Hófehérke (2) – La figlia del Re


«Non comprendo la maniera delle cose, non so davvero come sia, con le persone come lei. Nessuno di noi lo sa. Ha ammazzato la madre nel venire al mondo, ma non è che sia sufficiente a spiegare.

Affermano che io sia saggia, ma sono ben distante dall’esserlo veramente, nonostante avessi previsto frammenti di ciò che stava per accadere. Soltanto dei momenti. Immagini. Statiche, rigide. Colte in pozze melmose o nel cristallo gelido del mio disco argentato. Se fossi stata saggia non avrei desiderato di mutare ciò che avevo visto. Se fossi stata saggia mi sarei uccisa prima di anche soltanto incontrare lei. Ancor prima di prendere lui.

Saggia. E pure una strega, o almeno, così dicono. Avevo scorto il suo volto nei sogni e nei riflessi per tutta la vita: quindici anni di sogni di lui prima che egli conducesse il suo destriero al ponte quel mattino e domandasse il mio nome. Mi aiutò a montare e cavalcammo fino alla mia minuscola capanna, il mio volto sepolto nell’oro dei suoi capelli. Domandò ciò che di meglio avessi. Il diritto di un sovrano.

La sua barba aveva riverberi ramati nel chiarore del mattino e lo conobbi, non come un Re, poiché nulla sapevo dei Re allora, ma come l’amore. Quantunque avesse già avuto tutto ciò che voleva, ritornò da me il giorno seguente e anche la notte dopo: la sua barba così rossa, la sua chioma così d’oro, i suoi occhi azzurri di un cielo estivo, la sua pelle a cui il sole aveva regalato il colore che ha il grano poco prima di essere raccolto.

Sua figlia era solo una bambina: non aveva più di quattro anni quando giunsi a Palazzo. Un dipinto della sua defunta madre era appeso nella sua camera, nella torre; una dama alta, i capelli colore del legno stagionato, occhi verdi. Era di un sangue differente dalla sua figlioletta che aveva la carnagione così pallida.

La bambina non mangiava con noi.

Non so in quale luogo mangiasse.

Io avevo i miei appartamenti. Il mio sposo il Re, anche, aveva i suoi. Quando mi desiderava mi mandava a chiamare, e io andavo da lui e gli davo piacere, e raggiungevo il mio piacere con lui.

Una notte, alcuni mesi dopo che venni portata a palazzo, ella venne nella mia stanza. Aveva cinque anni. Stavo eseguendo un ricamo vicino ad una lampada, socchiudendo le palpebre disturbata dal fumo e dalla troppa luminosità che ne veniva. Quando sollevai gli occhi, lei era lì.

“Principessa ?”

Non parlò. I suoi occhi erano scuri come il carbone, neri come i suoi capelli, le sue labbra erano rosse come il sangue. Mi guardò e abbozzò un sorriso. I suoi denti parevano affilati.

“Che cosa state facendo fuori dalla vostra stanza ?”

“Ho fame”, disse, come qualunque bambino.

Era inverno, quando l’alimento fresco è un miraggio di calore e di sole, ma avevo ghirlande fatte di mele, disseccate senza torsolo, che penzolavano dalle travi della mia camera, e ne presi una per lei. Una mela.

“Ecco”.

L’autunno è la stagione della frutta secca, il periodo delle conserve. Quando si colgono le mele e si fa rimpinguare l’oca. L’inverno è invece la stagione della carestia, della neve e della morte; ma è anche il tempo della festività di Mezzo Inverno, quando si cucina il porcello ripieno con le mele colte in autunno, lo si stropiccia con il fegato d’oca e poi lo si rosola o lo si fa allo spiedo e, fra lo scoppiettare del fuoco, ci si appronta a banchettare sui ciccioli.

Prese la mela disseccata e incominciò a rosicchiarla con i suoi denti affilati e ingialliti.

“E’ buona ?”

Annuì. Mi ero sempre sentita impaurita alla sola idea della piccola Principessa, ma in quell’istante mi resi conto che iniziavo a provare dell’affetto per lei e, gentilmente, le diedi una carezza sulla guancia. Mi guardò e sorrise – sorrideva così di rado – poi mi affondò i denti alla base del pollice, nel Monte di Venere, e ne succhiò il sangue.

Urlai dal dolore e per la sorpresa; ma ella mi fissò ed io mi zittii.

La piccola Principessa serrò la bocca sulla mia mano e leccò e succhiò e bevve. Quando ebbe finito, lasciò la stanza. Sotto i miei occhi, la ferita che mi aveva fatto cominciò a chiudersi, a guarire. Il giorno dopo era una vecchia cicatrice: potevo essermi tagliata nella mia infanzia, giocando con un coltellino.

Ero stata come ghiacciata da lei, posseduta e dominata. Mi faceva paura, più del sangue con cui si era nutrita. Dopo quella notte chiudevo a chiave la mia stanza da letto al tramonto, sprangandola con una lista di quercia. E feci fare dal fabbro delle sbarre di ferro che furono messe a posta nella mia finestra…»

Sentii freddo. Forse fu l’atmosfera inquietante del racconto che abbasso’ la temperatura del mio corpo oppure, semplicemente, fuori aveva iniziato a spirare forte il vento, quello che dai Carpazi porta la neve.

“Segnai” la pagina con un nastrino ed appoggiai il quaderno sul tavolo; avrei continuato a leggere piu’ tardi. Mi alzai e mi avvicinai alla finestra. Guardai fuori ed i miei pensieri si persero lontano, oltre l’orizzonte, oltre il Nagy-hegy, oltre i confini della mia immaginazione…

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3 Risposte to “Hófehérke (2) – La figlia del Re”

  1. Max Fridman Says:

    Primo!!! Non mi passa niente per la testa ma volevo rompere il record all’ottimo Davide…

    😉

    Me lo passi?

  2. davide Says:

    Cara amico Max Fridman

    “”Primo!!! Non mi passa niente per la testa ma volevo rompere il record all’ottimo Davide…””

    Ti ringrazio tantissimo per “l’ottimo” che mi hai attribuito, sei davvero troppo buono. Effettivamente quando si leggono i bei racconti (che io considero poesie) di Chiara è difficile fare commenti e disquisire, perchè una poesia si deve vivere con passione e le discussioni è meglio riservarle alle beghe politiche.

    Certo che leggendo questo racconto mi sono chiesto se veramente lo hai tratto dal quaderno misterioso o se è frutto della tua vivida fantasia. Comunque mi sembra di capire che questo racconto è destinato a proseguire, pertanto è meglio aspettare prima di voler trarre la vera essenza dello stesso.

    Saluti Davide

  3. luce Says:

    …..i confini della immaginazione, come se esistessero. E’ capitato tante volte anche a me di guardare dalla finestra e, con la porta della stanza chiusa a chiave, di evadere e fantasticare su orizzonti sconfinati, purtroppo inesistenti, certa che della concretezza che c’era dietro alla porta serrata avrei avuto paura, la solita paura.

I commenti sono chiusi.


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