Archive for marzo 2008

I’ve been tagged

31 marzo 2008
Usually I hate this kind of chain-games. Sometimes it is very difficult to find other bloggers to tag or new word memoir to write…
By the way I cannot say no to Nia, so that I will play…
But this will be the last time, I swear 🙂

I have been tagged by Niadarkandlovely.

The Rules :

1.Write your own six word memoir
2.Post it on your blog and include a visual illustration if you’d like
3.Link to the person that tagged you in your post.
4.Tag five more blogs with links .
5.And don’t forget to leave a comment on the tagged blogs with an invitation to play .

Here goes my six word memoir:

Dreamer, ironic, coherent, strong, honest, sincere.

Five bloggers that have not been tagged yet.

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Come si fa?

31 marzo 2008

Come si fa ad uscire di casa e dirgli: “ciao caro” e poi rinchiudersi con l’altro in qualche motel a farsi scopare?

Come si fa a tornare e, come se niente fosse, cenare con lui, accoccolarsi con lui, dormirci accanto?

Come si fa ad accettare i suoi baci, farci l’amore con ancora dentro gli umori dell’altro?

Come si fa?

Potrei farlo, certo…

Potrei farlo per aiutarlo…

Se lui avesse bisogno potrei.

Senza dirgli niente potrei.

Potrei convincermi: “nessuno verra’ a saperlo, prendo quei soldi… ci serviranno…”

Ma come si fa?

Come si fa a tradire una persona alla quale si vuol bene?

Alla quale si dice di voler bene.

Alla quale, forse, non vogliamo bene.

Forse vogliamo bene solo a noi stesse.

In tal caso e’ facile: ci cuciamo addosso decine di alibi, motivazioni, giustificazioni.

Indossiamo gli abiti dell’ipocrisia e dell’egoismo, intorpidite da una dolce amnesia…

Ma potrei guardarmi allo specchio?

Confesso, sono stata una puttana…

Avrei potuto avere cento uomini.

Avrei potuto si’, ma ho preferito restare da sola.

Mi dicevano che avrebbero accettato.

Mi hanno pregata, scongiurata, insultata, ricattata, minacciata… e poi hanno pianto.

Sarebbero stati con me ugualmente… che andassi con altri non li feriva.

Ma come si fa?

Come si fa ad accettare?

Come si fa a credere che un giorno non soffriremo insieme?

Come si fa a tradire cio’ che siamo?

Come si fa?

Amazónok

30 marzo 2008

“L’organizzazione patriarcale della societa’ e’ stata in grado di trasformare la violenza in cosa erotica (…) Ecco, nelle stanze della cripta c’e’ la perversita’ tipica di questo collegamento tra violenza ed erotismo. C’e’ la sua ossessivita’” (Demone amante, Robin Morgan – 1989)

La violenza e’ da sempre figlia della paura. L’individuo tende ad esorcizzare tutto cio’ di cui ha terrore con espressioni di violenza, che vanno dall’ostracismo alla persecuzione psicologica e fisica che, come serpenti che ingoiano se stessi, generano ulteriore terrore e quindi violenza.

I miti fondamentali della cultura patriarcale occidentale mostrano chiaramente questo terrore in moltissime raffigurazioni simboliche, fra le quali, ad esempio, le Erinni, chiamate anche Furie, personificazioni femminili della vendetta, emanazioni della triplice dea (la Dike) nel suo aspetto di giustiziera e di vendicatrice, avevano la facolta’ di maledire e di perseguitare chi si era reso responsabile di disobbedienza all’originario diritto matriarcale iniettando un veleno spirituale chiamato miasma che spingeva all’autodistruzione.

Tale era il terrore che le Erinni infondevano agli antichi greci, che essi cercarono di placarle e di esorcizzarle evitando di chiamarle con il loro nome, al quale sostituivano vari eufemismi: Semnai (venerabili), Potniae (splendide), Eumenidi (benevole).

Non a caso Robin Morgan, gia’ nel 1977 nel suo “Going Too Far: The Personal Chronicle of a Feminist”, scrisse: “Noi siamo i miti. Noi siamo le Amazzoni, le Furie, le streghe… Noi siamo gia’ state noi stesse”, ed e’ proprio da questi archetipi che si e’ sviluppata la cultura lesbo-femminista alla quale, molti di quanti mi leggono, credono io appartenga.

