Archive for giugno 2008

Baskettofilo

30 giugno 2008
Ciao, scusa se ti cito, ma sai, non posso farne a meno. E’ come un riflesso condizionato, il mio, che risale ai tempi in cui frequentavo “cotal” immondezzaio 🙂

Guarda, in fondo non sono cattiva. Solo un pochetto fastidiosa… ogni tanto. 🙂

Purtroppo mi saltano agli occhi certe similitudini “raffinate” e, come al mio solito, devo forzatamente (te l’ho detto, sono “condizionata”) frantumare le balle al multinick di turno che ogni tanto “risorge”.

Mi spieghi una cosa? Una sola poi, ti giuro, non ti rompero’ piu’. Non sarebbe meglio che risparmiassi tempo ed usassi il solito “romantico” nick di sempre? Perche’ cambi continuamente nick quando poi si capisce benissimo chi sei? Ha un significato allegorico tutta questa manfrina, oppure il farti sempre sgamare, fa parte di un piano preodinato?

Adesso ti saluto. Mi dispiace solo di non avere gli emoticon che salutano con la manina, pero’, se lo desideri, d’ora in poi puoi chiamarmi “madame”. 🙂

PS: Questo post e’ inutile, lo so, ed attirera’ su di se’ i commenti dei soliti in cui si dira’ che non interessa una beata fava a nessuno di chi sia baskettofilo, e che io dovrei scrivere solo i raccontini pruriginosi (neanche la politica mi si addice), pero’ a volte mi viene voglia di stuzzicare qualcuno, senza commettere azioni tremende, solo sputtanandogli il nuovo nick. Quindi perdonatemi. 🙂

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100 anni fa: Tunguska

30 giugno 2008
30 giugno 1908, un bagliore fende il cielo della Siberia centrale. Per centinaia di chilometri si osserva quella che sembra una cometa fiammeggiante. Il fenomeno viene osservato dal Lago Baikal a Karsnoyark e i cacciatori evenki che vivono nella foresta racconteranno di aver visto un secondo Sole, che per dieci minuti interi affianca quello che sorge ogni mattina. Questa nuova luce però, precipita e finisce la sua corsa sulla Terra. Genera un’esplosione, violentissima e fragorosa, seguita da un bagliore ancora più forte e splendente che suscita sgomento. Per settimane dopo l’impatto, le polveri scagliate nella stratosfera sono luminescenti e perfettamente visibili anche a grande distanza.

Siamo nel 1908 e grazie al telegrafo la notizia fa il giro del mondo: già il 3 di luglio se ne parla sul londinese The Times. Per arrivare al punto d’impatto, ci vorrà invece molto più tempo: la zona è remota, letteralmente immersa nel taiga sterminata e l’aereo è solo agli albori. La città più vicina, Krasnoyark, è quasi 500km più a sud lungo la linea ferroviaria Mosca-Vladivostok. La scienza ci arriva solo nel 1927, con Leonid Alekseevič Kulik, che scopre una vasta zona di alberi abbattuti e si convince che la catastrofe sia stata causata dall’impatto al suolo di un grande meteorite. Cerca per anni una traccia dell’oggetto venuto dal cielo, ma non ci riesce: grazie alle sue spedizioni alimenta però il mito di Tunguska. Si parla di astronavi aliene, di stravaganti particelle cosmiche e perfino dell’antimateria così popolare nella letteratura fantascientifica. Per gli sciamani evenki della regione (vd, I. Mikhaylovich Suslov), la spiegazione del fenomeno andava cercata altrove: era stato il dio Agdy, signore della folgore, deciso a punire le tribù della regione impegnate in una lunga faida per i territori di caccia e di pascolo.

Oggi si sa che intorno alle sette del mattino del 30 giugno 1908 un corpo roccioso di circa 50 metri di diametro esplose a 8mila metri mentre era in volo sulla vasta e spopolata regione siberiana attraversata dal basso corso del fiume Tunguska. Non ci fu nessun impatto al suolo, ma una violenta esplosione prodotta dal repentino rilascio dell’energia accumulata dal corpo celeste nell’attraversamento dell’atmosfera. Oggi la scienza ritiene che fosse un meteorite “morbido”, costituto cioè da materia leggera e poco coesa, che fu completamente vaporizzata nella deflagrazione. Si sa anche che quello di Tunguska non fu un evento di dimensioni straordinarie. Il nostro pianeta, nella sua lunga storia, ha sperimentato di peggio.

Solo i corpi più grandi e compatti raggiungono il suolo (e diventano dunque veri meteoriti) , mentre quelli più piccoli esplodono in aria. Un caso classico e molto impressionante è quello del celebre cratere di Barringer (foto il Cratere di Barrniger). Si tratta di un buco di forma circolare del diametro di oltre un chilometro e profondo 300metri, prodotto 50mila anni fa nel terreno arido dell’Arizona e oggi visitabile non lontano da Winslow. Dopo anni di studio, gli scienziati credono di aver identificato il colpevole: un meteorite ferroso di circa 50metri di diametro. Le dimensioni sono dunque analoghe a quelle di Tunguska ma in questo caso si trattava di un blocco di materiale ferroso di circa 300mila tonnellate lanciato contro il nostro pianeta alla velocità di circa 28mila km/h. La lista degli impatti di piccole dimensioni è molto vasta, quella con i grandi oggetti è invece, per nostra fortuna, estremamente corta.

