardarsi negli occhi.

Eri un fiore sbocciato in ritardo. Per quel motivo ti sentivi diversa. Tutte le tue coetanee avevano gia’ avuto esperienze con i ragazzi. Tu no.

Avevi conosciuto Rezsö da qualche settimana e per lui provavi assai di piu di una forte simpatia. Aveva solo pochi anni piu’ di te, pero’ possedeva un’automobile, e questo ai tuoi occhi lo faceva apparire molto piu’ grande ed esperto.

Fino a quel giorno eravate stati solo amici. Non era accaduto ancora niente; solo qualche sguardo carico di significati. Se pensavi al sesso, ti sentivi imbarazzata perche’ temevi di non essere in grado di saperlo fare. Non avevi mai baciato nessuno e nessuno ti aveva mai toccata.

A parte una volta… al paese. Un compagno di scuola. Ti aveva proposto un gioco. Non avevi ancora 14 anni. Avvenne al fiume mentre eravate soli. Il ragazzo mise la mano sotto la tua maglietta toccandoti il seno inesistente. Sentisti un senso di fastidio e ti ritraesti ponendo fine a quel gioco, ma notasti che i tuoi piccoli capezzoli erano diventati piu’ duri e ti provocavano dolore. Per lungo tempo, le ragioni di quella strana reazione del tuo corpo ti erano rimaste ignote.

Quando crescesti, capisti che toccarti in certi punti ti procurava piacere, ma non tale da crearti la voglia di accarezzarti come invece facevano alcune tue compagne di scuola. Infatti, ai primi sintomi “strani” che avvertivi, ti fermavi. Non ti eri mai spinta oltre il limite di qualche tocco superficiale, e non avevi mai provato quello che le altre raccontavano.

Avevi quasi timore a farlo, come se quel gesto fatto in quel modo per te fosse come affrontare da sola un labirinto sconosciuto, misterioso luogo in cui avresti voluto avere accanto qualcuno che ti guidasse, e che ti abbracciasse.

Chissa’, Tündér, se oggi potessi scrivere i tuoi ricordi, come descriveresti il modo in cui guardavi Rezsö quel giorno. Avevi preso una bella cotta per lui ed i tuoi occhi chiari a quel tempo erano incapaci di mentire. Era la prima volta che sentivi la voglia di essere toccata da altre mani, ma non quelle di chiunque. Dalle sue.

C’era allegria e spensieratezza da Falánk Faló. In quegli anni, tutto stava cambiando ed assumeva tonalita’ esistenziali che i vostri genitori non avevano mai vissuto. Rezsö ti teneva la mano giocherellando con le tue dita, ed ogni tanto sorseggiava la birra. Poi ti propose un cinema.

C’erano dei film che volevi vedere: “Pretty Woman” oppure “Ghost”. Ma Rezsö preferiva “Caccia a Ottobre Rosso”.

Quella di saper convincere era una dote naturale che hai sempre posseduto. Con il ragionamento, senza mai alzare il tono della voce, senza mai trascendere in comportamenti bizzosi o ricattatori, riuscivi quasi sempre ad ottenere cio’ che desideravi senza che gli altri avessero l’impressione di essere stati, in qualche modo, costretti.

Decideste per Ghost. Adducesti la motivazione che avevi bisogno di vedere una storia d’amore perche’, quel pomeriggio, ti sentivi particolarmente romantica. Se adesso potessi riparlare di quei momenti, Tündér, ricorderesti come quella sia stata la prima volta in cui hai usato un po’ di quella sottile malizia che, nel futuro, avrebbe fatto parte integrante di te?

Lo spettacolo all’Európa in Rákóczi utca era appena iniziato. Il film era proposto in lingua inglese con i sottotitoli in magiaro, ma era cosi’ che funzionavano le cose in quegli anni. C’era pochissima gente, la sala era semideserta, ma vi sedeste comunque nelle poltroncine in ultima fila. Entrambi sapevate di non essere li’ solo per il film.

Sentivi il cuore in gola da quanto ti batteva. Il buio intorno, complice, fece il resto. Mentre le scene sullo schermo si avvicendavano raccontando la storia, la tua mente era da tutt’altra parte. Rezsö ti abbraccio’ e ti tiro’ a se’.

Forse, come gli animali, anche gli esseri umani capiscono quando e’ arrivato il momento. Forse si tratta di una reazione chimica che avviene solo in determinate circostanze. Forse tutto cio’ ha a che fare con gli oroscopi, con gli influssi astrali, oppure e’ semplicemente la voglia di crescere e di non sentirsi diversa.