In realta’, pur essendo interessata, come donna ma soprattutto come persona curiosa, ad ogni manifestazione sociale, culturale, psicologica, in cui intercorra il rapporto fra i due generi, in cui si evinca questa loro eterna contrapposizione e tutte le sfaccettature che riguardano le manifestazioni di violenza, ossessione e morbosita’ che da secoli accompagnano l’evoluzione dei rapporti fra maschio e femmina, per ragioni anagrafiche e culturali, ma ancor piu’ per ragioni legate alla mia ferma convinzione che alla violenza non si risponde con ulteriore violenza, non potrei mai appartenere ad un movimento che sulla vendetta fisica nei confronti del genere maschile ha costruito il suo simbolo.

Nonostante cio’, non posso non essere d’accordo sulle motivazioni che hanno portato alcune donne ad una reazione di tale tipo, in molti casi esagerata e discutibile, ma che, comunque, ha i suoi fondamenti.

Il documento di nascita del movimento “The Furies”, nel 1972, si concludeva con queste parole: “Per le donne cinesi i cui piedi sono stati legati e storpiati; per le Ibibos dell’Africa la cui clitoride e’ stata mutilata; per ogni donna che e’ stata stuprata fisicamente, economicamente, psicologicamente, noi prendiamo il nome delle Furie, dee della vendetta e protettrici delle donne.”

Se si tiene conto che la clitoridectomia nel passato e’ stata anche un fenomeno europeo e americano, finalizzato alla repressione della sessualita’ femminile, e quindi del lesbismo, si possono capire i motivi per cui il movimento femminista e quello lesbico abbiano da sempre intrapreso una strada comune.

Rosanna Fiocchetto, una delle massime esponenti del movimento lesbico e femminista italiano, ne “L’amante celeste – La distruzione scientifica della lesbica” scrive: “Il lesbismo e’ stato peccato, reato, malattia e le oscene nefandezze femminili hanno meritato offese e amputazioni. Il sapere patriarcale ha punito le lesbiche perche’ capaci di sicurezza e di logica, insensibili alla presenza di uomini.”

Tale violenza spiega dunque quel terrore che gli uomini hanno verso un certo tipo di donna che, libera dai condizionamenti indotti, dimostra di poter gestire la propria sessualita’ e la propria esistenza in completa autonomia ed armonia.

L’archeologa lituana Marija Gimbutas ha provato che, dopo una lunga civilta’ di tipo matriarcale fondata sul culto della Grande Madre, e documentata almeno dal 30.000 a.C., il patriarcato e’ stato introdotto nell’antica Europa da due successive ondate di invasori Kurgan, pastori nomadi provenienti dalle steppe asiatiche, a partire dal 4.300 a.C. E’ tra la prima e la seconda ondata di colonizzazione (3.000 a.C.) che vanno collocate le radici del mito delle Amazzoni, le grandi antagoniste del potere maschile, delle quali i vincitori hanno tentato di cancellare ogni traccia.

Infatti la storia successiva, prima quella greca poi quella romana, e’ stata interpretata da maschi traumatizzati da eventi ancora abbastanza recenti e quindi del tutto inattendibili. Pero’, anche se la storia e’ stata rielaborata ad uso e consumo dei vincitori, il mito di queste donne e’ sopravvissuto, ed e’ proprio attraverso la mitologia che conosciamo piu’ di cento nomi di Amazzoni, sappiamo che fondarono e abitarono citta’, grandi regioni, isole di sole donne, conosciamo il loro abbigliamento, le loro armi, le loro divinita’ femminili. Il mito si e’ dunque concretizzato.

Ed ha continuato a concretizzarsi nel corso della storia. E’ avvenuto nel 1542, quando in Europa si bruciavano le streghe, durante la spedizione dello spagnolo Francisco de Orellana, messa in fuga da un gruppo di donne combattenti armate di archi, le quali crivellarono di frecce i brigantini dei conquistadores sbucando dalla foresta lungo quel grande fiume che, per tale motivo, venne chiamato Rio delle Amazzoni. Episodio in cui il cronista, il religioso Gaspar de Carvajal, che accompagnava la spedizione, perse un occhio, trafitto da una freccia.

Il mito si e’ poi materializzato con i ritrovamenti archeologici degli ultimi decenni in Turchia, in Russia, in Cina, alla frontiera del Kazakhstan, in Ucraina, in Siberia, che hanno portato alla luce centinaia di tombe di Amazzoni sepolte con le loro armi. Renate Rolle, Elena Fialko, Natalya Polosmak e Jeannine Davis-Kimball, archeologhe e pioniere di queste ricerche, hanno datato le tombe in un periodo che va dall’eta’ del bronzo al primo medioevo, dimostrando in modo inequivocabile l’esistenza di queste donne che per secoli hanno saputo resistere al potere patriarcale.

