Sex at the Margins


Da un articolo di Barbara Placido.

« Si racconta che per anni la principessa Diana usciva di notte e in incognito si aggirava per le strade di Londra per regalare soldi alle prostitute. Perche’, per quella notte almeno, tornassero a casa senza dover lavorare. Quando riferisco l’episodio all’autrice di Sex at the Margins: Migration, Labour Markets and the Rescue Industry (Zed Books), Laura María Agustín si mette a ridere e ammette che si’, Diana aveva capito meglio di tanti altri che cos’e’ che vogliono veramente le donne – per la maggior parte immigrate da Paesi in via di sviluppo – che ogni notte offrono sesso in cambio di soldi nelle strade delle nostre ricche metropoli. Vogliono guadagnare, e il piu’ velocemente possibile. E doveva aver capito anche un’altra cosa:cos’e’ che queste donne non vogliono. Ossia: l’aiuto caritatevole di dame benpensanti, che le considerano alla stregua di povere vittime e che i soldi preferiscono darli alle istituzioni dedite a “salvarle”: il piu’ delle volte rispedendole al loro Paese d’origine.

Basato su piu’ di dieci anni di ricerca in america Latina, Europa e negli Stati Uniti, il volume Sex at the Margins sostiene una tesi che ha fatto rizzare i capelli a piu’ di un’organizzazione che si occupa della tutela dei diritti umani: e cioe’ che la maggior parte delle donne straniere che si prostituiscono nei Paesi industrializzati non sono vittime di una fantomatica “tratta degli esseri umani”***. In realta’ hanno sempre saputo che per fare soldi all’estero sarebbero finite a far parte (per un periodo almeno) del mercato del sesso. Come racconta una giovane nigeriana: “quando ho lasciato il mio Paese per venire in Italia, lo sapevo benissimo che prostituendomi avrei guadagnato meglio. Non e’ un bel lavoro, certo. Ma sono orgogliosa del fatto che grazie a questi soldi i miei fratelli possono studiare e mia madre non ha di che preoccuparsi”.

“Con questo non voglio dire”, ci spiega Agustín, “che queste donne hanno attivamente scelto di diventare delle prostitute. Bensi’ che, considerate le altre opzioni, hanno preferito vendere sesso”. E per chi, come Agustín, ha potuto vedere da vicino quali sono le altre possibilita’ (lavorare 12 ore al giorno nei campi sottopagate, sottonutrite; essere sfruttate da una famiglia di cui si curano i figli e i genitori: e cosi’ via), prostituirsi, non e’ affatto la scelta peggiore. E’ indiscutibile.

“Si’, certo”, racconta una giovane donna, “sarei potuta rimanere in Albania, e lavorare per una delle tante imprese italiane che sono venute a sfruttarci. Qualche anno fa, quando sono partita, in una fabbrica di scarpe un operaio guadagnava 70 euro al mese. Una donna, la meta’. Proprio non capisco come mai gli italiani si stupiscono tanto se noi albanesi veniamo per guadagnare di piu’ e il piu’ in fretta possibile. Una ragazza come me puo’ prendere in una sera 400 euro e talvolta fino a 500. Sarei dovuta rimanere a casa a guadagnarne 70 al mese?”

Agustín non nega che le donne si trovino cosi’ costrette a vendere sesso. Ma “la situazione e’ assai piu’ complicata”. Nella maggior parte dei casi infatti non si considerano delle vittime e non si riconoscono nelle descrizioni che le varie organizzazioni (dalle Nazioni Unite al Consiglio d’Europa, a varie associazioni non governative) fanno di loro. Non si sentono ne’ prede, ne’ schiave, ne’ succubi. Ma al contrario, indipendenti e autonome.

“Sono venuta qui perche’ volevo essere piu’ indipendente”, racconta un’altra donna nigeriana. “Vengo da una famiglia numerosa, ma non andavamo d’accordo. Volevo starmene per conto mio. Ho visto che i miei vicini se la passavano bene perche’ uno di loro era in Italia, e sono partita anch’io”.

Se il mito della “tratta degli esseri umani” persiste e’ perche’ a queste persone non viene dato ascolto. “Paradossalmente, a renderle mute e invisibili”, dice Agustín, “sono le stesse isituzioni che vorrebbero salvarle”***. E’ che finiscono invece per marginalizzarle, condannarle e zittirle. C’e’ di piu’: con la scusa di proteggerle finiscono per agevolare e legittimare leggi che rendono sempre piu’ difficile emigrare legalmente, che chiudono sempre piu’ frontiere.