Chissa’, Tündér, come descriveresti oggi il sapore di quel primo bacio. Se ricorderesti il calore della giovane lingua di lui che ti entrava dentro, mentre tu, passiva, ti facevi esplorare. Se ripenseresti all’odore delle salive mischiate, a quello dei capelli, della pelle, del desiderio…

Forse potresti raccontarlo, Tündér, forse fra i centomila baci ricevuti, donati e venduti nella tua vita, quel bacio sarebbe uno di quelli che ricorderesti. E ricorderesti anche quella mano che, audace, s’insinuava sotto la tua maglia e ti accarezzava i piccoli seni da poco sbocciati. Come quel giorno al fiume, facendoti inturgidire i capezzoli tanto da provare dolore… mentre dentro al ventre avevi la sensazione di un fremito simile al battito d’ali di mille farfalle.

Ti lasciasti toccare. I polpastrelli di lui mitigarono un po’ di quel dolore, ma non era abbastanza. Sapevi che non era abbastanza. Poi sentisti la sua mano sotto la gonna. Era morbida e calda. Si faceva strada in mezzo alle cosce scivolando dolcemente. Sapevi dove si sarebbe fermata. Era cio’ che volevi. T’abbandonasti finalmente al piacere, andando oltre quel limite che da sola non avevi mai avuto il coraggio di superare.

Le dita di Rezsö ti accarezzavano il sesso, separato solo dal sottile velo delle mutandine. Cio’ che provavi era qualcosa che non avevi mai immaginato. Sentivi un languore, una smania, un calore, e la voglia di qualcosa che non riuscivi ad individuare.

Era quello il sesso? Se potessi raccontarlo oggi, Tündér, diresti di no, ma forse sbaglieresti…

Avvertisti una sensazione di umido. Sentisti le mutandine bagnate. Temesti di aver sbagliato il calcolo con i giorni del ciclo. Provasti paura… e vergogna. Pensasti che, se Rezsö si fosse accorto, avrebbe avuto disgusto di te.

“No, no… basta”

“Che c’e’? – disse lui sottovoce continuando a toccarti – Non ti piace piu’?

Ti ritraesti e gli togliesti la mano.

“Ho detto basta! Non posso…”

“Perche’ non puoi? Eri gia’ bagnata… mi piaci molto Tundi… non vuoi che ti faccia godere?”

Godere, godere, godere. Sempre godere e solo godere. Avresti imparato anche tu come godere e come far godere, ma in quel momento non sapevi cosa significasse. Avevi fatto la smargiassa con Rezsö; gli avevi fatto credere di essere come le altre ragazze sue amiche, invece tu non conoscevi il sesso, non sapevi farlo, non avevi cognizione neppure del tuo corpo e delle reazioni che potevi avere.

“E’ che mi sono venute… non posso.”

“Venute cosa?”

“Le mestruazioni, Rezsö, sono tutta bagnata. Lo hai detto anche tu. Devo andare a lavarmi.”

Rezsö si blocco’, sorpreso. Si guardo’ le dita, poi si lecco’ un polpastrello con la punta della lingua. Infine ti guardo’ e disse:

“Tundi, tu non la racconti giusta… non hai le mestruazioni. Perche’ t’inventi questa cosa?”

“Ma le ho, ti dico! Le sento.”

“Tundi… non sono mestruazioni… ma non dirmi che non lo sai…”

Ti guardo’ negli occhi e capi’ che non lo sapevi.

“Tundi… non posso crederci…”

Chissa’ come ti comporteresti oggi, Tündér, se per magia potessi ritornare in quella situazione. Sicuramente ripeteresti la scena, come in un moto perpetuo temporale, o come in una coazione a ripetere. Oppure, con il senno di poi, fingeresti ingenuita’ come avresti fatto piu’ volte con altri uomini meno giovani di Rezsö, ma piu’ interessati di lui a quel corpo adolescente con il quale avresti convissuto ben oltre il compimento della maggiore eta’.

Sentivi che avevi le lacrime agli occhi

“Rezsö, non arrabbiarti, ma io…”

“Non lo hai mai fatto, vero?”

“Non sono mai stata con un ragazzo…”

“No, dico che non lo hai mai fatto. Neanche da sola.”

“No… “

“Non sai che per una ragazza bagnarsi e’… naturale?”

“Non mi sono mai piaciute quelle cose, Rezsö…”

“E perche’ non mi hai detto nulla? Tu mi piaci Tundi, lo sai che non ti avrei mai mancato di rispetto… bastava che me lo dicessi.”