Il più celebre tra questi giganti è senz’altro il cosiddetto Meteorite di Chicxulub, dal nome del villaggio messicano sotto il quale, alla fine degli anni ’70, una prospezione geologica aerea condotta per conto della compagnia nazionale del petrolio rivelò la presenza di un cratere di enormi dimensioni. Il gigante dello Yucatan, che ha un diametro di 180km era stato provocato da un bolide di almeno 10 km di diametro che raggiunse il pianeta più di 150 milioni di anni fa e provoco sul terreno un’esplosione 2 milioni di volte più potente dell’atomica umana. Un evento epocale, cui alcuni scienziati associano la repentina estinzione dei dinosauri. Dibattito aperto, ma non certo sulla natura dell’evento che fu un vero disastro, un termine che – forse l’abbiamo dimenticato – vuol dire letteralmente “cattiva stella”.

Articolo tratto da QUI

A leggere questa notizia c’e’ da riflettere. Innanzi tutto, su quanto sia effimera, l’esistenza del genere umano, su questo pianeta: nonostante il livello di civilta’ raggiunto, potremmo estinguerci in un attimo, come i dinosauri. Poi su quanto, un simile evento che spazza via tutto, senza tener conto di ceto, condizione sociale, eta’, razza, convinzione religiosa, eccetera, sia “democratico”.
Di fronte a catastrofi che portano alla fine del mondo, tutti/e siamo inermi… ed uguali. Certi cataclismi, se accadono e quando accadono, non possono essere fermati in alcun modo. Neppure se ad attivarsi e’ la persona piu’ potente del mondo, anche se e’ quella che e’ piu’ in “confidenza” con Dio.

Avendo i mezzi per prevedere una sciagura di tale portata, oggi come verrebbe interpretata la caduta sulla terra di un meteorite come quello che ha estinto i dinosauri? Come un fatto “naturale, e quindi l’inizio di un nuovo ciclo, oppure come il giorno del Giudizio?

Nei film catastrofici si vede sempre che, alla fine, una parte dell’Umanita’ ce la fa a trovare il modo di sopravvivere. Le varie personalita’ di spicco, i vari presidenti, i capi di stato con le loro famiglie ed i loro “lecchini”, trovano sempre rifugio in superbunker a prova d’impatto, difesi da soldati che tengono alla larga la massa dei meschini che, senza speranza, vediamo perire sommersi da onde gigantesche oppure polverizzati dall’immane esplosione.
Tali epiloghi, pur apparendo a lieto fine, in realta’ ristabiliscono l’immutabilita’ dei ruoli consolidati: da una parte chi puo’, dall’altra chi non conta nulla. Ma sarebbe veramente cio’ che i meschini si augurerebbero?

Spesso, penso e scrivo cose assurde, lo so.

Utopia di una notte d’estate

28 giugno 2008

L’ho conosciuto per caso una calda sera d’estate, in uno di quei bar frequentati da donne, perlopiu’ lesbiche, in cerca di avventure non impegnative.
Ricordo di essere rimasta piacevolmente sorpresa nel vederlo entrare.
Quando ha incrociato il mio sguardo stavo seduta su un alto sgabello, appoggiata al bancone, e bevevo un Grasshopper. Ostentava sicurezza, ed aveva una bellezza molto particolare. Non tanto fisica, quanto di quelle che scaturiscono dall’interno, e che i miei occhi affinati riuscivano a percepire. Il fiore azzurro che spiccava, infilato nell’occhiello della sua giacca, mi confondeva non poco.
Tenevo le gambe accavallate, sapientemente scoperte, ed il tessuto della gonna molto corta, arricciandosi, mi saliva su fino all’inguine. Lui si e’ seduto su uno sgabello accanto al mio, che era libero, dopodiche’ mi ha esaminata tutta. Partendo dalle dita dei piedi, sporgenti dalle sottili striscioline di cuoio dei sandali, e’ risalito lungo tutto il mio corpo, fino a raggiungere gli occhi.
Al cameriere che gli si e fatto incontro per l’ordinazione ha chiesto di servirgli un Daiquiri ghiacciato. Poi ha iniziato con naturalezza a parlare con me, come se ci conoscessimo gia’, ed abbiamo trascorso il resto della serata a bere e conversare.
Era molto tardi quando mi ha chiesto se potevamo proseguire la conversazione a casa sua. Ho rifiutato cortesemente la sua proposta, ed in quel momento ho notato un lampo di delusione nel suo sguardo. Ma quando poi gli ho detto che poteva accompagnarmi in hotel, il lampo di delusione e’ mutato in sorpresa, ed anche in un po’ di diffidenza.
Ho scelto un albergo li’ vicino, uno modesto, a due passi dal bar. La luce dell’insegna fuori era spenta. Solo un tenue chiarore, unico segno di vita proveniente dall’interno della porta d’ingresso, mostrava che c’era una speranza di avere la camera.
Ho suonato il campanello, e siamo rimasti in attesa che qualcuno si facesse vivo. Poi una luce si e’ accesa, e sulla porta e comparso un uomo chiaramente strappato al suo sonno.

”Avremmo bisogno di una camera fino a domattina.” Gli ho detto.

“Mi spiace ma siamo al completo.” Ha risposto bruscamente l’uomo.

Il mio accompagnatore ha fatto per replicare qualcosa, ma io, con un cenno, l’ho fermato, e dalla borsetta ho tirato fuori una banconota da cinquanta euro.

”Per il suo disturbo…” Ho detto porgendo il denaro all’assonnato portiere.

L’uomo, un tipo con la faccia da topo, all’inizio e’ parso titubante, poi ha afferrato i soldi facendoci capire che potevamo entrare.

