Parliamo di donne e letteratura

Gli uomini non possono capire cosa significhi per una donna non possedere la bellezza.
Per noi essa e’ tutto in quanto, vivendo solo per essere amate, e non potendolo essere se non alla condizione di essere piacenti, non essere bella per noi donne diventa la piu’ dolorosa e la piu’ terribile di tutte le torture psicologiche.
Esistono dei classici della letteratura ottocentesca che possono dare un’idea esaustiva di questo tormento dell’anima che affligge la donna quando non si sente attraente.
Uno di questi e’ Fosca (1869) di Iginio Ugo Tarchetti, che e’ reperibile anche in internet QUI: (riesco ad aprirlo solo usando Explorer; con Firefox, non so come mai, ma non funziona).

Nel suo romanzo scritto in piena “scapigliatura”, Iginio Ugo Tarchetti cosi’ descrive Clara:

“una donna giovane e bella… sì serena, sì giovane, sì fiorita… Quando non agucchiava presso una piccola finestra che guardava sul cortile, leggeva romanzi sul suo balcone, seduta in mezzo ai suoi vasi di fuxie e di gerani; suonava anche un pianoforte e cantava… aveva indole forte, giusta e severa; vi era nulla di fatuo, nulla di fiacco, nulla di puerile nel suo carattere; e pure nessuna donna fu mai più affettuosa, più dolce, più arrendevole, più accarezzevole, più eminentemente donna”

Clara, nel romanzo, rappresenta Eros, la risplendente stagione della primavera anticipatrice di promesse, la rinascita dei desideri, delle illusioni, la serenita’ interiore e la salute.
Opposta e’ invece Fosca:

“Dio! Come esprimere colle parole la bruttezza orrenda di quella donna!… Né tanto era brutta per difetti di natura, per disarmonie di fattezze… quanto per una magrezza eccessiva… per la rovina che il dolore fisico e le malattie avevano prodotto sulla sua persona ancora così giovine. Un lieve sforzo d’immaginazione poteva lasciarne travedere lo scheletro, gli zigomi e le ossa delle tempie avevano una sporgenza spaventosa, l’esiguità del suo collo formava un contrasto vivissimo colla grossezza della sua testa, di cui un ricco volume di capelli neri, folti, lunghissimi, quali non vidi mai in altra donna, aumentava ancora la sproporzione… La sua persona era alta e giusta… i suoi modi erano naturalmente dolci… Tutta la sua orribilità era nel suo viso”

Fosca, brutta e ammalata, simboleggia invece Thanatos, il momento tenebroso della malattia, la fine dei sogni, il tormento e la morte.
Clara e Fosca sono personaggi antitetici (come evidenziato anche dai loro nomi), pero’ e’ la seconda che domina la scena.
Fosca e’ isterica (l’isteria era il sintomo specifico del tormento femminile nell’Ottocento in quanto era un male che disorientava i medici dato che la sua manifestazione non lasciava tracce organiche), ma soprattutto Fosca e’ brutta:

“Quando bacio il tuo labbro profumato,
cara fanciulla, non posso obliare
che un bianco teschio v’è sotto celato.
Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso,
obliar non poss’io, cara fanciulla,
che vi è sotto uno scheletro nascosto.
E nell’orrenda visione assorto,
dovunque o tocchi, o baci, o la man posi…
sento sporger le fredde ossa di morto.”

Il volto di Fosca e’ lo specchio della sua anima, che e’ angosciata ed oppressa, e le sofferenze non possono non evidenziarsi sul viso; per questo motivo tutta la bruttezza e’ focalizzata li’.
Pero’ e’ educata, colta, intelligente, sensibile, elegante, ha grazia ed e’ toccante nella sua fragilita’ (“…donna di straordinaria bruttezza e insieme di intenso fascino”) e quando si infiamma d’amore per Giorgio, il protagonista del romanzo, si serve di queste qualita’ per conquistarlo e attirarlo a se’come una vampira, in una spirale che si rivelera’ alla fine distruttiva per entrambi.

Cito da INTERNET:

“Il contrasto fra le due donne, che attiene non solo al loro aspetto fisico, ma altresì alla realtà che le circonda, è messo in evidenza già nel modo in cui ci vengono presentate.
Clara, giovane, serena, d’una bellezza florida e sana, sembra permeare di sé tutti gli elementi che interagiscono con lei. Il rapporto Giorgio-Clara è raffigurato sulla pagina come una sorta di cammeo, dove tutto è perfetto e in sé compiuto: il tempo è quello della primavera, gli spazi sono quelli aperti di prati in fiore attraversati da limpidi ruscelli, oppure quelli chiusi di una capanna disabitata, “il loro tabernacolo”, custode della loro intimità. Clara rappresenta la luce e la vita, è colei che con la sua forza e insieme la sua dolcezza risana e rigenera: emblematica è a questo proposito l’assimilazione tra la bellezza di lei e quella che doveva aver avuto la madre di Giorgio quand’egli nacque.
L’entrata in scena di Fosca, invece, è preceduta da un alone di inquietante mistero che induce nel lettore una crescente suspense: ci viene presentata attraverso le parole del cugino, del medico, ma intanto è lì, in absentia, il suo posto a tavola, sempre accanto a quello di Giorgio, contrassegnato da un fiore. Prima ancora di “vederla”, poi, assistiamo improvvisamente alla parossistica manifestazione della sua terribile malattia: urla acute, strazianti e prolungate echeggiano nella sala e richiamano alla mente di Giorgio, per la prima volta, l’idea della morte.
Infine Fosca appare, straordinariamente orribile e insieme intensamente attraente: la descrizione del volto, con gli zigomi e le ossa delle tempie spaventosamente sporgenti, rimanda all’immagine di un teschio; il pallore del volto contrasta con i capelli d’ebano, folti e lucentissimi, e con gli occhi grandi, nerissimi e vividi; la sua persona, alta e scheletrica, prodotto del dolore fisico e delle malattie, ha però una grazia e un’eleganza sorprendenti.
Fosca incarna la malattia, che contagia l’altro e ne assorbe le forze vitali, dietro alla quale si cela la morte, evocata attraverso immagini di sapore espressionistico, violentemente contrapposte: l’orrore che quel corpo già incadaverito suscita nel protagonista mentre lo avvinghia come se volesse trascinarlo con sé nella tomba, e il fascino che, nelle scene notturne, promana da quel volto come trasfigurato”

Una lettura che non potete evitare se realmente volete conoscere alcuni elementi importanti che da sempre sono incastonati nell’animo femminile e che riguardano il rapporto particolare e morboso che la donna ha nei confronti del proprio aspetto esteriore.


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