“Ma con te e’ stato diverso… mi piaceva.”

“Certo! L’ho capito da come ha reagito il tuo corpo. Accade questo alle ragazze, Tundi. Ai ragazzi, invece, accade qualcosa di simile, ma solo alla fine.”

Sapevi che alla fine c’era quel godimento di cui le tue compagne parlavano. Sapevi che alla fine si provava un estremo piacere, ma come era possibile descrivere i colori ad una daltonica?
Ma tu non eri daltonica, almeno non per quella gamma di colori. Avevi solo il timore di non essere all’altezza di vederli. Non avresti mai accettato di essere una mediocre. Solo che, per saperlo, dovevi metterti alla prova… almeno una volta.

“Voglio farlo con te, Rezsö. Fammi arrivare alla fine.”

Quei momenti, Tündér, sono tuoi e se un giorno ti venisse voglia di raccontarli, non curandoti di quello che potrebbe pensare chi dovesse leggerli, li racconteresti cosi’.

Quando i clienti s’innamorano

21 luglio 2008

Nel 2005 decisi di chiudere i rapporti con un cliente che vedevo regolarmente.
Costui (chiamiamola Tizio) si era innamorato di me, ed aveva iniziato a farmi domande troppo personali. Mi telefonava piu’ volte al giorno, addirittura fino al punto che dovevo interrompere le conversazioni con gli altri clienti per star dietro a lui.
Poi poi sono iniziate le continue lamentele su come stava male pensando al mio lavoro di escort, e me lo diceva tutte le volte che m’incontrava.
Poi inizio’ a lamentarsi quando arrivavamo alla fine del tempo concordato. Diceva che per lui era troppo stressante doversene andare.
In realta’ credo che abbia sempre pensato che io fossi la sua amante; ma non avevamo mai fatto alcun accordo.
Anche perche’ presumo che quest’uomo non sapesse bene cosa significa avermi come amante, e cosa comporta. “Tira fuori i soldi carino!”
Alla fine ha fatto qualcosa che non doveva fare, di cui non voglio parlare, cosi’ l’ho eliminato.
Ma lui non ha accettato, ed ha continuato a contattarmi telefonicamente, e per e-mail, regolarmente, insistentemente, per oltre un anno.
Ho ignorato le sue chiamate, ed i messaggi di posta elettronica. Dopo un po’ si e’ calmato, ma ha continuato comunque a chiamarmi, ad intervalli, chiedendomi ogni volta di mettermi in contatto con lui.
Ho discusso a lungo, con la mia amica e collega Sarah, a proposito dei clienti che si innamorano delle escort. Sarah dice che i suoi clienti si innamorano di lei regolarmente, ma per lei cio’ non rappresenta un problema. In fondo e’ quello che lei desidera.
Capisco che quando un cliente s’innamora di una escort, significa che la ragazza sa far bene il suo lavoro. Quando il cliente inizia a provare la sensazione di non essere piu’ un cliente, e sente di essere speciale per te, allora sai di aver fatto bene il tuo lavoro. E’ divertente quando un cliente crede davvero che tu sia innamorata di lui, e che tu non lo ammetta perche’ ti vergogni. Sarebbe sciocco rompere l’incantesimo, dicendogli la verita’.
Ma a me fa venire il mal di testa!
Ritornando a Tizio, mi ha chiamata oggi, ma l’ha fatto usando un nuovo numero che io non conoscevo, cosi’ ho risposto. Scioccamente non gli ho buttato giu’ subito il telefono, e sono rimasta ad ascoltarlo.
Provate ad indovinare cosa voleva sapere?… voleva sapere perche’ non rispondevo alle sue chiamate!
Ma insomma, un po’ di perspicacia!
E cosi’, facendola breve, gli ho ripetuto quello che gli avevo detto anni fa, ed ho troncato la conversazione.
Fra l’altro, all’inizio di quest’anno, mi aveva anche inviato delle email, usando un altro indirizzo, chiedendomi di contattarlo. Ma io le avevo ignorate. La mia politica, quando le cose vanno fuori controllo, e’ quella di cessare ogni comunicazione. Purtroppo c’e’ gente che ci mette troppo tempo a recepire il mio messaggio, e c’e’ chi non lo recepisce mai.
Credo di essere abbastanza paziente e tollerante, ma cio’ non significa che non abbia dei limiti. Chi mi conosce e’ consapevole di quanto io sia amichevole, spensierata, e rilassata, ma ho i miei paletti. E quando questi vengono superati, ecco cio’ che accade.
Adesso mi sta inviando degli SMS. Che palle!