“Al secondo piano e’ libera la 26. E’ una singola… Se vi sta bene lo stesso…”

”Non c’e’ problema – Gli ho risposto – mi dia la chiave.”

L’uomo ha allungato la mano verso la bacheca dove erano appese le chiavi e mi ha consegnato quella della stanza numero 26.

”Ho bisogno di un documento. C’e’ l’obbligo di registrare la presenza di ogni ospite dell’hotel. E’ sufficiente un solo documento per entrambi.”

Mi sono voltata verso il mio accompagnatore, e l’ho invitato a consegnare il suo. L’uomo dell’hotel, dopo averlo esaminato scrupolosamente, ha detto:

“Se volete vi accompagno su, ma sono sicuro che saprete arrangiarvi da soli… Quando siete al secondo piano prendete il corridoio alla vostra destra. La camera e la prima che trovate a destra.”

”Si’ certo, ci arrangiamo per conto nostro, non si preoccupi.”

E siamo saliti.
La camera era piccola, il letto anche, ed il bagno non era certamente il massimo, ma nel complesso era decorosa e pulita, e cio’ era sufficiente.
Mentre mi liberavo degli abiti lui e’ rimasto a guardarmi, immobile, con espressione incredula, fino a quando sono rimasta quasi del tutto nuda, con indosso solo un minutissimo perizoma. A quel punto l’ho guardato fisso negli occhi, restando in attesa di un suo cenno.
La luce fioca della lampada sul comodino ammorbidiva le mie forme. Percepivo il suo desiderio. L’aria ne era intrisa. Stava osservando tutto di me: i fianchi rotondi, il ventre piatto, le gambe lunghe e affusolate, il seno non esuberante ma pieno e morbido, caratterizzato per gli impertinenti capezzoli sporgenti, ed i capelli lunghi e voluminosi che mi cadevano sulle spalle. Il tutto mi conferiva un aspetto quasi indecente.

”Vieni! – Gli ho detto indicandogli il letto – Spogliati anche tu.”

Senza fretta ho fatto scendere il perizoma lungo le cosce, e l’ho sfilato dalle caviglie. Poi mi sono girata mostrandogli quello che molti ritengono sia il punto esteticamente piu’ bello di tutto il mio corpo, liscio e perfetto come la seta. E mi sono distesa sopra il lenzuolo.

”Vieni qua – gli ho detto quasi impaziente – togliti i vestiti, che aspetti?”

Da principio era sospettoso, pareva non si fidasse di quella situazione, per lui surreale. Si e’ limitato a guardarmi, ma io mi sono messa in ginocchio davanti a lui ed ho proteso le mie labbra verso le sue perche’ mi baciasse. Lui mi ha stretta a se’, senza pero’ fondere le sue labbra con le mie. Ho sentito il suo cuore che batteva forte, ed anche un fremito di ansia.

“Che c’e’? Sei timido? – Gli ho chiesto in modo provocatorio – Non ti piaccio?”

Poi mi sono alzata in piedi, ed ho iniziato a spogliarlo, giocando e divertendomi a togliergli i vestiti fino a denudarlo completamente. A quel punto, senza dire nulla, mi ha rovesciata sul letto, mi ha aperto le gambe, e si e’ gettato sul mio corpo come un lupo affamato.
Abbiamo fatto sesso per oltre un’ora, e dopo, grondanti di sudore, sebbene sapessimo che la voglia non si era completamente spenta, ci siamo rilassati. Ho appoggiato la mia nuca sulla sua spalla, accanto al suo volto, e sono rimasta adagiata, attaccata a lui in quel piccolo letto, ad osservare i giochi di luce sul soffitto, mentre percepivo le domande che, inevitabilmente, stavano affollandosi nella sua mente. Ha iniziato a chiedermi partendo da quella piu’ prevedibile.

“Chi sei?”

”T’interessa sapere di me?”

”Si’, certo.”

”Cosa t’interessa sapere di preciso?”

”Tutto.”

”Se ti dicessi che neanche io so chi sono, ci crederesti? Pero’ ho letto un libro, e forse qualcosa, adesso, inizia a rischiararsi.”

“Un libro?”

“Si’, uno di quegli oggetti fatti di tante pagine, conosci? Racconta di un posto bellissimo.”

“E’ in Russia?”

”Non lo so… Forse si’… Ma perche’ ti viene in mente la Russia?”

“Perche’ ho come l’impressione che tu provenga da quelle parti… Ma si tratta di una guida turistica?”

”No, ma potrebbe essere una guida di vita.”

“Allora e’ un libro di fiabe!”

”Perche dici questo?”

”Cosa potrebbe essere altrimenti? Sembri una fata uscita da un mondo irreale.”

“Quello di cui ti parlo e’ un luogo straordinario. Le persone lavorano al massimo tre ore al giorno, ed il resto del tempo lo dedicano al riposo, all’arte, all’amore, ai piaceri della vera vita.”

“Affascinante!”

La sua mano nel frattempo era scivolata fra le mie cosce, e le sue dita avevano iniziato a giocherellare con il pube e le grandi labbra.

“Tutti dovrebbero andare alla ricerca di quel luogo.” Ho aggiunto io, cercando di non essere coinvolta dai suoi sapienti tocchi sempre piu’ audaci.

“Perche’?”

Dalla sua voce capivo che stava eccitandosi, mentre le sue dita trovavano la strada per scivolare dentro di me.

”Perche’ la vita ci abitua a non vivere. Non ce ne accorgiamo e crediamo che la vita sia la Vita, ma non e’ cosi’.”

”Non capisco.”

”Ci hanno convinti che nella vita sia necessario avere tanto denaro per essere felici.”