Donne la cui anima vive nelle comunita’ come quella delle Mosuo cinesi, un popolo matriarcale di quindici milioni di abitanti che e’ miracolosamente riuscito a sopravvivere in un remoto altopiano dello Yunnan, e che ancor oggi resiste alle pressioni del governo di Pechino. Oppure come nella comunita’ delle “sbraie”, che vivevano sui monti piu’ isolati della Calabria alla fine del diciannovesimo secolo e che avevano fama di maghe o, anche, nel matriarcato barbaricino in Sardegna.

Il mito delle Amazzoni si e’ materializzato inoltre nel movimento femminista e lesbico del ventesimo secolo e continua a materializzarsi ogni qual volta vengono espresse idee in cui s’ipotizza cio’ che i maschi potrebbero definire una distropia, cioe’ un futuro in cui le donne di oggi, come le Amazzoni di ieri, ribellandosi alla sottrazione violenta della loro identita’, rifiutassero il camaleontismo dell’integrazione, e si rifugiassero nelle loro citta’ invisibili, inaccessibili agli uomini, ove potessero finanche ipotizzare qualcosa di completamente diverso da quello che per millenni e’ stato accettato come unico modello di miglior mondo possibile.

“Sono pazza
ma scelgo questa pazzia…
Avvolta in pelle di pantera
suono i cimbali che rendono pazze.
Mi libero di nodi e ornamenti,
pronuncio il primo no…
Indossiamo il mantello piumato
e andiamo alla carica del nostro destino.”

Gloria Anzaldùa

Svetlana’s Journey

29 marzo 2008

Basato su una storia vera, Svetlana’s Journey (2004) e’ il debutto da regista del ventiseienne attore americano Michael Cory Davis.

Il tema del film tratta di un’innocenza rubata. La storia e’ un macabro sguardo nella vita di Svetlana (interpretata dalla giovane Gergana Djikelova) una ragazzina bulgara che diventa schiava-prostituta.

Svetlana e’ una delle tante ragazze abbandonate negli orfanotrofi, che, tredicenne, viene adottata. S’illude che la sua condizione possa mutare in qualcosa che ha sempre sognato, ma le sue speranze di una vita felice s’infrangono contro una triste realta’: i genitori adottivi sono dei trafficanti di esseri umani e la vendono a degli individui che gestiscono un giro di prostituzione minorile fuori dai confini bulgari.

La sua vita diventa un incubo, ogni giorno viene picchiata, subisce torture e manipolazioni di ogni genere fino a che il suo spirito si rompe, diventa un guscio vuoto che viene utilizzato quindici volte al giorno da chi, pagando, abusa di lei.

La sua dignita’, i sogni e le speranze le vengono strappati, e di fronte alla consapevolezza di dover lavorare molti anni per potersi riscattare, rinuncia a concepire la possibilita’ di liberarsi da quelle forze oscure che sono entrate nella sua vita, fino alla tragica decisione di scegliere la morte come unica forma di liberta’.

Svetlana’s Journey e’ un film breve, dura appena 40 minuti; e’ stato proiettato in Bulgaria su Nova Televisione ed e’ stato premiato all’Hollywood Film Festival nel 2005. Non esiste una versione cinematografica ma e’ reperibile in DVD.

Molta gente, ancora oggi, non e’ al corrente del fatto che esista la prostituzione forzata e pensa che certe ragazze abbiano scelto liberamente. Cio’ che non sanno e’ che il metodo dei trafficanti non e’ certo quello di dire direttamente “ehi, voglio farti diventare una prostituta!”

Normalmente le vittime provengono dalle regioni piu’ povere, sono sedotte dall’opportunita’ di lavorare come segretarie, modelle, cameriere, dietro l’offerta di ricevere un’educazione all’estero, ma ci sono anche ragazze che hanno alle spalle famiglie non povere, che diventano vittime per il desiderio di avere vestiti costosi, gioielli, auto di lusso e s’illudono che un giorno troveranno qualcuno che realizzera’ i loro sogni. Tutte queste ragazze credono di poter migliorare la loro vita senza rendersi conto a cosa stanno andando incontro.

Le ragazze dell’est, soprattutto bulgare, rumene, ucraine, moldave e macedoni, che provengono dagli orfanotrofi o dai piccoli villaggi, sono estremamente vulnerabili ad essere ingannate dagli sfruttatori a causa della loro bellezza unita alla loro estrema poverta’ e ad una profonda ignoranza.