Parrebbe un post scritto dalla sottoscritta, in altri tempi, ed invece e’ l’ultimo che si puo’ leggere sul blog di Nia. Nel tradurlo mi sono presa alcune licenze, ma il senso non cambia. Quando una ragazza decide di fare la escort, deve mettere in conto che le capiteranno tipi che, anche se lei non vorra’, la ossessioneranno con i loro “sentimenti”, fino a farle perdere il controllo… ovviamente non nel senso positivo del termine 🙂
Sono problemi che hanno soprattutto le devochki che lavorano ad un certo livello, e che non hanno “cugini”[1] pronti a spezzare le ossa a chi rompe troppo.
Anche perche’ in certi casi “xe peso el tacòn del buso”[2]

[1] Non sapendo come tradurre in italiano il termine che indica l’eventuale compagno-protettore, e che in russo sarebbe кот (gatto), ho pensato alla figura del cugino.
[2] Espressione veneta che significa “e’ peggio la pezza del buco”, nel senso che il rimedio puo’ dimostrarsi piu’ dannoso del problema.

Rafaëla

19 luglio 2008

Mi piacciono anche le ragazze. L’ho scoperto a diciannove anni, quando m’innamorai per la prima volta di una donna. Nonostante avessi gia’ fatto sesso con molti uomini, provavo sempre una strana inquietudine ogni volta che guardavo le altre ragazze, soprattutto quando erano molto belle. All’inizio credevo fosse lo spirito di competizione che mi portava a paragonarmi con loro, ma poi ho capito che in quei miei sguardi c’era qualcosa di piu’. In realta’ le desideravo.

Nuda, con indosso una leggera canottierina, osservavo la notte fuori dalla finestra, mentre dentro di me sentivo quello strano languore che conoscevo bene. Un misto di noia e solitudine che di solito mi prendeva quando non avevo nessuno da stringere.

Abitavo in quella citta’, ed in quella casa, da pochi giorni. Mi sentivo spaesata, lontana dalle mie cose, e dalle persone che amavo. C’era la luce accesa dentro casa tua, Sarebbe stato impossibile non notarla. La mia finestra guardava direttamente la tua, che si affacciava sulla fondamenta, al lato opposto del canale. Poi ti vidi. Non eri sola. Illuminati da una soffice luce, tu e lui stavate avvinghiati l’una all’altro. Eravate in piedi, vicini alla finestra ed io vi vedevo di profilo cosicche’ non riuscivo a scorgere bene i vostri volti, ma i vostri corpi statuari, nudi, erano bellissimi.

Lui ti penetrava da dietro, mentre fra le mani teneva i tuoi piccoli seni. Tu eri appoggiata con la fronte contro la parete e ti masturbavi. Dal contorcimento del tuo corpo immaginavo le smorfie di piacere sul tuo volto. Era una strana sensazione: desideravo essere al tuo posto, ma anche al posto di lui.

Vedere il vostro amplesso, ignaro del mio sguardo, fece crescere ancor di piu’ quel latente desiderio che sentivo dentro. La mia mano, come mossa da una volonta’ propria, cerco’ in me quello che anche tu stavi accarezzandoti, e le mie dita entrarono in sintonia con le tue. Poi tu girasti il volto guardando fuori, verso di me, e vidi la bellezza dei tuoi tratti, illuminati da quel momento di piacere.

Non so se davvero riuscisti a vedermi; la mia stanza era al buio, non potevi scorgermi dietro ai vetri. Molto probabilmente fu solo una mia impressione, ma per un attimo restai come gelata. Fui colta da un senso di vergogna, e mi sentii un’intrusa. Smisi di toccarmi, mi ritrassi dalla finestra, e con un senso di disagio m’infilai nel letto.

Non riuscii a dormire. Mi rigirai per tutta la notte. Ero eccitata, molto eccitata, e non riuscivo a liberarmi la mente dall’immagine di voi due che facevate sesso.

Prima dell’alba, mi alzai. Mi misi sotto la doccia con la voglia di togliermi via il sudore che avevo sulla pelle, e non solo quello. Il getto forte dell’acqua investi’ il mio corpo rendendolo sensibile. I capezzoli s’inturgidirono. Mi facevano male per l’eccitazione. Li stuzzicai consapevole del piacere che sapevano donarmi quando li accarezzavo.

Da ragazza non praticavo l’autoerotismo. Anche quello, come la mia bisessualita’, l’ho scoperto molto tardi. Mentre i vapori dell’acqua calda appannavano i vetri del box doccia, allargai le cosce e cosparsi il pube con il sapone; poi iniziai ad accarezzarmi. Addossata alla parete, con le gambe aperte, continuai fino all’orgasmo. Il cervello ando’ in frantumi e mi accasciai, stanca, sul pavimento.