”Beh, il denaro e’ importante, altrimenti come faremmo a soddisfare tutte le comodita’ alle quali siamo abituati? Penso che nessuno potrebbe rinunciare facilmente a possedere l’automobile, a fare le vacanze, a soddisfare i propri desideri…”

”La vita vissuta in questo modo provoca solo ansia. Ansia di non possedere abbastanza. Ansia che porta alla depressione ed allo stress. Il denaro ci possiede, ci rapina di quanto abbiamo di piu’ prezioso: il tempo. Dovremmo riappropriarci del nostro tempo.”

”E’ una utopia la tua.” Mi ha risposto carezzandomi la’ dove sentivo l’umido desiderio che, anche dentro di me, iniziava a crescere.

“Ho bisogno di utopie. Ho bisogno di credere che possano esistere luoghi in cui sia possibile decidere del nostro destino. In cui possiamo riprenderci cio’ che ci e’ stato tolto. Ho voglia di leggere libri, di stare insieme alla gente, di guardare il mondo, e tutto cio’ che mi sta intorno, con occhi nuovi… E scrivere le sensazioni che provo. Per troppo tempo ho prestato attenzione solo alla scorza del frutto senza rendermi conto che dentro c’era anche la polpa da mordere… Tu che lavoro fai?”

“Analista finanziario.”

”E ti piace?”

”Si’, credo di si’. Sono pagato bene.”

“E non sei stanco di tutto cio’?”

”Certo che sono stanco. Non vedo l’ora che giunga il fine settimana per avere un po’ di tempo da dedicare a me stesso.”

”E nel week end cosa fai?”

”Quando arriva la domenica…”

A quel punto si e’ interrotto. Non sapeva piu’ cosa rispondermi. Ha tolto le dita da dove le aveva sapientemente introdotte. Erano bagnate di me, ed ha iniziato a giocherellare con uno dei miei capezzoli.

“Se devo essere sincero nei week end non so mai cosa fare. La maggior parte delle volte mi annoio. Strano, vero? Ma sono convinto che succeda a tutti…”

”E non ti sei mai chiesto come sia potuto accadere?”

“Sono troppo pigro per pormi delle domande. Forse e’ questa la ragione per cui capita che trovi rifugio in qualche bar alla ricerca di compagnia. Il sesso, ecco qual’e’ lo stimolo che mi fa andare avanti nella vita.”

”E non senti il bisogno di progettare qualcosa di nuovo? Io lo sento. Credo sia possibile guardare il mondo da una diversa prospettiva; vivere in un altro modo.”

”E’ questa la ragione per la quale sei qui con me?”

“In quel luogo straordinario, quando le persone hanno il desiderio di fare l’amore mettono un piccolo fiore azzurro sul loro petto, un fiore identico a quello che hai infilato nell’occhiello della tua giacca. L’ho notato subito quando sei entrato nel bar. Perche’ lo avevi?”

”E’ stata una di quelle venditrici di fiori, forse una zingara. Sai, una di quelle che si piazzano fuori dai locali e non ti lasciano in pace fino a che non ne compri uno… Ha insistito talmente tanto perche’ mettessi il fiore sulla giacca, che non ho saputo liberarmi della sua presenza fino a quando non l’ho accontentata allungandole cinque euro. Ma… Vuoi dire che sei venuta a letto con me perche’ hai visto il fiore azzurro che avevo sulla giacca?”

”No, per niente… “

”E allora perche’?”

”Stai zitto… Zitto adesso…”

Ho abbassato la testa fra le sue cosce, riempiendomi la bocca del suo desiderio, ed abbiamo ricominciato a fare l’amore [1]. L’abbiamo fatto fino a che, sfiniti, ci siamo addormentati.
Stava albeggiando quando mi sono svegliata. Lui dormiva ancora profondamente. Me ne sono andata in fretta ed in silenzio, e l’unica cosa che ho portato con me e’ stato quel piccolo fiore azzurro, tolto dall’occhiello della sua giacca.

“In Kirghisia nessuno lavora più di tre ore al giorno e il resto del tempo lo dedichiamo alla vita. Quando un qualsiasi cittadino compie i 18 anni gli viene regalata una casa. E se qualcuno desidera fare l’amore, mette un piccolo fiore azzurro sul petto in modo che tutti lo sappiano.” (Lettere dalla Kirghisia – Silvano Agosti)

[1] “Fare l’amore” e “fare sesso” in italiano hanno significati diversi, talvolta in contrasto fra loro, e nessuno dei due rispecchia esattamente la situazione descritta. Il termine piu’ appropriato sarebbe, piuttosto, quello russo: Любить (Liubith).

Quando non si ha nulla da dire

28 giugno 2008

A volte sono anche troppo paziente con chi non e’ in grado di recepire le mie puttanate, ma che volete farci? Sono fatta cosi’. E’ tutta colpa del mio carattere un po’… Orientale.

A proposito di orientale… Chissa’ se qualcuno le conosce. Sono sicura di si’ 🙂

Sono due sfere cave, riempite di altre sfere piu’ pesanti, collegate tra loro da un cordoncino. Si introducono nella vagina e provocano piacere con le vibrazioni causate dal loro movimento. Non c’e’ bisogno di fare niente per essere eccitate, basta tenerle dentro.