Non nascondiamoci dietro un dito: sfruttamento, violenza, esperienze degradanti e terribili sono spesso parte dell’esperienza dell’emigrato: “Ma non accade solo quando c’e’ di mezzo il sesso”, dice Agustín, “Quando si e’ illegali, quando non si hanno diritti fondamentali, essere sfruttati e’ la norma. Se si viene stuprate dal proprio datore di lavoro, che sia un magnaccia o il padre dei bambini di cui ci occupiamo, non c’e’ comunque nessuno a cui chiedere aiuto”.

Ecco perche’ per molte di queste donne la prostituzione e’ un lavoro come un altro. E se la cosa ci scandalizza faremmo bene a porci la domanda: vendere sesso e’ davvero peggio che vendere l’amore materno? E non e’ proprio quel che accade quando noi, “cittadini dei Paesi ricchi, importiamo dal Terzo mondo l’amore materno, come un tempo importavamo rame, zinco e oro?”
Quando per l’appunto impieghiamo tante filippine, romene, bulgare, per occuparci dei nostri figli? A scapito, magari, dei loro figli, lasciati nel Paese natio e affidati alle cure di altri?

La vendita di affetto non sembra scandalizzarci, mi fa notare Agustín, mentre quando la merce e’ il sesso subito insorge l’indignazione morale. “certo”, continua, “per i benestanti, che non si devono preoccupare di procurarsi da mangiare, di come pagare il medico, e’ facile sentirsi moralmente superiori. Loro non devono scegliere tra fare la domestica, senza tempo libero o vita privata, o la prostituta, che guadagna bene e che ha anche tempo per stare coi propri figli, o leggere un libro”.

All’indignazione morale Agustín riserva le critiche piu’ dure. Perche’ e’ proprio l’indignazione a motivare e giustificare quella che l’autrice definisce “l’industria del salvataggio”, ovvero, quell’insieme di individui e di organizzazioni dedite a “salvare” le prostitute.

Secondo lei si tratta di un’industria che si basa su una serie di presupposti errati. Il primo, che le donne emigrano esclusivamente per seguire i loro uomini, per tenere assieme la famiglia, e se una donna emigra da sola e’ subito vittima; mentre la verita’ e’ che sono molte le donne che ormai scelgono autonomamente di emigrare. Secondo: si’, e’ vero, chi emigra spesso si affida a intermediari per ottenere passaporti, visti, permessi di soggiorno, e questi “sciacalli” (e il loro numero e’ destinato a crescere con il restringersi delle frontiere) vogliono in cambio soldi. Ma e’ errato pensare che siano loro a obbligare le donne alla prostituzione. Come racconta una colombiana, che oggi vive in Spagna: “L’imbroglio sta solo nel debito – che e’ piu’ difficile da ripagare di quanto ci avevano fatto credere. Non nel tipo di lavoro che uno finisce per fare. Molte battono per ripagare il debito: e’ il metodo piu’ rapido. Ma “una volta pagato, sei libera”, dice un’altra donna sudamericana. La prostituzione e’ quindi spesso una scelta solo temporanea, un’identita’ transitoria.

Per le organizzazioni dedite a “salvarle”, invece, la prostituzione definira’ queste donne una volta e per sempre. Non solo perche, come sostiene l’autrice, “per noi occidentali, quello che ci definisce e’ il lavoro che facciamo”; ma anche perche’ solo quando queste donne sono classificate come prostitute, e quindi “vittime”, solo all’ora “l’industria del salvataggio” potra’ arrogarsi il diritto di cambiarne le sorti. E cioe’, di toglierle dal marciapiede mandandole a casa, anche quando molte di loro preferirebbero rimanere.

Sex at the Margins e’ un libro controverso, quasi sgradevole nel suo sollevare questioni che preferiremmo tacere. Eppure, e’ stato accolto, nel mondo anglosassone, con grande interesse. Sembrerebbe quasi che molti giornalisti, antropologi e sociologi al leggerlo abbiano finalmente tirare un sospiro di sollievo e dire: qualcuno ha finalmente svelato quel che pensavamo da sempre. Che espressioni come la “tratta degli esseri umani” e la “nuova schiavitu’” non descrivono la realta’ in cui si muovono gli immigrati che lavorano nell’industria del sesso.***

E se Agustín e’ stata tra le prime ad affermarlo, non sara’ certo l’ultima: e’ uscito in questi giorni The Wisdom of Whores (Granta) di Elisabeth Pisani, anche questo libro nato da anni trascorsi dall’autrice a lavorare in organizzazioni governative, e non, tra persone che “vendono sesso”. E che lo fanno perche’, sostiene Pisani, tra tutti i lavori possibili non e’ certo il peggiore.