La mattina mi trovo’ davanti alla finestra, con indosso l’accappatoio e la punta del naso che sfiorava il vetro. Pioveva, ed io guardavo attraverso le gocce di pioggia che punzecchiavano l’acqua nel canale.

Lungo le fondamenta, un viavai di studenti diretti al vicino liceo, mi indicava che il nuovo giorno stava iniziando. La tua finestra era ormai spenta e silenziosa, e nell’immaginazione mi sembro’ di vederti, nuda sotto le lenzuola, addormentata accanto a lui.

Rimasi quindi sorpresa quando ti vidi uscire dal portone. Indossavi una giacca di foggia maschile ed una gonna della stessa stoffa. Sotto portavi una camicetta con una specie di jabot. Mentre attraversavi il piccolo ponte che univa le nostre fondamenta, quando fosti nel mezzo, guardasti nella mia direzione, scorgendo il mio volto dietro il vetro della finestra. Ammiccasti un sorriso e poi, con passo veloce, proseguisti per la tua strada, uscendo dal mio campo visivo.

Per alcuni giorni la luce della tua finestra non si accese. Pensai che non fossi tu ad abitare li’, ma che quella casa fosse solo il pied-à-terre dell’amico con il quale avevi fatto sesso quella notte. Avevo quindi perso la speranza di rivederti, quando quel giorno ti vidi da lontano, mentre eri seduta all’imbarcadero in attesa del vaporetto. Ci fu un attimo in cui pensai di evitarti, ma poi decisi che avevo ben poco da perdere, e venni a sedermi accanto a te.

Non mi notasti subito. Eri assorta nella lettura di un libro. Cercai di capire di cosa trattasse ma vidi che era scritto in una lingua a me sconosciuta. Fu a quel punto che ti accorgesti della mia presenza, e senza distogliere l’attenzione dal libro mi dicesti:

“E’ una biografia di Tamara de Lempicka. Una donna che ammiro, sia per lo stile di vita, che per le sue opere. Conosci?”

Io non sapevo di cosa parlassi, non conoscevo ancora Tamara de Lempicka, ed in quel momento di lei non mi interessava un granche’. M’interessava solo di conoscere te.

Non risposi. Mi sentii ancora una volta in imbarazzo. Volevo fuggire e forse lo avrei fatto se tu, a quel punto, non avessi alzato lo sguardo verso di me. Avevi gli occhi piu’ chiari di quanto pensassi, oppure era solo l’effetto dovuto al trucco strategico che usavi, e che li faceva risaltare come due diamanti. Sapevi di possedere un’arma micidiale e conoscevi tutti i trucchi per usarla. Restai congelata, non credevo che avrebbe potuto accadermi mai qualcosa di simile. Di solito non sono timida, e sono io che conduco il gioco, ma quella volta mi trovai arresa di fronte a te.

“Noi due siamo vicine di casa – proseguisti – anzi, dirimpettaie.”

Sorridevi in modo disarmante, ed io sentivo il cuore in gola. Capivo che cercavi di alleggerire la tensione, e questo m’infuse un po’ di coraggio.

“Si’, stiamo proprio una di fronte all’altra, pare. E’ da poco che abito a Venezia e non conosco ancora nessuno. Ma tu non sei veneziana… quel libro che stai leggendo in che lingua e’?”

“Nella mia lingua – dicesti mostrando poca voglia di proseguire su quell’argomento – racconta la vita di una grande artista. Ha fatto dei quadri bellissimi… guarda…”

Mi mostrasti alcune illustrazioni in cui erano raffigurate soprattutto donne. Eri entusiasta, e quando mi spiegavi di questo o di quel quadro, ti si illuminavano ancor di piu’ gli occhi, tanto che quando abbassavi le palpebre pareva calasse il crepuscolo.

“Era una donna eccezionale. Si racconta che persino D’annunzio si fosse innamorato di lei, ma lei lo respinse. Pensa, uno degli uomini piu’ potenti, famosi e ricchi dell’Italia quel tempo… e non riusci’ mai a possederla.”

Sorridesti nel dire quelle parole, ed intravidi nella tua espressione una sottile soddisfazione per lo smacco subito da D’annunzio, e di ammirazione per quella donna che non si era mai concessa a lui.

“Credo che l’attrazione sia in fondo solo una reazione chimica – dissi cercando di apparire intelligente – a me e’ capitato di essere attratta da persone delle quali, pensandoci adesso, a mente fredda, non riesco ad intravedere alcuna qualita’ degna di nota.”