Gli uomini non hanno di questi giocattoli cosi’ sofisticati. Ecco un’ulteriore differenza nel modo in cui noi agiamo la nostra sessualita’ diversamente da loro. Se potessi usare dei termini militari, direi che noi possiamo usare materiale “stealth”, non rilevabile da alcun radar, mentre loro devono per forza provvedere all’apertura dei silos per lanciare i missili 🙂

Da quando le ho comprate, le indosso spesso. Se esco per far shopping, per andare al cinema, quando sono costretta a lunghi viaggi in auto, in treno, in aereo, oppure, ed e’ questa l’occasione piu’ divertente, quando sono invitata al ristorante da qualcuno.

Sapeste cosa non si prova a starci seduta sopra mentre guardo negli occhi colui che ho di fronte, e lui (blablabla) racconta tante cose di se’ e della sua incredibile vita. 🙂

Posso tranquillamente discutere di tutto, durante la cena, senza che il mio interlocutore si accorga di niente. Anzi, in realta’ posso solo ascoltare cio’ che lui dice, perche’ non ho mai argomenti interessanti. Sono una donna semplice, poco istruita, incompetente su tutto, non so mai come rapportarmi di fronte ai discorsi impegnati che la mia mente non riesce a metabolizzare, e non ho mai nulla da dire. Pero’ sono consapevole dei miei limiti.

Qualche volta, se mi va, se lui con i suoi discorsi e’ riuscito a stimolare l’unico neurone che vaga nel vuoto cosmico della mia scatola cranica, ad un certo punto, mentre sta (blablabla) spiegandomi il senso della vita ed i grandi valori dell’Universo, dei quali, come sapete, non capisco una beata fava, glielo comunico.

Ed allora avviene una cosa stranissima. Una specie di miracolo: su ogni discorso che stiamo facendo cade il silenzio siderale…

Fossero anche discorsi (blablabla) incredibilmente, coinvolgenti, (blablabla) contorti e (blablabla) originali, si stesse parlando persino dell’ultima partita della sua squadra del cuore, in quell’istante tutto assume un valore subordinato rispetto a cio’ che sta accadendo, invece, all’interno del mio luogo piu’ intimo.

Quasi sempre lui borbotta qualcosa tipo: “Ma dici sul serio o mi stai prendendo in giro?”

Se mi va (solo se mi va), dico che posso dargli la prova. Allora mi reco in bagno, mi tolgo le palline e, tornata al tavolo da lui, con naturalezza le faccio scivolare nel suo bicchiere.

Lui, se e’ un tipo di quelli che nella vita hanno visto di tutto, e che non si lascia intimidire dalla mia banale impudenza, sta al gioco. Versa nei nostri calici del vino, e mi invita ad un brindisi. Altrimenti, se resta interdetto, imbarazzato, o addirittura disgustato, io capisco che, fra lui e le palline, le seconde, come amanti, sono comunque le piu’ interessanti. 🙂

Una volta e’ avvenuto che, mentre le stavo togliendo (ero nel bagno del ristorante), mi siano cadute dentro la tazza del cesso. Le ho recuperate in qualche modo, poi ho cercato di pulirle lavandole con l’acqua, e lui, bevendo poi il vino, pare non si sia accorto di nulla. Almeno spero.

Ma dopo non me la sono sentita di riusarle. Le ho gettate via e ne ho comprate altre. 🙂

Sogno e realta’

27 giugno 2008


Unicita’: motivo di vanto

26 giugno 2008
Anche nel virtuale, anzi, soprattutto nel virtuale la vanita’ puo’ essere manifestata in maniera estrema, quasi totale. I vari nick in calzamaglia, fra i quali, per coloro che non credono ad una virgola di quanto scrivo (e fanno bene), posso essere inclusa io stessa, hanno la capacita’ di trasformarsi in tutto cio’ che desiderano. Un po’ di Wikipedia e qualche fotina scaricata da internet, ed ecco che si concretizza l’immagine di una Lara Croft pronta a dispensare le sue doti letterarie e le sue attenzioni virtuali ad ogni credulone che, nel web, improvvisatosi cacciatore, va a caccia della preda ideale.

Per creare un personaggio virtuale interessante, tale da suscitare la curiosita’ dell’internauta medio, non occorre essere “un genio”. Basta quel minimo di capacita’ di saper donare una emozione in piu’ rispetto al noioso grigiore che accompagna la normale vita di ogni giorno e, chi ha una minima conoscenza del comportamento umano, sa quali leve deve “muovere” per apparire interessante agli occhi di chi legge.

Esiste comunque una regola non scritta: chi afferma di essere di sesso maschile non ha necessita’ di “provare” la sua identita’ per essere credibile, e la stessa cosa vale per chi si descrive orribile, stupido, povero, o con una qualsiasi caratteristica che abbia accezione negativa.

Tutto cio’ che non e’ invidiabile, o desiderabile, in internet non deve essere dimostrato, e se io adesso rivelassi la mia “orrenda verita’”, cioe’ di essere un brutto, vecchio, grasso, ragioniere, non solo non avrei piu’ l’onere della prova a mio carico, ma credo addirittura che questo blog si spopolerebbe in un battibaleno.

L’onere della prova ce l’hanno invece quei nick che si dichiarano di sesso femminile, e/o i belli, e/o i colti, e/o i ricchi, cioe’ coloro che mostrano un’immagine superiore a quella che rispecchia la realta’ media della gente, in quanto vengono automaticamente tacciati di millanteria se non danno prova certa di essere tali anche nel reale.

In fondo, tutto cio’ e’ comprensibile. La maggior parte di chi si rapporta con altri/e interlocutori o interlocutrici nel mondo virtuale, lo fa per misurarsi nel “gioco” di chi la racconta piu’ grossa, che piu’ di un gioco rappresenta un modo per superare le proprie intime frustrazioni, per cui chi “segna il punto” deve anche convalidarlo e dimostrare che esso non e’ stato ottenuto con l’inganno.