Credo che il problema possa essere risolto solo educando gli adulti, i fruitori innanzi tutto, indicando un percorso etico avulso dal moralismo, ma nel quale non ci sia spazio solo per l’istinto.

Do your best…

29 marzo 2008

… to protect victims of online sexual exploitation. Report abuses HERE

Un lavoro vero

28 marzo 2008

“E questo tu lo consideri un lavoro? Sei una sognatrice, non sei in grado di fare un vero lavoro, per questo fai la prostituta. I veri lavori sono quelli in cui non si succhiano cazzi a destra e manca.”

Non ho mai gradito chi si permetteva di giudicare le mie capacita’ e le mie scelte di vita; soprattutto chi si sentiva in diritto di dirmi cosa dovevo o non dovevo succhiare.

Che ne sapevano di me? Come potevano valutarmi in base alle loro convinzioni? Chi dava loro la certezza di essere nel giusto? E soprattutto, come facevano a reputarmi “non in grado” di fare qualcosa se non succhiare cazzi?

Si’, forse di una cosa avevano ragione: sono una sognatrice, ma essere sognatrice significa essere sbagliata, inadeguata?

Per essere adeguata avrei dovuto fare un “vero lavoro”, quindi (secondo loro) “affermarmi grazie alle mie qualita’ personali invece di succhiar cazzi”, rectius stare in ufficio a fare cose noiosissime, o in un negozio a vendere cose inutili, oppure in un laboratorio ad analizzare urina e feci. Ore ed ore passate a farmi sfruttare da qualche azienda o da qualche “padroncino”, sopportando le battute dei colleghi e pure qualche mano sul mio “didietro”, per guadagnare in un mese quello che potevo ottenere tranquillamente per un appuntamento di poche ore.

Quella frase e’ il condensato del pensiero di alcuni che mi incontravano come escort, ma non potevano permettersi di avermi come donna. Costoro, forse gelosi ed anche un po’ invidiosi, immaginavano la mia vita popolata di maschi arrapati che cadevano ai miei piedi e che mi pagavano cifre astronomiche per fare cio’ che, secondo il loro modo di pensare, normalmente ogni uomo dovrebbe ricevere gratis da ogni donna che lo facesse solo per il “piacere”…

Ovviamente il loro piacere.

Infatti, che ne sapevano loro dei miei “piaceri”?

Dato che non potevano far trapelare il vero motivo del loro disappunto, tiravano fuori le argomentazioni piu’ assurde, illogiche, inconcludenti, piene di discorsi grondanti di astio, di pregiudizio e di consigli non richiesti, cercando di dimostrarmi che il mio non era un “ vero lavoro”, bensi’ un ripiego, espressione della mia incapacita’ e della mie scarse qualita’.

Mi chiedo se queste persone avessero un loro “vero lavoro” oppure se la loro occupazione principale fosse solo quella di sparare sentenze, giudizi e consigli non richiesti.

Avete mai letto le strisce di Dilbert? Cito da Wikipedia: “Eppure Dilbert e’ tenace nel proprio lavoro, che nessuno ha mai saputo quale sia. E’ un ingegnere, e lavora col computer, ma gli indizi terminano qui.”

Quanti Dilbert ho conosciuto…

Pensate forse che questi Dilbert avessero un “vero lavoro”? Qualcosa di definibile, tangibile, che servisse a produrre dei risultati?

Parlavano della mia attivita’ come di un lavoro non vero. Allora cosa dire a proposito di chi raccoglie immondizia, oppure di chi fa la lavapiatti, o di chi pulisce i cessi delle stazioni ferroviarie?

Sono lavori abbastanza veri quelli?

Penso che chi li fa abbia la certezza che si tratti di lavori dannatamente veri, ma siamo certi che costoro non desiderino talvolta qualcosa di un po’ meno vero?

Quanto puo’ essere vero stare tutto il giorno ad una scrivania, digitare su una tastiera per scrivere inutili email, rispondere a sciocche telefonate, non sapere mai esattamente a cosa serve cio’ che si fa? Quanto vero e’ produrre montagne di documenti e non vedere mai alcun risultato ad eccezione della sola busta paga ricevuta a fine mese?

La gente pensa che le escort facciano quel che fanno solo perche’ non possono fare un qualsiasi altro lavoro. Fare la escort non e’ una scienza missilistica, ma per essere una brava escort occorre sapere come farlo, oppure il tutto puo’ risolversi in un autentico disastro.