“Anche io la penso cosi’… anche a me e’ accaduto… ed accade tuttora. L’altra notte ad esempio…”

L’arrivo del vaporetto t’interruppe.

“Da che parte vai?” – mi chiedesti.

“San Marco, e tu?”

“Accademia… ma ho un’idea… perche’ non ci facciamo una passeggiata? Io non ho fretta. Potrei accompagnarti fino a San Marco e poi, da li’, proseguirei prendendo dalla Fenice, poi da Sant’Angelo, e da Campo Santo Stefano… e’ un giro un po’ lungo ma lo faccio volentieri.”

“Di solito prendo sempre il vaporetto. Non sono ancora pratica di questa citta’. Per me e’ come un labirinto, ma se mi fai da guida non rischio di perdermi… accetto.”

Snobbando il vaporetto, c’incamminammo cosi’ per i vicoli ed i campielli. Era una bella giornata, e tu stavi entrandomi dentro come una droga. Proseguisti il discorso dal punto in cui l’avevi interrotto.

“Quel tipo di quella notte, ad esempio… – mi guardasti con malizia, confermando in tal modo che mi avevi vista dietro al vetro – era sicuramente un bel ragazzo, intelligente, educato, con lui sono stata bene, mi sono divertita, ma…”

“Ma?”

“Non e’ avvenuta la reazione la chimica, capisci? Cioe’, non so se riesco a spiegarmi… non gli mancava nulla, proprio nulla, ti assicuro… solo che alla fine di tutto, invece di aver voglia di abbandonarmi, ed addormentarmi con lui, non ce l’ho fatta… non so come dire… era come un bellissimo piatto, presentato bene, servito bene ma…”

“Ma?” – ripetei con espressione stupita.

“Insipido! Ecco… il termine giusto e’ insipido. Mancava di sapore.”

“E cosa hai fatto, allora?”

“Semplicemente glielo ho detto. Gli ho detto che preferivo dormire da sola. Tutto qui. Quindi, prima dell’alba, gli ho fatto prendere le sue cose e l’ho pregato di andarsene promettendogli che lo avrei chiamato io. Cosa che ovviamente non ho piu’ fatto. Credo che trovero’ qualche suo messaggio in segreteria… ma non posso farci nulla. Sono fatta cosi’, e prima che con gli altri devo convivere con me stessa.”

Come ti comprendevo… non avevamo mai parlato prima di quel giorno, eppure la sintonia con te era perfetta. Pensavamo esattamente la stessa cosa riguardo a certi tipi di incontri. Anche io piu’ di una volta mi ero trovata nella stessa tua situazione. Solo che non avevo mai avuto il coraggio di cacciar fuori di casa nessuno, di notte. Mi stregava quel tuo modo di essere, cosi’ deciso, cosi’ particolarmente “maschile”, ma estremamente femminile al tempo stesso. Tutto mi attraeva di te. Il corpo, il modo in cui ti muovevi, la bellezza del tuo viso. Ogni cosa in te traboccava di fascino e sensualita’.

“‘Per trionfare nella vita occorre desiderarlo con tutte le nostre forze’. Era il motto di Tamara de Lempicka… e sai come erano chiamate le lesbiche nella Parigi degli anni trenta?”

Non ne avevo idea, ma non ebbi il tempo di dirlo che’ tu gia’ rispondesti alla domanda.

“Amazzoni… Tamara era un’amazzone, il suo piu’ grande amore e’ stata la duchessa de la Salle. Ma piu’ che lesbica era bisessuale. Quasi sempre dipingeva durante la notte, anche fino all’alba, quando ritornava dalle orge e dai baccanali parigini… guarda ecco una sua foto.”

Mi facesti vedere la sua foto e dicesti:

“Guarda i suoi occhi… non credi che siano pieni di vitalita’?”

“Anche i tuoi lo sono” – dissi, e subito me ne pentii, quasi vergognandomi di quel complimento inutile che ti feci, che col tuo discorso non c’entrava nulla.

Ancora sorridesti, cosciente dell’arsenale che nascondevi in quello sguardo, ma non volesti mettermi in imbarazzo e proseguisti.