Ma non tutti/e millantano, ed in alcuni casi, chi possiede i sensi giusti, puo’ percepire che, dall’altra parte, ci sta effettivamente qualcuno/a che combacia con l’immagine che da’ di se’. Sono questi i casi in cui esiste una corrispondenza fra la personalita’ reale e quella virtuale.

Chi giunge a tale traguardo compie una significativa evoluzione dal punto di vista personale, oltre ad un’autentica rivoluzione del modello comunicativo utilizzato nelle comunita’ virtuali. E di questo fatto ha tutte le ragioni per vantarsene.

Era molto tempo che avevo abbandonato la lettura del blog del Sultano Beyazid. La mia distanza di vedute riguardo alla concezione di un mondo, opposta alla sua, che per me e’ in funzione quasi totalmente femminile, aveva creato una frattura comunicativa profonda, e considerata la prolissita’ grafomane della persona che agisce dietro quel nick, avevo deciso di non gettarmi in polemiche infinite per le quali avrei dovuto spendere un sacco di tempo in discussioni inutili.

Comunque lo ringrazio enormemente per aver riconosciuto QUI la mia coerenza, attribuendomi il titolo di capostipite riguardo a quella caratteristica “evolutiva” della quale posso andar fiera.

Il nano sta sbroccando

26 giugno 2008
Il potere esecutivo, generalmente posseduto da un’istituzione denominata “governo”, e’ in prima istanza il potere di applicare le leggi, distinto dal potere legislativo (che in Italia e’ affidato ai due rami del Parlamento), che e’ il potere di fare le leggi, mentre il potere giudiziario (affidato alla Magistratura) e’ il potere di giudicare, ed eventualmente punire, chi non rispetta le leggi.

La separazione tra i tre poteri garantisce l’imparzialita’ delle leggi e della loro applicazione.

Quando il Primo Ministro che presiede un governo, controlla allo stesso tempo anche la maggioranza nei due rami del Parlamento, detiene di fatto due di questi poteri.

Se per caso egli dovesse far promulgare delle leggi volte a fargli controllare anche il potere giudiziario, si avrebbe una situazione nella quale i cittadini rimpiangerebbero lo stalinismo.

La via della zingara

25 giugno 2008

Devo dire che Klaudia e’ molto cresciuta. Adesso e’ una donna, ed ha maturato quella sicurezza che le mancava. Ha terminato gli studi con successo, ed ha iniziato a lavorare nel campo della moda. Questo la porta, molte volte, ad allontanarsi da casa per lunghi periodi, ad avere abitudini diverse, a conoscere gente nuova. La sua vita sta progressivamente divergendo da quella del piccolo paese dove ha sempre vissuto.

E’, comunque, ancora all’inizio di quel percorso individuale verso l’indipendenza, ma conosco il suo carattere, e sono certa che, se non si lascera’ sviare dai tanti discorsi, raggiungera’ alcuni, se non molti, degli obiettivi che si e’ data. Ovviamente in tutto cio’, lo dice lei stessa, non puo’ esserci posto per legami affettivi fissi e duraturi, tanto meno per un matrimonio, e per dei figli che, fra l’altro, non e’ cio’ che desidera in questo momento.

Non avendo con chi confidarsi, ed avendo con me un ottimo rapporto fin da quando era bambina, spesso mi chiama e mi racconta gli ultimi avvenimenti, le sue storie, anche private, talvolta anche troppo private. Ma soprattutto mi parla delle sue attuali incomprensioni con la famiglia, con la quale vive un momento di grande contrasto. Questa rinnovata confidenza, nonostante la differenza di eta’, ci sta avvicinando ancor di piu’, ed io provo per lei un sentimento misto fra il materno ed il sorellico [1]

Dice che le persone, soprattutto le piu’ vicine, si prodigano a darle consigli per la buona riuscita della sua vita futura, e vorrebbero che lei si trovasse un bravo fidanzato, che si sposasse, e che avesse tanti bambini.

Non capisce il perche’ di tanto “accanimento terapeutico” nei suoi confronti, ma per lei il problema e’ principalmente di coscienza: da una parte la voglia estrema di vita libera, non condizionata, inseguendo i suoi sogni; dall’altra il dolore derivante dal pensiero di una lacerazione con la sua famiglia, alla quale e’ molto attaccata.

Per i suoi genitori, e per le sue sorelle, io sarei l’artefice del Peccato Originale, quella che le avrebbe messo in testa strane idee, pero’ non posso farci niente se lei spesso mi cerca per avere consigli, ed io non me la sento di rifiutarglieli. Anche se so che con questo contribuiro’ ancor di piu’ a farle prendere quelle decisioni che lei stessa, interiormente, desidera prendere.

Le ho detto, innanzi tutto, che la sua famiglia fa bene a preoccupasrsi per lei. Che ogni madre ed ogni padre hanno il dovere di assicurarsi che la loro figlia abbia una vita felice, ma che dovrebbero, piu’ che indirizzarla verso certe strade che loro desiderano, anzi cercano di imporle, indicarle quelle che, eventualmente, potrebbero essere pericolose per lei, lasciando pero’ a lei la decisione.

Le ho spiegato poi che sarebbe sbagliato se collegasse le sue esigenze con le mie di quando avevo la sua eta’, e quindi sarebbe un errore se intendesse ripetere le mie stesse esperienze. Essendo noi due diverse, lei non puo’ mettersi in testa di seguire le mie impronte come era abituata a fare da piccola quando, nella neve, metteva i suoi piedi dentro il solco lasciato dai miei passi.