Non si puo’ fingere. E’ un mondo ben definito in cui o si riesce, e quindi si progredisce, oppure si e’ destinate al fallimento. Non c’e’ posto per la millanteria. I risultati vengono misurati con un metro esplicito, reale, indiscutibile, monitorabile: quello dei soldi.

Come si poteva considerare non vero un lavoro dove ero ben pagata, decidevo io il mio orario, decidevo i parametri, incontravo i clienti che volevo ed ottenevo un risultato economico immediato, tangibile, realizzando molto piu’ di quanto avrei potuto realizzare se fossi stata schiava in qualche azienda?

Ho letto alcuni libri che trattavano di problematiche legate al lavoro dipendente e che elencavano tutta una serie di sintomi che evidenziavano quando un lavoro iniziava ad avere effetti negativi sul lavoratore: depressione, stress, ansia, insonnia, aumento di peso o perdita di peso, rabbia, ulcera, perdita di capelli, odio, pensieri suicidi e sensazione oppressiva d’essere in trappola.

Questo e’ cio’ che accade a chi lavora come dipendente. Se tale tipo di lavoro fosse venduto nei negozi, dovrebbe avere un’etichetta d’avvertimento indicante gli effetti nocivi.

Come mi sentivo invece io facendo la escort?

Felice, soddisfatta, in totale controllo della mia vita, benestante, sana, libera, di successo ed in pace con me stessa. Se fossi stata bloccata in un ufficio o in un laboratorio ogni giorno probabilmente avrei sofferto di tutti quei sintomi sopra elencati. Ed invece no: la notte dormivo tranquilla come una bimba.

Quindi perche’ molta gente e’ convinta che fare la escort non sia un vero lavoro ed adatto solo a chi non ha altre qualita’ se non quella di saper far pompini?

Forse perche’ coinvolge il sesso? Forse perche’ cio’ che si fa per il proprio piacere non puo’ e non deve essere commercializzato?

Se fosse cosi’ i ballerini, i musicisti, i pittori e persino i capi di governo non avrebbero un vero lavoro, perche’ lo farebbero comunque anche in assenza di un corrispettivo. Lo farebbero per il piacere di ballare, di suonare, di dipingere… di esercitare il potere.

Il successo di una cortigiana

27 marzo 2008

Quando decisi di frequentare i bordelli di Calcutta scelsi di seguire la strada della cortigiana e non quella di una comune prostituta. Per farlo ho dovuto affinare quelle doti non solo fisiche (per quello qualsiasi ragazza minimamente carina e’ in grado di poterlo fare), ma anche e soprattutto quelle cerebrali e legate alla capacita’ di saper comunicare, poiche’ dovevo intrattenere non solo a letto, ma anche fuori dal letto, accompagnando il cliente in tutto quel percorso, che poi avrebbe avuto il consueto epilogo fra le lenzuola.

Orientavo quindi il mio atteggiamento in modo da creare un certo tipo d’atmosfera ed una situazione che fosse piu’ coinvolgente per lui e piu’ remunerativa per me. Un cliente soddisfatto tende a ritornare piu’ volte e questo mi permetteva di contare su una clientela regolare, cosi’ potevo pianificare meglio sia la mia agenda che i miei impegni finanziari.

La conversazione era indispensabile per impressionare favorevolmente chi mi incontrava. Non esistono trucchi per imparare ad essere una buona conversatrice, ma ho sempre applicato la regola del: ascoltare sempre e parlare solo quando si ha qualcosa da dire.

Non e’ semplice avere qualcosa da dire. Conversare con qualcuno, quasi sempre piu’ grande di eta’ e/o con molta piu’ esperienza di vita, esige una mente ben nutrita. Se la si nutre solo con notizie di gossip ricavate dai tabloid e dai reality show in TV, non si ha molto d’interessante da offrire. Soprattutto durante i lunghi incontri, cioe’ quelli in cui, dovendo passare molte ore insieme al cliente, diverse ragazze mostrano un’evidente carenza.

Cercavo di avere un’infarinatura generale, ma piu’ che per ripetere, stile pappagallo, notizie gia’ digerite, desideravo avere un mio punto di vista critico che fosse spunto di discussione. Soprattutto per cio’ che riguardava la politica.

Quei clienti che riuscivano a permettersi i miei rate, erano persone benestanti che facevano parte di una borghesia medio-alta e, di solito, erano sempre informati ed interessati alla politica, avendo tutti un loro partito di riferimento.