L’idea sta prendendo forza. Ma va analizzata con circospezione, ci dice Daniela Colombo, presidente di Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo). “Purtroppo mi sembra che Agustín non distingua tra l’esercizio libero della prostituzione, su cui non c’e’ niente da obiettare (negli anni 70 e’ nato un movimento delle prostitute per riaffermare il loro diritto a prostituirsi, con il quale le femministe sono state solidali) e il traffico per cui moltissime donne finiscono per prostituirsi non per loro volonta’ ma per consegnare il denaro guadagnato ai loro sfruttatori. Queste donne sono sottoposte ad una serie di angherie spaventose e il piu’ delle volte schiavizzate. Certamente il loro lavoro e’ il peggiore tra quelli degli immigrati anche clandestini”.

Ea a dircelo non sono degli esperti, ma queste stesse donne. Emanuela Moroli di Differenza Donna ha raccolto molte testimonianze di donne provenienti dai Paesi dell’Est europeo che sono state indotte a venire in Italia con l’inganno di un lavoro professionale per poi ritrovarsi su un marciapiede. Viene da chiedersi se ignorare o attribuire poca importanza alle storie di queste donne non voglia dire peccare della stessa colpa di cui Agustín accusa “l’industria del salvataggio”: ossia quella di zittire le donne coinvolte nel mercato del sesso.

Viene da domandarsi se la teoria di Sex at the Margins non si basi anch’essa, come “l’industria del salvataggio”, su dei presupposti discutibili. Che viene voglia di discutere. Perche’ la prostituzione sara’, si’, per alcune donne una scelta autonoma e indipendente; ma le aiuta davvero a raggiungere l’autonomia e l’indipendenza economica e sociale, che tanto desiderano? Di tale eventualita’ questa inchiesta non ci offre alcuna prova; di queste donne, della loro vita privata, del loro passato, presente e futuro, sappiamo ben poco. E allora il dubbio rimane.**

Ma anche se fosse vero che riescono a comprarsi indipendenza ed economia vendendo il proprio corpo, non c’e’ proprio nulla da obiettare al fatto che su ogni cosa (sperma, uteri in affito e quant’altro) imperi la logica del mercato, la legge della domanda e dell’offerta? Come ha affermato l’antropologo Marc Augé, la prostituzione e’ “il vero volto dell’utilitarismo capitalista. E l’attuale tratta (degli esseri umani) e’ figlia della globalizzazione economica”. Che questo utilitarismo capitalista e questa globalizzazione economica stiano prendendo il sopravvento non c’e’ dubbio. Che abbiano colonizzato tutto, e tutti, anche chi si considera controcorrente, femminista, di sinistra, e’, come minimo, deprimente. »

*** Da questa specifica affermazione mi dissocio in parte, poiche’ la tratta delle giovani ragazze destinate al mercato del sesso, soprattutto orfane da certi Paesi dell’ Est Europa, esiste ed e’ fiorente.
** Il dubbio certamente rimane alla giornalista, ma non alla sottoscritta.

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7 Risposte to “Sex at the Margins”

  1. Flyingboy Says:

    (ANSA) – ROMA, 2 MAR – LAURA MARAGNANI, ‘LE RAGAZZE DI BENIN

    CITY’ (MELAMPO, 112 pp. – 12 euro).

    Sognava un lavoro come commessa in Italia. Per averlo, aveva giurato di pagare 30mila euro. Ma quando Isoke Aikpitanyi, nigeriana di Benin City, e’ arrivata a Torino, nel dicembre del 2000, ha scoperto che il ‘posto di lavoro’ che le avevano promesso non era affatto in un negozio: ”Era in mezzo a una strada, anzi un marciapiede.

    Intorno a me camminavano ragazze seminude, nonostante il freddo e la neve, con delle scarpe dal tacco altissimo: prostitute. Peggio: vere e proprie schiave del marciapiede” racconta oggi Isoke. ”In Italia ne arrivano a migliaia, e tra queste ci sono anche ragazzine di 12-13 anni, cedute dai genitori alle ‘maman’. Per pagare i 30-60 mila euro del viaggio sono costrette a prostituirsi. E quelle che provano a ribellarsi vengono picchiate, violentate, uccise in modo terribile per dare l’esempio alle altre”.