La mia vita ha preso una certa direzione per motivi diversi dai suoi, ed in un’eta’ diversa dalla sua. Inoltre, in quel periodo, “andarsene”, prendere la “via della zingara”, rappresentava non tanto un atto di ribellione verso i genitori, oppure contro il conformismo, quanto un’occasione per vivere lontana dai problemi che assillavano il nostro Paese. Problemi che, con il tempo, si sono risolti.

Le ho anche detto che, se avesse deciso di prendere quella via, nessuno avrebbe posseduto la chiave della sua gabbia, ma avrebbe dovuto costantemente combattere contro l’ipocrisia, e contro l’invidia della gente mediocre. Sentimenti che avrebbe dovuto, pero’, farsi scivolare addosso, per non sentirsi inadeguata e fuori posto.

Purtroppo esistono donne che, sapendo di non possedere doti tali da attirare molte attenzioni, preferiscono, per paura di restare sole, adagiarsi nelle prime situazioni affettive, di comodo, che a loro capitano, senza averne consapevolezza, ne’ convinzione. E quando non possono piu’ tornare indietro, oppure non hanno il coraggio di tornare indietro, se anche sentono di essere profondamente insoddisfatte, si autoconvincono di aver fatto comunque la scelta migliore.

Poi capita che si trovino a guardare negli occhi una donna che rappresenta tutto cio’ che non loro sono mai state, e non saranno mai. Una donna indipendente, realmente soddisfatta delle proprie scelte, e che mostra quella spensieratezza a loro sconosciuta. Cosi’ non riescono a capacitarsi di come possa, quella persona, essere felice, e cercano di correggere l’anomalia, inducendola ad adeguarsi a loro, cosicche’ anche lei possa essere “felice” come lo sono loro.

Soprattutto se quella donna ha anche un corpo, un cervello ed un’anima che suscitano ammirazione intorno, mentre loro, ormai, si sono arrese ai piaceri della cucina, ed alla pigrizia fisica e mentale.

[1] Sorellico non esiste. Purtroppo la lingua italiana soffre di quella che io reputo una “deficienza” linguistica, dovuta al tipo di societa’ maschilista, che non le consente di avere termini specifici femminili, come quello del sentimento “fraterno” fra donne.

Nick in calzamaglia

24 giugno 2008
Lui

Lui in atteggiamento minaccioso…

La sua casa…

La sua auto…

La sua donna…

Il triste risveglio…

Il giorno prima

24 giugno 2008

“Specchio, specchio delle mie brame, chi e’ la più bella del reame?”

Non era lo specchio della Regina, matrigna di Hófehérke, e neanche di Erzsébet Báthory, quello in cui la sua immagine era riflessa mentre si truccava, ma era comunque un bello specchio, di quelli usati nei camerini dei teatri, circondato di lampadine, con la luce giusta ma implacabile, tanto che se non riusciva a vedersi piu’ che perfetta, non aveva altra scelta se non rinunciare all’appuntamento.

Qualche volta, quando non si era vista abbastanza carina, era accaduto che avesse telefonato al cliente per annullare l’incontro, ma era cosa assai rara. Aveva ancora una bella pelle, compatta, senza imperfezioni, assente di rughe, finanche quelle d’espressione che, di solito, costringevano le sue colleghe piu’ giovani ad un’accurata opera di mascheramento.

“E’ solo genetica” si ripeteva sempre, pensando di chi fosse il merito di quella sua fortunata particolarita’ che le permetteva di apparire molto piu’ giovane di quanto fosse realmente.

Nagyanya, forse, aveva avuto una pelle come la sua quando era stata giovane, pero’ era invecchiata presto. Aveva sofferto, aveva fatto una vita da contadina, aveva superato gli anni duri della guerra, ed aveva allevato molti figli. Tutte cose che invece lei non aveva vissuto.

Ma forse il merito era di quel suo sangue bastardo, risultato del miscuglio di una moltitudine di razze diverse che sentiva fluire nelle vene. Spesso, giocando, cercava di individuare quei caratteri che attribuiva ad un’eredita’ genetica tramanda chissa’ da chi. Gli zigomi alti manifestavano lontane origini asiatiche. Come il “taglio” degli occhi. Il loro colore invece era decisamente nordico: troppo chiaro per essere tzigano. Certe sue origini slave erano evidenti: la costituzione longilinea, le gambe lunghe, l’altezza. Anche la tonalita’ della sua pelle, chiara, non aveva nulla di zingaro.

Di tzigano aveva altre cose. I capelli innanzi tutto; poi alcuni tratti del suo volto come le sopracciglia e la bocca. Inoltre il carattere, ma quello non poteva essere riflesso in uno specchio.

Sul carattere pero’ aveva il dubbio che le provenisse dal suo ascendente latino. Alcuni aspetti di esso erano ancora indecisi, ma lei aveva risolto la questione in un modo molto semplice e pratico: era a volte tzigana, a volte italiana. Dipendeva da cosa le meritasse di piu’ in quel momento.

Ed in quel momento si sentiva italiana. Avrebbe incontrato un cliente nuovo, infatti. Un italiano che risiedeva all’estero, di passaggio in citta’ per affari, che aveva fatto di tutto pur di avere un appuntamento con lei, arrivando persino a posticipare di due giorni il viaggio di ritorno, dato che lei non aveva potuto liberarsi prima di quella sera.