Non c’era alcun bisogno che cambiassi le mie convinzioni, ma sapere cosa avveniva nel panorama politico ed essere in grado di commentarlo in modo intelligente faceva parte di quel mio percorso per impressionare il cliente.

Leggevo ed assorbivo le notizie, quindi formulavo un parere. Quando mi trovavo a discuterne non assumevo atteggiamenti saccenti, in quanto i clienti (essendo uomini) erano molto suscettibili su questo punto. Mi ponevo sempre un gradino sotto di loro, esprimevo le mie opinioni con semplicita’, non controbattevo con supponenza, anche se mai li assecondavo in modo troppo suadente per non apparire servile.

Se il mio punto di vista contrastava con il loro, facevo emergere un po’ d’ingenuita’ cosicche’ loro mi perdonassero perche’ ero giovane, donna ed escort. Non dovevo certo trasformarmi in una commentatrice politica; bastava solo che avessi un parere intelligente e coerente.

I clienti erano di due tipi: i locali e coloro che arrivavano da fuori (quando non ero io a raggiungerli nella loro citta’). Se arrivavano da fuori spesso desideravano avere una consulenza su dove alloggiare, dove mangiare, cosa mangiare, eccetera. Questo significava conoscere bene la mia citta’. Sicuramente avevo una buona conoscenza di locali, ristoranti ed alberghi in virtu’ del mio lavoro, ma comunque mi tenevo aggiornata scambiando notizie con le mie amiche e colleghe, da sempre fonti inesauribili d’informazioni sui luoghi piu’ interessanti ed alla moda.

Era anche importante che conoscessi gli interessi di coloro che fissavano un appuntamento con me ed anche se per questo era necessario aver avuto piu’ di un incontro, una piccola indagine telefonica, al momento in cui chiamavano, non era del tutto inutile. Che lavoro facevano? Qual era il loro hobby? Dove amavano trascorrere le vacanze? Piu’ riuscivo a sapere, piu’ probabilita’ avevo d’impressionarli, poi, durante l’incontro.

Saper discutere di cio’ che accade nel mondo era importante, ma cosa avveniva se il cliente non era in grado di farlo oppure non aveva voglia di parlare di argomenti impegnativi?

A quel punto diventava utile conoscere e saper discutere anche di tutte quelle cavolate che normalmente vengono scovate sulle riviste di gossip. Odiavo doverlo fare ma con taluni clienti non era proprio possibile discutere di altri argomenti, quindi li assecondavo tirando fuori tutto il repertorio fatto del ciarpame mediatico piu’ spudorato.

Per chi invece amava discorsi piu’ profondi e meno tecnicamente ancorati all’attualita’, attingevo alle letture di libri, classici e contemporanei, dei quali facevo indigestione nelle giornate in cui mi riposavo dal lavoro e durante le vacanze che periodicamente mi prendevo.

Anche il web era un’ottima fonte di notizie che erano utili durante gli incontri. Inoltre cio’ che accadeva sui forum era spesso occasione di “condivisione”, in quanto molti clienti arrivavano da me anche in base alle recensioni che avevano letto.

Altra cosa che i clienti apprezzavano era l’umorismo. Ridere insieme ad una persona e’ importante. Quando si ride per la stessa cosa, gia’ si stabilisce un punto di piacevole contatto che ha molte probabilita’ di trasformarsi in simpatia.

Inoltre l’ilarita’ crea un clima di felicita’, rilassato e corrispondente a cio’ che il cliente si attende. Quindi, barzellette, aneddoti, freddure, giochi di parole, doppi sensi che dovevano essere inseriti nel contesto del discorso solo quando l’occasione lo permetteva, per non apparire forzature appartenenti ad un repertorio scontato.

Non esiste situazione piu’ imbarazzante di quando il cliente non ride di una battuta oppure (peggio) quando la fraintende. Il gelo che si crea puo’ essere micidiale per il proseguimento dell’incontro, specialmente per quanto riguarda cio’ che a me piu’ interessava: la fidelizzazione. Per questo, prima di qualsiasi scherzo umoristico mi assicuravo che l’interlocutore fosse in grado di recepirlo nel giusto modo e che quindi fosse persona dotata di sense of humor.

Comunque il mio “punto di forza” (oltre a cio’ che non e’ oggetto di questo post), era la mia capacita’ di raccontare storie. Ovvio che per poterle raccontare occorreva che si creasse il clima giusto, che ci fosse la persona giusta ed abbastanza tempo a disposizione; tutte cose impossibili in un breve appuntamento di due ore. Era quindi cosa che riservavo a quei clienti che con me passavano molte ore.