“Era una donna sfuggente, libera, libertina, innegabilmente un mito, ma troppo ambiziosa per i miei gusti. Se dovessi scegliere un’amica preferirei un altro tipo di donna… una come, ad esempio, la sua modella preferita. Pare fosse una prostituta di strada… e’ raffigurata in diversi dipinti… ecco guarda… il mio preferito e’ questo.“

Mi facesti vedere l’illustrazione. Mostrava una ragazza mora, con i capelli tagliati secondo la moda in voga alla fine degli anni ’20, le labbra rosse e lo sguardo sensuale. Era nuda in posizione reclinata, e teneva le braccia a proteggersi il seno.

“E’ bellissima!” – dissi.

“Lo penso anch’io – confermasti – e tu le assomigli molto. E’ stato dipinto nel 1927, e si chiama ‘Rafaëla sur fond vert’… E’ l’effigie dell’erotismo. A proposito, stiamo chiacchierando da un’ora e non ci siamo ancora presentate… io sono Klára.”

Sentii un tuffo al cuore, ma tu non ti accorgesti di niente. Proseguisti mostrandomi anche gli altri dipinti che raffiguravano Rafaëla, erano tutti stupendi. Sentivo che la testa iniziava a girarmi, ma non per effetto della sindrome di Stendhal. Ero immobilizzata ma riuscii ugualmente a dirti il mio nome.

“Raffaella… mi chiamo Raffaella”.

Referendum per il nucleare

17 luglio 2008
Non sono aprioristicamente contraria al nucleare. Secondo i “piani” del governo la realizzazione di centrali dovrebbe dar modo all’Italia di avere una propria autonomia energetica, riducendo di molto il costo della bolletta, e mettendo parzialmente al riparo l’italico popolo da rincari spropositati del prezzo del greggio, oppure da eventuali tensioni geopolitiche con i Paesi fornitori di gas.

Insomma, mi pare un bel progetto.

Solo che il nucleare fu abrogato, con referendum, nel novembre 1987, e credo che solo un nuovo referendum popolare dovrebbe reintrodurlo.

Ma per decidere se votare SI o NO, sarebbe giusto che la gente sapesse PRIMA, dove gli impianti sarebbero localizzati. E’ ovvio che se io sapessi che questi verrebbero costruiti (ad esempio), nella Laguna veneziana, oppure a Pompei, sarei contraria.

Se invece venisse stabilito che il luogo di costruzione della prima, simbolica, centrale nucleare fosse ARCORE, allora sono certa che molte persone, come me, voterebbero a favore. 🙂

Decrescita costruttiva

17 luglio 2008
Lo ristrutturereste un vostro appartamento situato in un palazzo pericolante?

Sarebbe oltremodo stupido spendere soldi e tempo nella ristrutturazione di un qualcosa quando tutto, intorno, stesse andando in disfacimento.

Se l’edificio fosse pericolante, dovrebbe essere convocata l’assemblea di condominio che stabilisse i modi ed i tempi di una ristrutturazione generale. Ma se i danni fossero di entita’ tale da richiedere un ingente somma di denaro della quale i condomini non disponessero? Oppure se la struttura fosse gravemente compromessa al punto tale da non garantire la tenuta statica dell’edificio, cosa accadrebbe?

Lo stabile sarebbe abbandonato a se stesso. Nessuno ci spenderebbe piu’ un soldo neppure per aggiustare le piccole cose, e tutto si deteriorerebbe ulteriormente. Non sarebbe un nuovo amministratore di condominio a mutarne le sorti.

Dopo un po’ il palazzo andrebbe in rovina totale. Si accumulerebbe sporcizia ed inizierebbe ad essere frequentato da brutta gente, delinquenti che entrerebbero trovando la serratura del portone rotta e mai riparata. Le attivita’ presenti, come i negozi, fallirebbero o si sposterebbero altrove.

I pochi inquilini che si ostinassero a non lasciare le loro case, dovrebbero chiudersi, barricati dentro, ed ogni volta, salendo o scendendo le scale (buie perche’ non verrebbe pagata neanche la bolletta della luce), dovrebbero guardarsi le spalle ad ogni passo…

Il degrado sarebbe inesorabile, fino al momento in cui l’edificio crollerebbe rovinosamente, portando con se’ anche la vita di coloro che si fossero ostinati a restarci dentro a tutti i costi. E coloro che comunque restassero vivi, sarebbero espropriati dei loro beni per ripagare i danni causati dal crollo.

Parrebbe uno scenario da film apocalittico, in cui ci aspetteremmo di vedere sbucare Jena Plissken o Mad Max da qualche anfratto, invece no. Alla fine arriverebbero le ruspe. Porterebbero via le macerie e ripulirebbero il tutto. Poi, dopo un po’, qualcuno, per pochi soldi e con qualche bustarella data sottobanco all’assessore compiacente, si aggiudicherebbe il terreno, e vi costruirebbe un nuovo splendido megacondominio.