Una cena con dopocena che sarebbe stata consumata nel solito modo, reiterando il medesimo copione, recitando la parte di sempre. Sperava solo che lui non fosse un tipo arrogante, poiche’ se per lei cio’ avrebbe comunque significato riproporre la parte di un’Irina cinica e distaccata, sentiva ormai il peso del tempo, e delle centinaia d’incontri di quel tipo che si erano succeduti in quegli anni.

“Dieci anni – aveva detto quando era arrivata in Italia – lo faro’ per dieci anni… poi chiudo”. Ma non potendo tacitare la sua maledetta coerenza, aveva aggiunto: “Anzi, lo faro’ per altri sette… tre li ho gia’ utilizzati”.

Quando lo disse era convinta. La scadenza dei sette anni le sembrava lontanissima, ma quei sette anni erano volati via silenziosi, e si rendeva conto che l’allarme che aveva fissato per quella scadenza era in procinto di mettersi a suonare. Come quando al mattino le capitava di svegliarsi un po’ prima che iniziasse a suonare la sveglia, e stava li’, nel torpore, cercando di succhiare ancora un po’ di quel bel sogno, sapendo pero’ che il riposo stava giungendo alla fine, e quel sogno non avrebbe potuto riacciuffarlo.

Ma era giunta davvero alla fine?

Se si guardava in quello specchio si vedeva piu’ carina che mai. Era nella sua forma migliore. Aveva l’eta’ giusta, esperienza, e clientela di livello. Perche’ avvertiva il bisogno di dover di rispettare quel suo proposito fatto sette anni prima? Avrebbe potuto benissimo cambiare i termini, avrebbe potuto non calcolare gli anni precedenti al suo arrivo in Italia, cosi’ avrebbe potuto sfruttare le sue doti per altri tre anni. Avrebbe guadagnato altro denaro e, soprattutto, avrebbe potuto continuare a sognare, godendo dalla consapevolezza di essere ancora bramata oltre il limite che normalmente la vita concedeva alle donne.

Ma colei che vedeva nello specchio non avrebbe mantenuto quell’aspetto in eterno. Non era un personaggio di una fiaba. Anche Hófehérke dopo un sonno di molti anni, avrebbe perso la gioventu’, le mani avebbero iniziato a mostrare i primi segni, le sarebbero apparse le prime rughe, il collo e le braccia avrebbero perso di tonicita’, le gambe avrebbero visto comparire i capillari, la cellulite, ed il suo seno avrebbe perso la freschezza di sempre.

Il principe passando per il bosco, non avrebbe incontrato una giovane fanciulla da risvegliare con un bacio, ma un’attempata signora, e forse non si sarebbe preso la briga di disturbare quel sonno, ed avrebbe proseguito il suo cammino senza fermarsi.

Ed anche se Hófehérke, durante tutti quegli anni, si fosse emancipata al punto di mostrare di se’ un’immagine di donna desiderabile al di la’ del suo aspetto, se avesse acquisito intelligenza, cultura, sagacia, fascino, erotismo, coraggio e tante altre qualita’ interiori, tutto cio’ avrebbe avuto valore per il Principe senza qualcosa di piu’ fisico? Dopotutto, quando il Principe l’aveva vista, e si era innamorato di lei, Hófehérke era addormentata. Non stava mostrando di se’ le sue migliori qualita’ interiori. Stava semplicemente dormendo, e se non le fosse rimasta la bellezza, la fiaba avrebbe avuto un finale diverso.

Era inutile che girasse intorno alle parole, lei sapeva benissimo il motivo per il quale quel limite di tempo doveva essere rispettato. Lei sapeva che se avesse rimandato una volta, poi avrebbe continuato a rimandare all’infinito, restando addormentata tutta la vita nella speranza dell’arrivo di un Principe che, invece, non sarebbe mai giunto.

Era questo il suo terrore? Restare sola? O forse per lei “il Principe” era solo un termine usato per indicare qualcosa di diverso da persona?

In quel momento neppure lei riusciva a comprenderlo, ma una cosa sapeva benissimo: se avesse smesso l’avrebbe fatto nel momento in cui tutti coloro che l’avevano conosciuta si sarebbero ricordati di lei, cioe’ quando fosse stata nella sua migliore forma. Non avrebbe mai dato di se’ un’immagine di decadenza.

Si trucco’ in modo semplice, ma privilegiando gli occhi e, come sempre, evito’ il rossetto, sostituendolo con del lucidalabbra trasparente. Quella sera scelse di raccogliere i capelli in uno chignon basso, lasciando che due ciocche ribelli le ricadessero sulle tempie. Poi mise gli orecchini ai quali era affezionata.

Scelse con cura il colore delle lenti a contatto con le quali avrebbe “mascherato” il suo sguardo. Decise per un verde quasi smeraldo, e penso’ che, per quella sera, avrebbe messo anche il “Colombiano”.

Faceva caldo. Evito’ la biancheria intima. Indosso’ un abito leggerissimo e dei sandali con tacco non troppo esagerato. Si rimiro’ ancora, questa volta davanti alla psiche in cui poteva vedersi tutta. Osservo’ che niente fosse fuori posto. Dette un’ultima sistemata ai tirabaci ed usci’.

Strano il destino, folletto impudente, dispettoso e crudele. Non si riesce a capire se sia lui a manovrarci, oppure se siamo noi che interpretiamo degli avvenimenti, del tutto casuali, come fossero parte di un piano preordinato e stabilito altrove. Quella sera lei non sapeva che sarebbe andata incontro al suo ultimo appuntamento, ed anche il mondo, ignaro, in quella sua ultima notte avrebbe sognato la pace, prima del brusco risveglio.