Non avevo mai una storia pronta. La creavo sul momento, improvvisando situazioni miste di fantasia e di vita vissuta.

Tutti hanno dentro delle storie da raccontare che attendono solo il momento giusto per uscire. Per quanto mi riguardava il momento giusto era quando si creava un certo “feeling” con cliente.

Devo dire sinceramente che raccontare storie spesso occupava il tempo che normalmente in altri contesti, veniva usato per appagamenti piu’ “carnali”, ma molte delle persone che incontravo mi preferivano in quel modo piuttosto che come protagonista di una scena di un film porno e cio’ mi donava la sensazione di essere apprezzata “a tutto tondo”, cioe’ in ogni mio aspetto, persino quello meno evidente.

Quelli descritti sono alcuni degli ingredienti con i quali condivo il mio “piatto” ogni qual volta avevo un appuntamento. Non so se sono stata piu’ apprezzata per quei “sapori” o per quelli “piu’ piccanti” descritti nelle recensioni che mi riguardavano; di sicuro posso ribadire che chi paga tanto per incontrare una donna non si accontenta di un banale quanto squallido “su e giu’”, sostituibile per altro con del sano quanto gratuito autoerotismo, ma spesso cerca qualcosa di inusuale che, piu’ che l’organo sessuale, arrivi a stimolare tutti i sensi.

Il segreto del successo di una cortigiana sta dunque nel trasformare un incontro prettamente sessuale in un incontro sensuale ove la fisicita’ e’ meno importante di quanto non lo sia la capacita’ di evocare quelle situazioni, sensazioni ed emozioni che resistano nel ricordo piu’ a lungo di un qualsiasi, banale orgasmo.

Il buon cliente

25 marzo 2008

E’ colui che ogni devochka gradisce incontrare. Il significato di “buon cliente” differisce da ragazza a ragazza. Per alcune e’ quello che non ha molte pretese e si accontenta, per altre quello che e’ disposto a fare dei regalini aggiuntivi, per altre ancora quello che le fa divertire.

In base alla mia esperienza posso affermare che un buon cliente e’ chi mostra rispetto, chi non e’ arrogante, chi sa comportarsi e non crea problemi.

Un buon cliente sa che la escort e’ una persona.

E dunque si rende conto del fatto che quella compagna occasionale, anche se pagata, e’ comunque una donna e come tale va rispettata. Cio’ richiede di solito un certo grado di maturita’ che non tutti hanno. Significa conoscere un po’ l’universo femminile ed aver avuto solide relazioni con donne.

La mancanza di maturita’ e’ il motivo per il quale molte le ragazze preferiscono non incontrare uomini al di sotto dei 30 anni. Spesso, chi non ha mai avuto esperienze con donne non lo capisce; tende a considerare la escort al pari di un oggetto, una bambola sessuale vivente, e non si rende conto che, in fondo, anche un incontro mercenario e’ pur sempre un rapporto fra persone.

Un buon cliente sa che incontrare una escort, e’ come avere un appuntamento con qualsiasi altra ragazza, un appuntamento al buio con una sconosciuta e non come se si trattasse di andare ad acquistare una lavastoviglie.

Un buon cliente non mercanteggia e paga quanto richiesto.

Le tariffe di una escort rappresentano il valore che ella stessa si attribuisce. Quasi sempre sono indicate sul sito web oppure vengono comunicate prima dell’appuntamento, quindi sono ben conosciute da chi intende usufruire dei suoi servizi. Mettersi a mercanteggiare significa non rispettare la ragazza e disconoscere il suo valore.

Una escort offre un servizio di lusso, non una necessita’ fondamentale per vivere. Chi sa riconoscere il valore di cio’ che sta ottenendo, che e’ sempre un’esperienza fuori dall’ordinario, non si mette a discutere sul prezzo.

Solitamente il pagamento viene richiesto in anticipo. Un buon cliente accetta le regole stabilite e le segue alla lettera. Un suo comportamento corretto fin da subito crea nella ragazza quella fiducia che poi significa piu’ relax e quindi miglior servizio.

Un buon cliente si presenta pulito.

Cio’ puo’ non essere sempre possibile, per esempio se un cliente proviene direttamente dall’ufficio o ha appena volato su un aereo. In tal caso deve preoccuparsi di fare una doccia e lavarsi i denti appena ne ha l’opportunita’. E’ solo una questione di educazione.