A questo punto c’e’ da chiedersi: perche’, invece di giungere fino a quel punto, non viene presa la decisione di smantellare e di far collassare l’edificio in modo “pilotato”, cosi’ da giungere il piu’ velocemente possibile al momento della ricostruzione?

Dice una massima cinese: “Solo toccando il fondo si puo’ risalire in fretta. Restare sospesi nel limbo dell’incertezza e’ solo una lenta, discendente agonia.”

La decrescita costruttiva e’ un’utopia, ma forse potrebbe mettere al riparo i proprietari squattrinati di un edificio pericolante, almeno dal rischio di un crollo rovinoso, con conseguente espropriazione per ripagare i danni.

La ragazza con gli occhi di ghiaccio

16 luglio 2008

Poche idee, pochi stimoli, poca voglia di scrivere, ma non e’ un problema. Il tempo, nelle giornate cosi’ belle, lo passo volentieri passeggiando, e leggendo…

E’ un pomeriggio colorato. Sono seduta tranquillamente su una panchina del solito parco. La fontanella gorgoglia, i colombi tubano, i suoni volteggiano. Sfoglio distrattamente “La ragazza che giocava con il fuoco”, il mio ultimo acquisto.

Il libercolo mi ha incuriosita per l’argomento trattato: traffico di prostituzione dai paesi dell’Est, ambienti corrotti, omicidi. Insomma, il classico genere che possiede tutti gli elementi per tenere con il fiato sospeso chi legge…

Non che il thriller sia il mio genere preferito. Di solito lo leggo solo quando sono in vacanza, ed ho bisogno di rilassarmi con qualcosa che sia poco impegnativo. Inoltre, non sono amante delle cosiddette trilogie, considerato anche il fatto che non ho letto i precedenti episodi di questa che (a detta di molti) e’ considerata “la serie poliziesca del decennio”.

Ma cio’ che mi ha invogliata ad acquistarlo e’ stata soprattutto la descrizione della protagonista della storia: una giovane hacker, Lisbeth, “la donna che odia gli uomini che odiano le donne”… Interessante!

Soprappensiero, sto leggendo un po’ la prefazione, ed un po’ sto anche pensando ai cavoli miei, quando una voce, vicina, mi dice:

“Perche’ finge di leggere?”

M’irrigidisco. Ripiego con cura il libro attorno al mio indice, e volgo lentamente la testa. E’ un signore, non piu’ giovane, che mi sta guardando. Ha con se’ un cane al guinzaglio, e mi si e’ seduto accanto senza che io ne abbia avuta la percezione.

Anche io lo guardo. In certi momenti, quando sono seccata oppure quando qualcuno mi desta dai pensieri, ho un modo di guardare che puo’ apparire gelido. Tutti mi dicono che cio’ dipende dai miei occhi, il cui colore puo’ far venire in mente quello dell’acciaio… o del ghiaccio.

Lui mi guarda insistentemente, soprattutto i piedi, e sono quasi certa abbia tendenze feticiste. Poi incalza:

“Scusi, sa, come ha certamente captato la sto osservando da un po’ e mi par di capire che lei non stia leggendo o, meglio, che legga senza leggere. La situazione non puo’ che esserle ampiamente nota.”

Sono sempre piu’ stupefatta. Cerco di capire i motivi per i quali una persona, mai vista e conosciuta prima, possa permettersi di tentare un approccio di quel genere. Fra l’altro, data l’eta’, potrebbe essere mio padre. Lo fisso… ma non so cosa dire, e lui continua a parlare:

“In questi casi una via d’uscita sbrigativa ed efficace potrebbe essere, ad esempio: ‘Per cortesia, non mi rompa, lasci perdere o, in alternativa’, ‘Se desidera conversare, non attenda l’imbrunire; io tiferei per la seconda’.”

Non so se ridere oppure se ritornare alla lettura senza rispondere, ma decido per la soluzione piu’ educata:

“Ecco, appunto, per cortesia, non mi rompa, lasci perdere se le e’ possibile”.

In un attimo la fontanella si spegne, i colombi si fermano, i suoni ghiacciano. L’uomo distoglie lo sguardo, si alza e, senza dire piu’ una parola, se ne va. Lo seguo per un po’ con gli occhi, mentre si allontana mestamente col suo cane che, ostinato, si ferma ogni due metri ad annusare il terreno.

Ritorno ad abbandonarmi ai pensieri, al libro, a cio’ che potrei scrivere nel blog, ma e’ quasi l’ora di tornare a casa.