    E’ la prima volta, in Italia, che una ex ‘schiava del marciapiede’ racconta la sua storia in un libro. L’autrice e’ Laura Maragnani, giornalista di Panorama, che ha lavorato insieme a Isoke per un anno: ”Abbiamo coinvolto nel progetto del libro una cinquantina di ragazze di Benin City e dintorni, tutte vittime ed ex vittime della tratta. Molte sono ancora sui marciapiedi italiani a lavorare, alcune si sono sposate con dei clienti, altre sono sfuggite al racket ma sono costrette a vivere nascoste per paura di essere uccise” spiega la Maragnani. ”Altre, invece, dopo aver pagato il debito con l’organizzazione che le ha fatte venire in Italia, comprano delle ragazze in Nigeria e diventano, a loro volta, delle maman”.

    In un racconto di bella qualita’ narrativa, in stile molto corale, in tono diretto, Isoke da’ voce alle peripezie di Osas, che per arrivare in Italia ha viaggiato due anni attraverso il deserto (”ora niente piu’ la spaventa”), e di Amenawa, che ha partorito in casa il suo bambino, di nascosto, e poi e’ stata costretta a mandarlo dai nonni in Africa (”non lo vede da sei anni, se non nelle foto che le arrivano a ogni compleanno”). racconta di Prudence, violentata e torturata da un cliente ma troppo impaurita per andare al pronto soccorso, e di Tessie, obbligata dalla sua maman a bere dell’acido muriatico come punizione per essersi ribellata. Riti vudu’, aborti clandestini, botte, minacce.

    Ma anche impensabili tenerezze: ”Sono molti i clienti che si innamorano delle ragazze e fanno di tutto per aiutarle a uscire dal giro” racconta infatti Isoke.
    Anche lei sta per sposarsi, ad Aosta, con un fidanzato italiano.
    E’ uscita dal giro, ha quasi 28 anni, sta preparando gli esami di terza media. Ha un permesso di soggiorno come colf ma il suo sogno piu’ grande e’ quello di aprire, ad Aosta, una piccola casa di accoglienza per le ragazze di Benin City. ”Non basta liberarle dal racket del marciapiede, bisogna anche aiutarle a inserirsi in un paese che non e’ il loro e di cui non sanno praticamente niente, ma in cui devono continuare a vivere” spiega infatti. ”Perche’ tornare in patria, per loro, e’impossibile: le famiglie, anche se hanno vissuto alle loro spalle per anni, le rifiutano completamente. In Italia, le accusano, avete fatto una brutta vita”. (ANSA)

  2. davide Says:

    Gentile Chiara,

    per esperienza personale (ed ho una buona conoscenza al proposito) devo dire che condivido gran parte di quanto scritto.

    L’unica cosa che non mi convince è tirare in ballo il capitalismo o la globalizzazione: poichè la prostituzione è il mestiere più antico del mondo, voglio far notare che esisteva molto prima del capitalismo.

    Di certo posso dire che tantissime ragazze che ho conosciuto facevano questo mestiere per scelta. In genere non consideravano questa attività il lavoro della loro vita, ma un modo per accumulare i soldi necessari per iniziare un’attività di loro soddisfazione.

    Quanto allo sfruttamento sappiamo benissimo che esiste e credo che la non legalizzazione della prostituzione lo favorisca. Comunque del tema della legalizzazione ne abbiamo parlato più volte e, pertanto, non voglio farti perdere tempo con certe pistolettate.

    Tanti saluti dal tuo Davide

  3. Flyingboy Says:

    Quando Isoke tornerà in Nigeria, a luglio, la porteranno nelle scuole a parlare con le ragazze che oggi sognano di partire per l’Italia. Isoke ha detto che lo farà. Dice che bisogna rompere il silenzio, far sapere, far capire.
    Una sua cugina era partita per la Spagna, anche lei è finita sulla strada, ma non ha osato dire nulla a casa. Questa cugina era incinta quando è arrivata in Spagna. La maman l’ha tenuta in strada fino al giorno del parto (pare che ci siano file di clienti appassionati delle donne incinte…) poi le ha preso la bambina e l’ha tenuta praticamente in ostaggio: se la ragazza non lavorava e non dava i soldi,non le faceva vedere la figlia. Un giorno la maman è stata arrestata, e insieme a lei la polizia ha portato via la bambina, ma la maman non ha mai detto di chi fosse figlia, per cui la piccola è finita in un istituto. La madre andava a vederla da dietro le sbarre del cancello, quando la portavano in cortile a prendere aria. Nera, puttana, clandestina, senza documenti, non sapeva nemmeno la lingua e così è stata rimpatriata e ora è a Benin City dove cerca un modo per tornare in Spagna e riavere la figlia.
    La stessa famiglia, lo stesso destino o quasi, e nessuna delle due aveva avuto, finora, il coraggio di aprir bocca con le altre, per paura di essere rifiutata”.