Non e’ difficile essere un buon cliente. Talvolta l’atteggiamento scontroso della ragazza e la sua scarsa partecipazione a letto, della quale molti si lamentano, sono conseguenza di un cattivo feeling che si crea fin dal primo istante. Seguire poche, semplici regole spesso stimola la escort ad una maggiore “partecipazione” e quindi a fornire un trattamento migliore che si traduce in una piu’ grande soddisfazione per il cliente stesso.

Dire di no

24 marzo 2008

Quando si esercita la professione, capita che si debbano rifiutare dei clienti. L’ho fatto anche io. Non era cattiveria, ma diventava necessario farlo quando:

1 – L’istinto mi diceva che la persona che avevo di fronte non era affidabile.
2 – L’aspetto igienico del cliente non era di mio gradimento.
3 – Il cliente non apprezzava il valore di cio’ che gli offrivo.
4 – Il cliente si attendeva che investissi tempo e risorse senza che ci fosse alcun impegno finanziario da parte sua.
5 – Il cliente non mi trattava in modo cortese o professionale.
6 – Il cliente richiedeva servizi che non fornivo.
7 – Il cliente si mostrava troppo esigente e le sue richieste non potevano essere soddisfatte da un’unica persona.

Tutto cio’ non dovrebbe rappresentare una sorpresa. Infatti, indipendentemente da cio’ che viene offerto, il modo di relazionare con i clienti e’, piu’ o meno, sempre lo stesso. Fare la escort o la manicurista poco cambia: qualora si tratti di un servizio di tipo personale, i problemi sono comunque similari.

Conoscere bene le motivazioni per le quali era consigliabile che rifiutassi mi offriva solide argomentazioni quando il cliente decideva di mettersi a discutere perche’ non accettava di essere stato rifiutato, ed allo stesso tempo mi dava modo di insegnargli come comportarsi nell’approccio con una devochka, ottenendo da lei un “si’” invece di un “no”.

Chi e’ abbastanza esperta sa che accettare un appuntamento con un cliente che ricade in uno dei sette punti sopra esposti, significa quasi sicuramente un incontro che non sara’ dei migliori e che lascera’ insoddisfatti entrambi.

E’ ovvio che rifiutando un cliente rinunciavo a dei soldi, e qualche volta ottenevo anche una pessima recensione fatta per vendetta, ma la mia tranquillita’ interiore valeva molto di piu’.

Evitare i forti mal di testa che derivavano da appuntamenti non graditi, mi rendeva piu’ rilassata, disponibile e gentile nei confronti, invece di coloro che erano graditi. Rifiutare chi non gradivo era un regalo che facevo sia a me stessa che a tutto il resto della clientela, in quanto essere rilassata e sentirmi bene significava essere felice, ed essere felice significava fare felici coloro con i quali mi incontravo e che, poi, ritornavano perche’ si erano trovati bene.

In tal modo molti diventavano clienti regolari; questo per me significava stabilita’ e maggiore tranquillita’ economica che poi si traduceva in una maggiore felicita’, creando un circolo virtuoso che alimentava ancor di piu’ il mio successo. Se avessi invece accettato appuntamenti con chiunque, anche con coloro che non gradivo, cio’ avrebbe interrotto il ciclo virtuoso e quindi la possibilita’ di incrementare i miei guadagni.

Preferivo dunque lasciar perdere alcuni clienti, i quali avrebbero trovato cio’ che era loro adatto da un’altra parte, oppure no. Questo non era un mio problema. Importante per me era, invece, proteggere la mia tranquillita’, la mia salute mentale ed emozionale in modo da poter essere sempre e comunque nella forma migliore.

I furbetti del quartierino

22 marzo 2008
Sono quelli che mi scrivono privatamente (tramite commenti oppure MeeboMe) chiedendo di mettermi in contatto con loro; sperano di ricevere una mia mail proveniente dalla mia casella di posta regolare, magari con lo scopo di rilevare L’IP, oppure per inviare spam o fastidiosi programmini spia.

Sembrano creati con lo stampo. Scrivono piu’ o meno le stesse cose, ostentando una cortesia che, anche se virtuale, per chi possiede una sensibilita’ come la mia, e’ solo fonte di fastidiose vibrazioni dense di falsita’.

Sono certa che restano delusi quando, esaminando la mia neutra quanto fredda risposta, si accorgono che la mail ha fatto il giro di tutti i proxy anonimi esistenti al mondo, prima di giungere a loro.

Poveretti. Da un certo punto di vista mi fanno pure tenerezza. 🙂