  4. michail tal Says:

    Fintantochè si vedrà ipocritamente la prostituta come “vittima”, e non come agente economico pensante con una sua dignità esattamente come gli altri lavoratori, si continuerà a mascherare il problema di fondo, che è la diseguaglianza della globalizzazione.

    Ad ogni modo queste tesi sono ampiamente discusse in
    “E siamo partite”
    http://www.ibs.it/code/9788809029439/corso-carla/siamo-partite-migrazione.html

    nonchè in
    “Ritratto a tinte forti”

    o nel loro sito
    http://www.lucciole.org, che trovo molto intelligente.

    “Ma anche se fosse vero che riescono a comprarsi indipendenza ed economia vendendo il proprio corpo, non c’e’ proprio nulla da obiettare al fatto che su ogni cosa (sperma, uteri in affito e quant’altro) imperi la logica del mercato, la legge della domanda e dell’offerta? Come ha affermato l’antropologo Marc Augé, la prostituzione e’ “il vero volto dell’utilitarismo capitalista. E l’attuale tratta (degli esseri umani) e’ figlia della globalizzazione economica”. Che questo utilitarismo capitalista e questa globalizzazione economica stiano prendendo il sopravvento non c’e’ dubbio. Che abbiano colonizzato tutto, e tutti, anche chi si considera controcorrente, femminista, di sinistra, e’, come minimo, deprimente. »

    Questo pezzo credo rifletta l’ultima argomentazione di Illustre…
    Ad ogni modo concordo, è deprimente.
    E’ triste stare in un mondo dove sembrerebbe che SOLO in quel modo le giovani donne del terzo mondo possano conquistarsi un’emancipazione economica ed una vita dignitosa.

  5. Chiara di Notte - Klára Says:

    @ Michail Tal:

    Ho gia’ scritto che in parte NON CONCORDO con quanto esprime sia la scrittrice, sia la giornalista che ha stilato l’articolo.
    I punti discordanti li ho evidenziati con degli asterischi. Non sono una scrittrice e neanche una giornalista, pero’ ho vissuto l’avventura per molti anni, cambiando 3 Paesi, per cui ritengo (nel mio piccolo) di poter esprimere una valida opinione.

    Non conosco (se non marginalmente) il mondo delle stradali, e nel mondo che ho frequentato io erano tutte ragazze libere e consenzienti, anche se il fenomeno della tratta delle orfane, o di quelle giovani che restano senza le loro famiglie (perche’ ribelli e vogliono fuggire, oppure perche’ restano incinte e vengono cacciate, oppure perche’ scappano in seguito ad una violenza subita, spesso da uomini all’interno della loro stessa famiglia), e che vengono avviate ignare a vendere il loro corpo esiste ed e’ in continua crescita, alimentato ovviamente, dall’enorme richiesta di “carne fresca” (e’ brutto usare questi termini ma c’e’ chi considera queste giovani propro come pezzi di carne) che esiste da parte dei maschi nei paesi ricchi.

    Stessa cosa si verifica anche per quanto riguarda gli organi (reni soprattutto), solo che in questo caso a farne le spese sono soprattutto i ragazzi non abbastanza piacenti da essere avviati al mercato dei fruitori omosessuali.

    Non e’ un bel mondo, nonostante, come ho detto, ci sia la possibilita’ per alcune di intraprendere una certa strada senza il rischio di essere schiavizzate. Ma comunque, per poterlo fare, ci vuole una certa istruzione, oppure un carattere tale che dia la forza di andare avanti senza aver bisogno del sostegno di intermediari. Teniamo conto che la quasi totalita’ delle ragazze che battono sulle strade sono carenti d’istruzione, e provenienti da realta’ che i loro clienti, neanche possono immaginare.

    Sul fatto che tutto cio’ sia triste, e cioe’ che in questo mondo quasi tutte le donne provenienti dai Paesi emergenti per guadagnare soldi e non essere sfruttate in altri contesti, debbano prostituirsi (che facciano le stradali o le veline la differenza e’ solo di compenso e non sostanziale per chi ne fa una questione morale), dovrebbero interrogarsi tutti quei clienti (che sono tanti) che non possono fare a meno di avere rapporti sessuali mercenari, ma allo stesso tempo non riescono a tenere a freno la loro ipocrisia.

  6. michail tal Says:

    Molti paesi un tempo considerati “ricchi”, stanno andando verso il mondo descritto magistralmente da Barbara Ehrenreich in: “Una paga da fame”.

    Un gran bel libro che ci parla del mondo dei “working poor”, persone che per vivere sono costrette a svolgere due lavori, perchè con uno non riescono a sopravvivere.
    E dunque non riescono a coltivarsi e studiare per uscire dalla condizione di inferiorità socioeconomica.

    Parla della realtà USA, che oggigiorno non è molto diversa da quella italiana dei lavori a 800 euro al mese, con la differenza che qui la generazione dei giovani sta ancora ampiamente “ciucciando” dai genitori. Qua c’è un’istituzione protettiva che la’ manca, mentre qua sorregge il welfare totalmente mancante: la famiglia.
    Quando la generazione del posto fisso e del boom economico sarà scomparsa ci avvicineremo sempre piu’ a quel modello.

    A livello internazionale le differenze di ricchezza sono ancora piu’ squilibrate, drammatiche.

    Constato solo che sia triste che l’unico meccanismo redistributivo generalizzato fra paesi “ricchi” e paesi poveri debba passare attraverso lo scambio sessuale, in cui perdipiu’ uno dei contraenti sta sicuramente in posizione svantaggiata. Ossia per strada, al freddo, esposta a malattie e violenza.
    Vedere proprio le donne, che sono fisicamente piu’ deboli in queste condizioni non puo’ non toccare chiunque abbia un minimo di sensibilità.

    “che facciano le stradali o le veline la differenza e’ solo di compenso e non sostanziale per chi ne fa una questione morale”

    Io, che non ne faccio una questione morale nel modo piu’ assoluto, nella convinzione che la considerazione e il rispetto da riserbare a queste ragazze sia lo stesso che si riserba a madri e sorelle, credo che il fattore economico conti eccome.

    Un conto è arricchirsi come hai fatto tu, un conto è guadagnare giusto quello che dovresti poter guadagnare con un lavoro “normale”, opportunità che purtroppo la nostra società non offre.

    Sono certo che se non ci fossero queste brutali diseguaglianze esisterebbe solo un mercato molto piu’ di nicchia, tipo quello dove hai lavorato tu, che sicuramente non susciterebbe (non dovrebbe)alcun problema morale.

  7. Chiara di Notte - Klára Says:

    Un conto è arricchirsi come hai fatto tu

    Arricchirsi e’ una parola grossa. Tieni conto che la “vita professionale” per una devochka che lavora in un mercato di nicchia, e’ assai breve.

    In genere i rate di una prostituta hanno un grafico a campana, sono bassi inizialmente (fino a quando non e’ conosciuta ed ha pochi clienti), poi salgono progressivamente, ma raggiunto il picco massimo tendono poi a ridimensionarsi con l’eta’ fino a ritornare bassi.

    Per cui una ragazza che intenda ottimizzare, ed allo stesso tempo non subire umiliazioni (inevitabili) allorquando il fisico non riesce (per forza di cose) ad avere quella forma e quella tonicita’ necessaria per richiedere certi rates, dovra’ ad un certo punto chiudere, e magari dovra’ farlo in un’eta’ ancora giovane, cosi’ da poter intraprendere altre strade.

    Certe scelte sono a volte dure da fare (essere ammirate e superpagate dagli uomini, stimolerebbe la vanita’ di qualsiasi donna e chi prova tale esperienza poi ha difficolta’ a farne a meno), ma necessarie.

    L’accumulo di denaro con questa professione e’ quindi ristretto ad un breve arco di vita, inoltre si deve tenere conto che per offrire qualcosa che sia di deve essere necessariamente reinvestita nell’attivita’ sottoforma di “immagine”.

    Per cui, con una certa professione si riesce a vivere una vita abbastanza agiata, ma se quei soldi accumulati non vengono investiti in qualcosa di redditizio che possa dare una sicurezza anche futura, il rischio e’ quello di ritrovarsi “col culo per terra”.

    Soprattutto se alle spalle ci sono stati personaggi biechi che, in qualche modo, hanno “pappato”, se pur solo come semplici “compagni”.

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